Il mediano di Mauthausen

Fonte: la Repubblica Torino

Doveva compiere 40 anni Vittorio Staccione quando fu deportato, una sorte tragica che mise fine a una vita di grandi successi e ancora maggiori dolori. Vittorio era stato un popolare mediano, che portò uno scudetto ( poi revocato) al Torino negli anni Venti e girò l’Italia con le maglie di Cremonese, Fiorentina – nel 1930, quando la vita lo segnò anche con un terribile lutto: morirono di parto la moglie e la figlia – e Cosenza. Ma era anche in prima fila nei picchetti davanti alle fabbriche di Torino, operaio figlio di operaio, con una forte coscienza socialista. E fu questo che lo condannò a un viaggio senza ritorno al campo di lavoro di Mauthausen, dove morì un anno dopo, nel marzo 1945. Vittorio Staccione Doveva compiere 40 anni Vittorio Staccione quando fu deportato, una sorte tragica che mise fine a una vita di grandi successi e ancora maggiori dolori. Vittorio era stato un popolare mediano, che portò uno scudetto ( poi revocato) al Torino negli anni Venti e girò l’Italia con le maglie di Cremonese, Fiorentina – nel 1930, quando la vita lo segnò anche con un terribile lutto: morirono di parto la moglie e la figlia – e Cosenza. Ma era anche in prima fila nei picchetti davanti alle fabbriche di Torino, operaio figlio di operaio, con una forte coscienza socialista. E fu questo che lo condannò a un viaggio senza ritorno al campo di lavoro di Mauthausen, dove morì un anno dopo, nel marzo 1945.

In quei dodici mesi a Vittorio capitò anche di giocare a calcio. Lo ricordano alcuni sopravvissuti che hanno raccontato di quando le Ss, non avendo abbastanza calciatori in campo, chiamavano a giocare i prigionieri. Ed è proprio questa immagine di Vittorio Staccione che, ridotto a pelle e ossa, entra in campo per l’ultima volta con la casacca a righe da detenuto che apre il libro “Il mediano di Mauthausen”. E oggi Torino gli dedica una “pietra d’inciampo”
A scrivere il libro è stato Francesco Veltri, giornalista di Cosenza che si è intestardito a ricostruire la storia di quel calciatore, il più famoso ad aver vestito la maglia della squadra cittadina. Dopo aver scritto un primo articolo, è stato contattato dal pronipote di Staccione, Federico Molinario. Ne sono nate un’amicizia e una collaborazione che li ha portati a cercare nelle biblioteche e negli archivi pubblici di mezza Italia testimonianze su Vittorio Staccione, sull’uomo e sul calciatore. Hanno scoperto così che per esempio non aveva potuto partecipare alla festa di inaugurazione dello stadio Filadelfia perché alcuni squadristi gli avevano rotto due costole. Ed era andato a giocare nella Cremonese – dato in prestito come si usava all’epoca visto che era andato là a fare il militare – proprio nel periodo in cui Roberto Farinacci spadroneggiava come ” il Ras di Cremona”: « Staccione era talmente inviso al fascismo che nelle cronache sportive sul giornale il suo nome non veniva mai pubblicato ma veniva chiamato giocatore X», spiega Veltri. Al contrario a Torino la sua popolarità continuava ad essere altissima anche anni dopo la fine della carriera calcistica, quando era tornato a lavorare in fabbrica e si distingueva nelle lotte operaie. «Quando fu arrestato, persino il commissario di polizia cercò di salvarlo. Gli disse che doveva andare a lavorare in Germania, che laggiù faceva molto freddo e gli disse di andare a casa e mettere in valigia abiti pesanti: gli stava offrendo la possibilità di fuggire, ma lui non lo fece. Tornò in commissariato con la valigia e qualche giorno dopo fu caricato su un treno» , racconta Federico Molinario, nipote di Eugenio Staccione, fratello di Vittorio e anche lui famoso calciatore, campione d’Italia sia con il Toro che con la Juve prima della guerra. L’anno scorso alla figura di Vittorio è stata dedicata una pietra d’inciampo in via San Donato 27, l’ultimo suo domicilio. Quest’anno invece un’altra pietra d’inciampo sarà posizionata in via Pianezza 3, dove abitava un altro fratello, Francesco, anche lui deportato per le sue idee politiche. «I sopravvissuti di Mauthausen raccontano che ogni tanto i due fratelli riuscivano a incontrarsi. La loro è una storia tragica di cui tuttavia nella mia famiglia si è parlato sempre molto poco: non per omertà ma perché molte informazioni non erano proprio conosciute, visto che i loro familiari non sono vissuti abbastanza per tramandarle ai posteri – continua il nipote – Ricostruirle attraverso verbali di polizia e cronache sportive è stato un lavoro importante per restituire alla memoria collettiva un personaggio che merita di essere ricordato».

14 gennaio 2020, da la Repubblica Torino

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