Persino la storia ufficiale dell’amministrazione militare alleata in Italia fino al dicembre 1945 non è mai stata tradotta

Fonte: FAN CITY Acireale cit. in fra

Il 09 agosto 1943 gli Inglesi completano l’occupazione della Città di Acireale. Tutti i poteri civili e militari vengono assunti dall’AMGOT (Allied Military Governement Occupied Territories). Ufficiale addetto agli affari civili è nominato il Magg. R.L. Rolph, che installa la sua residenza presso la dimora del Cav. Lorenzo Grassi Vigo (la villetta via Paolo Vasta ang. via Marc. Di San Giuliano). Tutti gli edifici pubblici sono occupati e il primo atto formale è la comunicazione, mediante manifesti già belli stampati, delle norme e divieti imposti dagli occupanti a cui tutti i cittadini sono sottoposti, formalmente il P.N.F è sciolto assieme a tutte le sue organizzazioni a eccezione della P.A.A (la benemerita Protezione Antiaerea comandata da Oscar Gravagna). Il 10 agosto viene imposto il coprifuoco e i Sevizi Informazioni Britannici mostrano interesse su alcune personalità coinvolte col passato regime. Le condizioni della popolazione sono molto precarie, la città è semideserta, alcuni negozi vengono saccheggiati , gli alimenti sono scarsi e qualcosa si trova solo al mercato nero (n’trallazzo), l’ospedale è al collasso . Con l’arrivo dei Britannici la vita civile della città cerca di ritornare lentamente alla normalità.
La foto, di propaganda britannica, ritrae un gruppo di sfollati che rientrano in città dal viale Regina Margherita. La strada provinciale per Riposto all’altezza della “grotta” al momento è intransitabile, all’altezza dei “baccuneddi” i resti di un posto di blocco.
(da Acireale 1943 dell’Avvocato Felice Saporita – Foto Imperial War Museum dal libro di Antonio Patané “Agosto 1943 gli Alleati ad Acireale e Fleri”)
Redazione, L’A.M.G.O.T – la nuova amministrazione della Città’ (agosto 1943), FAN CITY Acireale, 11 agosto 2014

Con la prima ondata dell’invasione, una cinquantina di Civil Affairs Officers (CAOs) sbarcavano in Sicilia al fianco delle truppe con il compito di istituire un governo militare nelle aree conquistate <76. Mentre alcuni accompagnavano le unità combattenti lungo la linea del fronte, altri rimanevano nelle retrovie in attesa di essere chiamati secondo necessità a svolgere mansioni civili per conto del comando militare. Una settimana dopo l’avvio delle operazioni sull’isola, il governatore Alexander proclamava l’istituzione dell’Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT), l’organo incaricato della gestione dei territori occupati dalle forze alleate nel corso della loro avanzata in Italia <77. Testato in una sua versione preliminare nelle isole conquistate in giugno, il governo militare alleato doveva fornire la soluzione alle esigenze di controllo del territorio che derivavano dal collasso a livello locale della struttura amministrativa italiana che aveva seguito lo sbarco delle divisioni nemiche <78.
[…] La progettazione riguardante l’agenzia governativa incaricata di attuare le politiche punitivo-riabilitative immaginate dagli anglo-americani per l’Italia e mettere in pratica le direttive amministrative elaborate per il controllo del paese veniva avviata dal comando alleato il 13 febbraio 1943, quando l’AFHQ incaricava due ufficiali di approntare una serie di piani concernenti lo sviluppo del governo militare nelle regioni in cui l’autorità italiana sarebbe stata sostituita da quella del Comandante Supremo. Inizialmente, i due colonnelli americani Spofford e Holmes, consci della circoscritta utilità dell’esperienza americana in Nord Africa in prospettiva siciliana, guardavano all’unico precedente a loro disposizione, l’amministrazione britannica dell’Africa Orientale Italiana. L’esperienza nordafricana, per le sue radicali differenze con la situazione che avrebbe accolto gli Alleati in Italia, non forniva valide indicazioni sulle linee di applicazione dell’occupazione siciliana. La gestione britannica delle colonie africane strappate all’Italia nel primo anno di guerra garantiva invece un miglior punto di riferimento, pur essendo anche questo un modello scarsamente rispondente alle esigenze presentate dal caso italiano <79. Verso la fine di febbraio, Spofford si recava a Tripoli per studiare la dottrina e le pratiche del governo militare sotto la guida di alcuni ufficiali inglesi. La mancanza di efficaci precedenti che potessero guidare gli sforzi alleati, combinata con il tradizionale scetticismo con cui l’esercito si lasciava coinvolgere in operazioni non militari, sfociava nei mesi precedenti l’avvio della campagna d’Italia in una carente elaborazione teorica riguardante gli aspetti civili del governo militare. Un primo rapporto, presentato all’AFHQ agli inizi di marzo, proponeva un sistema di amministrazione combinata che veniva prontamente accolto da Eisenhower, il quale richiedeva si procedesse allo sviluppo di piani più accurati sulla linea consigliata dai due planners e prospettata da lui stesso il mese precedente <80. Lo schema inoltrato ai Combined Chiefs era interamente americano nella sostanza, malgrado fosse stato presentato come uno sforzo combinato dopo l’approvazione ricevuta dal governo inglese. Soltanto il 12 marzo Lord Rennel of Rodd veniva designato dal War Office per colmare il vuoto di rappresentanza britannica all’interno del meccanismo della pianificazione combinata <81, un ritardo che evidenziava la differenza fra i sistemi adottati dai due alleati: i civil affairs erano gestiti nella gerarchia americana dai JCS, rispondenti al Dipartimento della Guerra e non dello Stato, mentre gli inglesi, pur affidandone inizialmente la gestione ad un’agenzia militare, ne passavano il controllo durante le sue fasi iniziali al Foreign Office <82.
[NOTE]
76 Un contingente formato da 17 ufficiali americani sotto il comando di Poletti e 30 britannici di Benson era sbarcato con il resto delle truppe durante la notte del 10 luglio.
77 L’AMGOT era formalmente proclamato da Alexander il 18 luglio, cfr. NARA, CP, RG 331, ALLIED CONTROL COMMISSION ITALY, 1943-1947, HEADQUARTERS ACC (d’ora in avanti ACC), b. 129.
78 Nelle fasi immediatamente successive alla conquista di Pantelleria, le truppe occupanti avevano formato uno scheletro di governo militare alleato sulla base dei piani elaborati per la Sicilia.
79 L’occupazione britannica nell’Africa italiana aveva preso la forma di un dominio diretto sotto l’Occupied Enemy Territory Administration (OETA), mentre nei territori francesi del Nord Africa, per considerazioni di tipo sia politico che militare – tecnicamente si trattava di un territorio neutrale e i francesi disponevano di un governo ombra di forze libere controllato dagli Alleati, si era approntato un governo indiretto basato sulla collaborazione con l’amministrazione francese della coppia Giraud – Darlan. Il 22 novembre 1942 veniva firmato l’accordo Clark-Darlan che impegnava gli Alleati a supportare il governo locale e ad equipaggiare truppe francesi in vista di un loro futuro impiego nella lotta contro i tedeschi in cambio di un pieno supporto allo sforzo alleato nella campagna di Tunisia. Per ulteriori approfondimenti cfr. Jones, op. cit., e R.W. KOMER (a cura di), Civil Affairs and Military Government in the Mediterranean Theater, Office of the Chief of Military History U.S. Army, Washington D.C., 1950.
80 Per un dettagliato resoconto delle fasi iniziali della pianificazione cfr. Hearst, The Evolution of AMG Policy in Italy, cit. Il primo rapporto per Bedell Smith, capo di Stato Maggiore dell’AFHQ, risaliva al 2 marzo, la risposta di Eisenhower al 6.
81 Rennell arrivava ad Algeri il 6 aprile; già il 13 marzo Macmillan aveva esortato il Foreign Office ad affrettare la nomina di planners britannici ad accompagnare i due americani che avevano già iniziato i lavori.
82 Per un quadro di riferimento sulle modalità di gestione degli aspetti civili del governo militare cfr. il memorandum dei CCS, Planning for the Handling of Civil Affairs in Enemy Occupied Areas Which May Become Theaters of Operations, 22 marzo 1943, CCS 88/10. Una discussione dei JCS sul tema si ha il 20 aprile, in JCS, CDF, b. 18. Cfr. anche il promemoria di Haskell del 1 aprile, in Coles, op. cit., p. 95, in cui si fa riferimento ad una nota del Dipartimento di Stato di marzo che appoggiava un’amministrazione del territorio nemico di natura militare nella quale il dipartimento stesso «will have no administrative responsibility in the occupied area as long as military occupation continues». I civil affairs dovevano essere sottoposti a controllo militare durante le prime fasi dell’occupazione, così come proposto dal War Department e, parallelamente, dal Foreign Office, cfr. il telegramma a Makins del 12 marzo, in WO 216/162, in cui si suggeriva che la pianificazione dovesse proseguire «on assumption that responsibility in civil affairs will rest with the C-in-C during the initial period of military operations».
Marco Maria Aterrano, “The Garden Path”. Il dibattito interalleato e l’evoluzione della politica anglo-americana per l’Italia dalla strategia militare al controllo istituzionale, 1939-1945, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli Federico II, Anno Accademico 2012-2013

[…] Ma ancor più utile, al fine di meglio comprendere l’ambiguo indipendentismo sposato dall’Amgot fra il 1943 e il 1944, può essere il rivisitare l’importanza che durante l’occupazione gli americani assegnarono alla riorganizzazione dello sport siciliano. Ovvero un aspetto che, per quanto ostacolato dalle difficili contingenze belliche, veniva ad assicurare una notevole visibilità alle tendenze indipendentiste rappresentate dal Mis.
Fu segnatamente l’italo-americano Charles Poletti a decretare, l’11 novembre 1943, con ordine ufficiale n. 24 del governo militare Alleato quartier generale della Sicilia, lo scioglimento del Coni fascista e delle sue federazioni sportive e a stabilire di creare in sua sostituzione la Federazione siciliana degli sports (Fss), che aveva la propria sede al 161 di Via Cavour a Palermo. Un atto politico-amministrativo che, nella sua singolarità e rilevanza, merita d’esser riproposto integralmente:
“«Allo scopo di coordinare le attività sportive della Sicilia, in virtù dei poteri conferitimi, io Charles Poletti, tenente colonnello, ufficiale capo degli Affari civili della Sicilia, ordino:
– Che vengano sciolti in tutta la Sicilia i comitati del Coni, tutti i direttori di zona delle varie Federazioni sportive aderenti al Coni e di quelle non aderenti (Federazione motociclismo, rugby, pallacanestro).
– Che venga costituita la Federazione siciliana degli sports, che dovrà ricostituire i disciolti Comitati delle varie Federazioni.
– Che venga nominato a commissario straordinario della Federazione siciliana degli sports il signor Siino Orazio Erasmo, il quale assume pure le funzioni di commissario straordinario della Federazione giuoco calcio.
– Il commissario straordinario della Federazione siciliana degli sports provvederà alla nomina di commissari per i direttori regionali delle Federazioni atletica leggera, sports invernali, equestri, ciclistica, pugilistica, vela, tiro a segno, motociclistica, rugby e pallacanestro.
– I fondi, gli immobili e tutte le attività ed i carteggi delle disciolte Federazioni e del Coni verranno consegnati al commissario della Federazione siciliana degli sports» <5.
Con l’autorevole investitura di Charles Poletti, il quale aveva analogamente insediati a Palermo il sindaco separatista Lucio Tasca Bordonaro e assessore al Patrimonio e Istruzione pubblica il segretario generale del Mis Antonino Varvaro, Orazio Erasmo Siino (nato nel capoluogo regionale siciliano il 10 ottobre 1909, atleta delle palermitane Olimpia e Vigor e dal 1927 avviato a una brillante carriera da arbitro di calcio) s’impegnò con sollecitudine nelle consegne ricevute. Di lì a pochi giorni, il 24 novembre 1943, emanava il suo comunicato ufficiale n. 2 che informava circa la costituzione di una «Commissione per la riforma degli Statuti e Regolamenti» – composta da Giuseppe D’Alessandro, Cesare Billardello e Dante Martino – al fine di renderli conformi al nuovo clima democratico, e di un Comitato medico sportivo quale «organo consultivo della Federazione per l’indagine scientifica preventiva e l’assistenza sanitaria degli atleti» <6. […]
5 Cit. in T. De Juliis, Dal culto dell’indipendenza all’eredità rinunciata, Società Stampa Sportiva, Roma 2000, p. 123.
6 V. De Simone, Lo sport metafora di cittadinanza in Sicilia. Duecento anni di storia e storie, Serradifalco Editore, Palermo 2006, p. 68.
Sergio Giuntini, Sport, identità e regionalismo. La Federazione siciliana degli sports (1943-1944), quaderni della società italiana di storia dello sport, Sport e identità, Atti del II Convegno della Siss, a. I, n. 1, novembre 2012

E’ altresì fuori discussione che con la fine dei combattimenti e il caos totale nel quale piomba l’isola, il credito di cui viene investita la mafia dagli ufficiali alleati, permettono a quest’ultima, scompaginata dagli “eccessi terroristici” del prefetto Mori e del giudice Giampietro <44, di riorganizzarsi e di giocare un ruolo indiscutibile nella vita politica siciliana e da lì proiettarsi su quella nazionale <45.
Crollato per intero l’apparato statale fascista, gli alleati cercano fra i notabili locali (aristocratici, sacerdoti, proprietari terrieri) i detentori, se non di un potere reale, almeno di forme di influenza e di autorità, ai quali affidare funzioni amministrative e di raccordo tra governo alleato e popolazione civile. Molti dei sindaci che affiancheranno l’AMGOT saranno uomini “di rispetto” dell’onorata società e gli “antifascisti” rinchiusi nel carcere di Favignana dai tempi delle retate del prefetto Mori e liberati dagli uomini di Poletti e Corvo <46.
Da Calogero Vizzini, sindaco di Villalba, a Genco Russo, sovrintendente agli approviggionamenti; da Max Mugnani, responsabile dei magazzini farmaceutici americani, a Vito Genovese, ricercato dalla polizia americana e ritrovato, nelle vesti di interprete, nell’ufficio di Charles Poletti a Nola (Napoli), molti posti chiave saranno affidati a uomini d’onore nella speranza di controllare l’ordine pubblico e i rifornimenti alimentari minacciati dal mercato nero e dal pullulare di gruppi armati di sbandati, grassatori e banditi <47.
44 Sull’attività del Prefetto Mori e sulla valutazione complessiva della sua azione in Sicilia , cfr. S. Lupo, cit., pp.146-158 a cui rimandiamo per la bibliografia.
45 “L’invasione della Sicilia provocò problemi politici ben più gravi di quelli incontrati in Nord Africa. Nonostante il monito dell’affare Darlan, gli alleati agirono senza nessun chiaro principio politico. In Sicilia, per esempio, gli americani riarmarono la mafia che era stata sgominata dal fascismo”, in A.J.P. Taylor, cit., p. 196.
46 E’ stato Max Corvo, figlio di antifascisti siciliani emigrati in America, responsabile, dal Settembre ’43, delle missioni OSS in Nord Italia, a parlare diffusamente degli strettissimi rapporti di collaborazione avuti con esponenti mafiosi siciliani dopo lo sbarco nell’isola, nella trasmissione televisiva “Mixer” del 31/05/1993. E’ anche autore dell’opera autobiografica, M. Corvo, The OSS in Italy. A personal memoir, New York 1990. Essenziali cenni biografici si trovano in, R. Ciuni, cit., p.104 e pp.379-381; sui compiti di Corvo in Nord Italia cfr. Ennio Tassinari, Un “americano” nella resistenza, Longo, Ravenna 1992, p.18
47 cfr. M. Pantaleone, Omertà di stato, cit., pp. 119-120; R. Ciuni, cit. pp.105-6. Che il mercato nero fosse alimentato dallo stesso esercito americano, è confermato indirettamente dallo stesso MacMillan il quale, durante la sua seconda visita a Catania, annota: “L’albergo guarda sul molo e allora non si vedeva nessuno in giro, mentre ora freme di vita, con navi che scaricano notte e giorno (ma soprattutto di notte, ahimè!)…” in H. MacMillan, cit., p. 443.
Vito Paticchia, Gli alleati e l’insediamento delle prime amministrazioni comunali in provincia di Bologna. L’Italia da paese sconfitto a laboratorio politico, Patrimonio culturale Regione Emilia-Romagna

L’idea di questo progetto di ricerca è nata quando, leggendo alcune fonti, ho notato che emergeva da esse un’immagine dei militari alleati presenti in città ben diversa da quella, sedimentata nel discorso pubblico, che li rappresenta come allegri dispensatori di sorrisi, caramelle, sigarette e pane bianco: piuttosto, essi sembravano circondati da sentimenti di sfiducia, delusione, aperto odio. La presenza dei soldati alleati in Italia fino al dicembre 1947, quando ripartirono trascorsi i 90 giorni previsti dalla ratifica del Trattato di pace, è tra l’altro un terreno poco – o per nulla – battuto dalla storiografia. I pochi studi esistenti riguardano principalmente gli aspetti politici e diplomatico-istituzionali del rapporto tra italiani e alleati <83 oppure l’evolversi delle operazioni militari e l’avanzata degli eserciti verso nord <84. Persino la storia ufficiale dell’amministrazione militare alleata [AMGOT] in Italia fino al dicembre 1945 <85 non è mai stata tradotta.
Anche gli studi di storia locale sembrano caratterizzati da una lacuna cronologica: se, finora, sono stati numerosi gli studi sulla «liberazione» e sul passaggio degli alleati, pochi hanno, invece, riguardato la loro permanenza e la loro convivenza con la popolazione. La maggior parte delle storie della presenza alleata in Italia termina nell’aprile/maggio 1945, con la fine della guerra. In realtà, però, gli alleati rimasero nel paese ancora per mesi e, in alcune città, per anni. Secondo un’inchiesta dell’«Unità» – che si avviava allora, nel settembre-ottobre 1946, a rappresentare gli Usa e il blocco occidentale in termini sempre più ostili – stazionavano sul territorio italiano, dopo un anno e mezzo dalla fine della guerra, ancora 400mila militari stranieri, di cui 150mila polacchi.
Fanno, parziale, eccezione a questa lacuna storiografica – oltre che le numerosissime ricerche su Napoli, la cui lunga occupazione da parte degli alleati è stata uno degli episodi più celebrato in romanzi, film, spettacoli teatrali, oltre che nella memoria collettiva – alcuni studi sull’Italia centro-meridionale <86: alcuni di essi adottarono l’ottica di genere, in quanto le donne vissero (e in molti casi subirono) l’occupazione alleata molto più degli uomini. Per quanto riguarda l’Italia centro-settentrionale, invece, al di là di alcune raccolte di documenti alleati e poco altro <87, la presenza alleata sembra rappresentare un grande «rimosso»: sia sufficiente pensare ai due giorni di tafferugli provocati a Padova, nel dicembre 1946, da circa centocinquanta soldati britannici, autori di violenze e aggressioni contro i cittadini che avevano dimostrato la loro irritazione per i numerosi incidenti automobilistici di cui erano autori, per capire l’entità e le caratteristiche di questa presenza che a tutt’oggi non è stata studiata.
La storiografia italiana sembra non aver ancora affrontato in maniera approfondita il nesso liberazione/occupazione. Il termine «occupazione», infatti, non ha una connotazione necessariamente negativa: l’articolo 42 del Regolamento annesso alla IV Convenzione dell’Aja del 1907 affermava semplicemente che «un territorio è considerato come occupato quando si trovi posto di fatto sotto l’autorità dell’esercito nemico. L’occupazione non si estende che ai territori ove tale autorità è stabilita e può essere esercitata». In base alle disposizioni di diritto bellico internazionale, dunque, quella alleata in Italia fu chiaramente un’occupazione, almeno fino all’armistizio del settembre 1943 ma anche in seguito, tenuto conto che l’Italia non fu mai un paese alleato delle Nazioni Unite, ma solo cobelligerante. Secondo le più recenti interpretazioni storiografiche, inoltre, è il «fattore tempo», ovvero la permanenza prolungata, senza combattere, di truppe militari in un territorio a trasformarle in «occupanti», al di là delle motivazioni per cui erano venute <88.
È fondamentale, quindi, rifocalizzare il concetto stesso di «liberazione», interrogando il suo rapporto con quello di «occupazione», in un momento in cui, anche in campo internazionale, la dicotomia tra i due sembra farsi sempre meno netta: in questa riflessione vanno tenuti in primaria considerazione i «sentimenti» e gli «atteggiamenti delle popolazioni che si presume siano liberate» che, secondo lo storico Norman Davies, sono l’unico criterio per distinguere tra occupazione e liberazione <89.
[…] Se la più recente storiografia considera una «pacifica occupazione» quella di Gran Bretagna e Australia, tanto più si può utilizzare questa categoria nel caso italiano, in presenza di un «armistizio lungo», firmato il 29 settembre 1943, che parlava chiaramente di «occupazione» da parte delle nazioni unite del territorio italiano (art. 18) e della possibilità di esercitarvi «tutti i diritti di una potenza occupante» (art. 20) e di titoli dei quotidiani alleati, che, a proposito dell’avanzamento militare, facevano riferimento a città (Napoli, Roma, Firenze, ecc.) «captured», «taken», «occupied» e solo raramente «liberated». Tanto la Commissione alleata di controllo (Acc, poi Ac) quanto, ovviamente, il Governo militare alleato (Allied Military Government of Occupied Territories/Amgot, poi dopo l’armistizio Allied Military Government/Amg), inoltre, erano strutture militari, anche se la prima con funzioni particolari, e tali rimasero fino al 1947. L’ambiguo concetto di «cobelligeranza», inoltre, cancellava la differenza legale e, in una certa misura, pratica tra «occupazione» e «liberazione»: l’Italia non era né un nemico né un alleato.
Da un lato, dunque, l’Acc (Allied Control Commission) e l’Amg si configuravano come un governo di occupazione, mentre dall’altro rappresentavano i liberatori che, sconfiggendo i nazisti, permettevano la rinascita della democrazia. Accolti come liberatori, gli alleati presto cominciarono a essere percepiti dalla popolazione – delusa dal permanere delle difficili condizioni di vita e afflitta dalle intimidazioni, dalle aggressioni, dai furti, dalle rapine, dalle violenze sessuali (perpetrate e tentate), dagli omicidi e dalle umiliazioni di vario genere a cui era sottoposta – come occupanti che non si impegnavano per aiutare gli italiani. Questa percezione aumentò con il trascorrere del tempo: l’occupazione alleata durò molto – e molto più del previsto – e la presenza prolungata dei soldati alleati in Italia rafforzò la loro percezione come occupanti.
Probabilmente gli alleati furono tanto «liberatori» quanto «occupanti»: oggi si può affermarlo in termini sereni, senza degenerare nei toni sensazionalistici di certa pubblicistica più attenta a presentare un catalogo dei crimini alleati che ad affrontare una serena discussione storiografica <97 né incorrere negli effetti dell’eredità del diffuso «pregiudizio antiamericano» esistente in Italia <98. Tuttavia, a livello tanto politico-diplomatico quanto simbolico, la dialettica occupazione/liberazione ha rivestito un ruolo di primo piano nel dibattito sul mantenimento o meno della sovranità dell’Italia nel periodo successivo all’8 settembre 1943, che coinvolse molti giuristi – oltre ai tribunali – nel periodo tra la seconda metà degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50.
Già nel 1946 il professor Paolo Biscaretti di Ruffia si interrogò, commentando una decisione del Consiglio di Stato del 22 gennaio 1946, sulla natura giuridica e sui limiti ed effetti dei poteri esercitati in Italia dall’Amg <99 prima e dopo l’armistizio. Egli partiva dal presupposto che «l’occupazione bellica di una parte, o di tutto il territorio di uno Stato non opera alcun trapasso di sovranità, ma che invece il territorio occupato continua ad essere sottoposto all’antico soggetto sovrano, per quanto quest’ultimo – come è bene comprensibile – non possa esplicarvi, nella sua interezza, la propria potestà di governo» <100. In base all’art. 43 del Regolamento annesso alla IV Convenzione dell’Aja del 1907, infatti, nei territori occupati «l’ordinamento preesistente invaso può applicarsi e funzionare solo in quanto l’ordinamento dello Stato occupante gliene lasci la possibilità; ed il criterio essenziale per tracciare siffatte limitazioni è costituito dall’interesse bellico dello Stato occupante» <101. Biscaretti pose una distinzioni tra l’occupazione bellica – istituita in Sicilia attraverso l’Amgot, creato per «amministrare i territori dell’Italia nemica conquistati con la forza delle armi» <102: secondo la stessa Acc, del resto, durante questo periodo «gli italiani erano ancora ufficialmente nemici e le forze alleate, un’armata di occupazione; la popolazione perciò doveva essere considerata come ostile» <103 – e l’occupazione armistiziale successiva al «corto» e al «lungo» armistizio. Questa ultima, però, a causa della presenza di una terza forza – i tedeschi invasori di metà della penisola – non si caratterizzò come una pacifica preparazione del trattato di pace, ma mantenne molte delle caratteristiche dell’occupazione bellica. Del resto, anche l’articolo 20 dell’armistizio lungo del 29 settembre 1943, affermava che “senza pregiudizio alle disposizioni del presente atto, le Nazioni Unite eserciteranno tutti i diritti di una Potenza occupante nei territori e nelle zone di cui all’art. 18, per la cui amministrazione verrà provveduto mediante la pubblicazione di proclami, ordini e regolamenti. Il personale dei servizi amministrativi, giudiziari e pubblici italiani eseguirà le proprie funzioni sotto il controllo del Comandante in capo alleato a meno che non venga stabilito altrimenti”.
Anche il tribunale di Napoli, con sentenza n. 1438 del 4 giugno 1948, stabilì – nell’attribuzione della responsabilità relativa a un incidente ferroviario e dei relativi risarcimenti – che «l’occupazione bellica o armistiziale non determina alcun trapasso di sovranità, sibbene la coesistenza di due distinti ordinamenti statuali che operano ciascuno nella propria sfera. Durante l’occupazione alleata gli organi dell’amministrazione italiana sono rimasti tali e, di conseguenza, gli atti e le omissioni da essi compiuti sono riferibili allo Stato italiano» <104. Secondo il tribunale di Napoli, infatti, la dottrina giuridica, traendo spunto dalle convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907, era quasi unanime nel ritenere che l’occupazione militare non comportasse alcun trapasso della sovranità, anche se quella dello stato occupato risultava «in concreto limitata o compressa e talora ridotta allo stato potenziale per la situazione di preminenza e di prepotere che in determinate materie le norme internazionali riconoscono all’occupante» <105. Nello stesso territorio si trovavano così a coesistere due distinti ordinamenti statali che operavano ciascuno nella propria sfera, «secondo la delimitazione dei rispettivi poteri prevista dalle norme internazionali» <106. Ciò era tanto più valido, secondo il tribunale di Napoli, in un regime armistiziale: «L’armistizio, infatti, per la sua natura di convenzione, ossia di atto giuridico bilaterale, postula l’esistenza di due soggetti di diritto internazionale, cioè di due Stati sovrani, e tende appunto a disciplinare i loro rapporti per tutta la durata dell’occupazione» <107. Inoltre, «il Governo italiano non cessò punto di emanare norme giuridiche da valere anche nelle zone occupate, né di disciplinare l’attività dei propri organi operanti nelle zone stesse» <108.
[…] Il dibattito, in definitiva, non raggiunse alcuna posizione condivisa: a oggi, comunque, sembra accettata dalla dottrina la teoria per cui l’occupazione militare non comporta alcun trapasso della sovranità. Per la mia ricerca, tuttavia, è più importante chiedersi come la presenza alleata in Italia fosse percepita, tanto dagli italiani quanto dai militari alleati, al di là della forma giuridica della presenza di questi ultimi.
L’assenza di una ricostruzione complessiva della presenza degli alleati in Italia e dei loro rapporti con la popolazione – che tenga insieme il Nord e il Sud della penisola e si inserisca nell’ambito della riflessione storiografica internazionale sul rapporto tra occupazione e liberazione – rappresenta, a mio avviso, una lacuna storiografica molto importante, che si riflette in un vulnus nella costruzione di un giudizio condiviso su questa esperienza.
[…] È per questo, ad esempio, che la memoria italiana dei soldati britannici è basata su una loro rappresentazione come persone scostanti che odiavano gli italiani, senza tenere in considerazione che gli stessi militari, contro l’esercito italiano allora guidato dal regime fascista, avevano per tre anni combattuto in Africa e in Grecia, riportando decine di migliaia di perdite, e che era stata l’Italia a dichiarare guerra alla Gran Bretagna e agli altri paesi: in questa ottica, mi sembra che anche alcune ricostruzioni storiografiche sulla presenza alleata in Italia sottovalutino questi elementi, ripercorrendo invece i topoi di quella rappresentazione degli italiani durante la guerra che è stata definita di «blameless victimhood» <114, cioè di «vittimismo senza colpe». Allo stesso modo, spesso si sottovaluta che la mancanza di una rappresentazione problematica degli alleati in Italia sia dovuta non solo al ruolo che assunse la penisola durante la guerra fredda, ma a una reazione alla propaganda fascista della Repubblica di Salò, che aveva rappresentato le zone occupate dagli alleati come flagellate da fame, povertà, inflazione, prostituzione, violenze di ogni genere <115: l’immagine degli anglo-americani come «liberatori» era stata così ribaltata e richiamare elementi che potessero confermare questa visione sembrava, nell’immediato dopoguerra, dar ragione al neofascismo e cedere al revisionismo.
83 Cfr. D.W. Ellwood, L’alleato nemico: la politica dell’occupazione anglo-americana in Italia: 1943-1946, Feltrinelli, Milano 1977; E. Aga Rossi, L’inganno reciproco. L’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani del settembre 1943, Ministero per i Beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i Beni archivistici, Roma 1993 e E. Di Nolfo, M. Serra, La gabbia infranta: gli alleati e l’Italia dal 1943 al 1945, Laterza, Roma-Bari 2010.
84 Cfr. G. Shepperd, La campagna d’Italia: 1943-1945, Garzanti, Milano 1970; R. Lamb, La guerra in Italia: 1943-1945, Corbaccio, Milano 1996 e R. Atkinson, Il giorno della battaglia: gli Alleati in Italia: 1943-1944. Mondadori, Milano 2008.
85 C.R.S Harris, Allied military administration of Italy, 1943-1945, H.M. Stationery Off, London 1957.
86 Cfr. N. Gallerano, L’altro dopoguerra: Roma e il Sud, 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985; G. Chianese, Quando uscimmo dai rifugi”. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46), Carocci, Roma 2004; G. Gribaudi, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-1944, Bollati Boringhieri, Torino 2005; R. Ciuni, Stelle e strisce sui faraglioni: gli americani a Capri (1943-1945), La conchiglia, Capri 2005; M. Patti, Gli alleati nel lungo dopoguerra del Mezzogiorno (1943-1946), Tesi di dottorato 2007-2010 (tutor: Salvatore Lupo); M. Porzio, Arrivano gli alleati! Amori e violenze nell’Italia liberata, Laterza, Roma-Bari 2011.
87 D.W. Ellwood, Ricostruzione, classe operaia e occupazione alleata in Piemonte 1943-1946, «Rivista di storia contemporanea”, 3, 1974, pp. 289-325; R. Fornaca, La politica scolastica degli Alleati in Italia ed in Piemonte dopo la liberazione, «I problemi della pedagogia», 2, 1975, pp. 12-23; V. Paticchia (a cura di), Giulio e George: sindaci e governatori della liberazione in provincia di Bologna (1944-1945), Il Nove, Bologna 1995; M. Dondi, La lunga liberazione: giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti, Roma 1999; R. Absalom (a cura di), Gli Alleati e la ricostruzione in Toscana (1944-1945): documenti anglo-americani. 1, L.S. Olschki, Firenze 1988; Id. (a cura di), Gli alleati e la ricostruzione in Toscana (1944-1945): documenti anglo-americani. 2, Olschki, Firenze 2001; Id. (a cura di), Perugia liberata: documenti anglo-americani sull’occupazione alleata di Perugia, 1944-1945, L.S. Olschki, Firenze 2001; R. Ranieri (a cura di), Gli alleati in Umbria (1944-’45): atti del Convegno Giornata degli alleati, Perugia, 12 gennaio 1999, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, Perugia 2000; V. Belco, War, massacre, and recovery in Central Italy, 1943-1948, University of Toronto Press, Toronto 2010; F. Montella, La paura, le macerie, la rinascita: occupazione tedesca, bombardamenti alleati e avvio della ricostruzione nella Bassa Modenese (1943 – 1946), Gruppo Studi Bassa Modenese, Modena 2012.
88 D. Reynolds, Rich relations: the American occupation of Britain, 1942-1945, Random House, New York 1995; D.W. Ellwood, Liberati o occupati?, in R. Ruggero (a cura di), Gli alleati in Umbria (1944-’45): atti del Convegno Giornata degli alleati, Perugia, 12 gennaio 1999, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, Perugia 2000; Id., Liberazione/Occupazione in E. Gobetti, (a cura di), 1943-1945, la lunga liberazione, Franco Angeli, Milano 2007.
89 Ivi, p. 14.
97 G. Di Fiore, Controstoria della liberazione. Le stragi e i crimini dimenticati degli alleati nell’Italia del Sud, Rizzoli, Milano 2013.
98 M. Teodori, Destra, sinistra, cattolici: il pregiudizi antiamericano nel Novecento, in P. Craveri, G. Quagliariello (a cura di), L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004.
99 P. Biscaretti di Ruffia, Rilievi sulla natura giuridica e sui limiti ed effetti dei poteri esercitati in Italia dal Governo Militare Alleato, in “Giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione – Sezioni Civili,” 1946, I° semestre, pp. 413-8.
100 Ivi, pp. 413-4.
101 Ivi, p. 414. L’articolo 43 di cui si parla, testualmente, afferma che «l’autorità del potere legale essendo passata di fatto nelle mani dell’occupante, questi prenderà tutte le misure che dipendano da lui per ristabilire ed assicurare, quanto è possibile, l’ordine pubblico e la vita pubblica, rispettando, salvo impedimento assoluto, le leggi vigenti nel paese».
102 Ibidem.
103 L. Mercuri (a cura di), Resoconto delle attività svolte dal Governo militare alleato e dalla Commissione alleata di controllo in Italia, Quaderni Fiap, Roma 1975, p. 15.
104 “Diritto e giurisprudenza”, vol. IV, 1948, p. 334.
105 Ivi, p. 338.
106 Ivi, p. 339.
107 Ivi, p. 340.
108 Ivi, pp. 341-2.
114 P. Morgan, “I was there, too”: Memories of Victimhood in Wartime Italy, «Modern Italy», 14, 2009, pp. 217-31
115 Cfr. ad esempio B. Spampanato, A Roma si vive così, Modadori, Verona 1944 e Id., L’Italia “liberata”. Dopo la capitolazione, Edizione di “Illustrato”, Roma 1958.
Ilenia Rossini (Istituto italiano di studi storici – Napoli), Gli Alleati in Italia: incontri, scontri, scambi e rappresentazioni, Relazione all’Asmi Post-Graduate Summer School (University of Reading, UK, 22-23 giugno 2015)

Esiste a tutt’oggi un pesante ritardo della ricerca storiografica nell’analizzare i concreti effetti della presenza alleata nell’Italia del 1943-1945, specialmente da parte di studiosi italiani, anche se non sono mancati contributi importanti alla definizione degli aspetti politico-diplomatici dell’intervento alleato. <1
Tradizionalmente, nelle storie generali della Resistenza, si è sottolineato il «condizionamento » esercitato nei confronti del quadro politico interno, ricco di potenzialità democratiche vanificate, appunto, dalla logica restauratrice degli alleati. La verifica di questa tesi dovrebbe in realtà fondarsi anche su un’analisi ravvicinata delle misure e degli interventi concreti effettuati «sul campo» dagli organi di governo e di controllo alleati. Scopo di questa comunicazione è appunto quello di procedere a un primo sondaggio in questa direzione, utilizzando una documentazione senza dubbio parziale e incompleta ma di un certo interesse, che attiene specificamente ai problemi della riorganizzazione dello stato. L’analisi è rivolta principalmente al periodo che va dal settembre 1943 alla costituzione del primo governo Bonomi, sia perché è allora che si esercita un intervento più diretto degli anglo-americani sull’apparato statuale italiano, sia per le caratteristiche delle fonti esaminate. Per il periodo successivo, ci si è limitati ad alcune considerazioni di carattere generale e provvisorio, che attendono una verifica da ricerche più puntuali e documentate. Una ricostruzione complessiva dovrebbe in realtà basarsi in primo luogo sulle fonti archivistiche inglesi e americane (queste ultime solo parzialmente consultabili per gli studiosi stranieri), oltre naturalmente su quelle italiane conservate presso l’Archivio centrale dello stato e negli archivi dei CLN; la letteratura disponibile, tuttavia, scarsamente utilizzata finora a questo fine, offre una serie di spunti che, se non valgono certamente a rovesciare la tesi del «condizionamento», ne precisano il significato e restituiscono un quadro assai meno chiuso e determinato degli effetti della presenza alleata.
È nota nel complesso l’evoluzione della politica anglo-americana nei confronti dell’Italia. Nell’esaminarla, occorre resistere alla tentazione di tracciare una strategia coerente di intervento quale si delineerà nel dopoguerra: l’osservazione è valida in particolare per gli americani <2.
In una prima fase, l’interesse, diversamente accentuato, che inglesi e americani attribuiscono all’Italia è prevalentemente militare: per Churchill la campagna d’Italia s’inquadra nel tentativo di indirizzare verso i Balcani il potenziale anglo-americano in funzione di contenimento dell’avanzata sovietica e come alternativa all’apertura del secondo fronte in Francia; per Roosevelt, lo scacchiere italiano ha invece, fin dall’inizio, un’importanza secondaria. Quanto alle prospettive politiche, se appare evidente l’accordo fra i due partners nel non consentire un’evoluzione a sinistra e tanto meno rivoluzionaria della situazione italiana, le divergenze riguardano invece l’impronta da dare alla ricostruzione economica e politica del paese dopo la caduta del fascismo. Non va dimenticato infatti il carattere ideologico che le potenze alleate attribuiscono alla guerra, che dovrebbe comportare la distruzione alle radici del nazismo e del fascismo.
Sotto il tessuto ideologico, tuttavia, passano le politiche imperialistiche delle grandi potenze: non ancora definite, lo abbiamo già rilevato, ma pur sempre presenti. Ciò è soprattutto il caso della Gran Bretagna, che ha in mente il recupero incontrastato dell’egemonia nel Mediterraneo ed è perciò interessata a una riduzione se non all’annullamento del ruolo svolto dall’Italia nel settore.
Obiettivo questo che non corrisponde invece a un interesse americano, sia per lo scarso impegno all’epoca previsto in Europa sia per una concezione più lungimirante del proprio ruolo di potenza mondiale.
[…] Il breve esame qui compiuto della politica alleata nel periodo della guerra rinvia quindi a una analisi dei rapporti di forza interni e solleva alcuni problemi ai quali la ricerca storiografica non ha ancora dato risposta. Di questi, i più rilevanti sembrano essere due. Il primo nasce dall’esigenza di considerare più attentamente le ragioni e la dinamica attraverso le quali la politica alleata sposta progressivamente il suo sostegno dalle forze più tradizionalmente conservatrici (i liberali, i « democratici » prefascisti) alle nuove forze cattoliche: decisivi al riguardo sono i rapporti intrattenuti con il Vaticano.
Il secondo riguarda invece le forze di sinistra. Sembra legittimo chiedersi se una politica più decisa all’interno della coalizione governativa e un rapporto più stretto con l’esperienza ciellenistica del Nord (invece del privilegiamento dell’accordo fra i tre partiti di massa perseguito dal Partito comunista) e inoltre un’utilizzazione più spregiudicata dei margini concessi dalla politica americana non avrebbero potuto dislocare più in avanti lo stesso processo di riorganizzazione dello stato.
1 Cfr. M. Toscano, Val 25 luglio all’8 settembre, Firenze, 1966; G. G. Migone, A proposito de « L’Italia vista dall’America » di Gaetano Salvemini, in Problemi di storia nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, Torino, 1971. E. Aga-Rossi, che colgo qui l’occasione di ringraziare per l’aiuto fornitomi per questo lavoro, ha pubblicato la prima parte: La politica degli Alleati verso l’Italia nel 1943, in Storia contemporanea, III, 4 (die. 1972), pp. 847-895, di un ampio studio sui rapporti fra Italia e Stati Uniti nel 1943-45. Altri contributi sono venuti da L. Mercuri, Amministrazione alleata e vita politica nel «Regno del Sud», in Rivista di scienza politica e dell’amministrazione, V, 3, 1972, pp. 49-88 e La Sicilia e gli Alleati, in Storia contemporanea, III, 4, 1972, pp. 897-968.
2 Ha sviluppato ampiamente questa tesi, riferita all’intera politica americana sullo scacchiere mondiale, G. Kolko, The Politics of War. Allied Diplomacy and the World Crisis of 1943-1945, London, 1969, che sottolinea invece la coerenza e la tempestività dei progetti per la ricostruzione economica postbellica.
Nicola Gallerano, L’influenza dell’amministrazione militare alleata sulla riorganizzazione dello stato italiano (1943-1945) – Comunicazione presentata al convegno ‘Stato e regioni dalla Resistenza alla Costituente’, Milano, ottobre 1973 –, Italia contemporanea (già Il Movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973), n. 115 1974, Rete Parri

Il giorno dello sbarco in Sicilia, il 10 luglio 1943, le truppe angloamericane erano accompagnate dagli ufficiali civili dell’Allied Military Government of Occupied Territory (AMGOT) che avrebbero dovuto amministrare le zone dell’isola occupate dagli Alleati. La principale funzione dell’AMGOT era quella di mantenere la pace e l’ordine nelle retrovie, per permettere una buona condotta delle operazioni militari <1; inizialmente si articolava in sei divisioni, ciascuna responsabile di una singola disciplina di governo: Legal, Financial, Civilian Supply, Public Health, Allied and Enemy Property, Public Safety. A capo dell’AMGOT fu posto il comandante del 15° Gruppo di armate, il generale inglese Sir Harold Alexander, ma la direzione operativa spettava al maggior generale inglese Lord Francis Rennell of Rodd <2; figura fondamentale nella gestione delle operazioni sul campo fu il tenente colonnello Charles Poletti, capo degli Affari civili per la 7° Armata americana.
Completata la conquista della Sicilia, Poletti fu nominato governatore dell’isola, e le funzioni del governo militare si ampliarono. Fu così disposto l’invio di nuovi ufficiali civili, fra i quali un Educational Advisor, incaricato di amministrare la sfera dell’istruzione sotto la supervisione di Poletti. In breve tempo, anche i compiti dell’Educational Advisor si estesero e fu quindi istituita una nuova divisione dell’AMGOT incaricata di dirigere il settore scolastico e universitario, la Education Division. Successivamente, con la firma dell’armistizio, con lo sbarco delle truppe alleate nell’Italia peninsulare, e con la peculiare situazione politico-militare che era venuta a crearsi all’indomani dell’8 settembre, il Governo militare alleato dovette necessariamente incorrere in una lunga serie di riorganizzazioni interne per adattarsi ad un contesto in rapido mutamento. Inoltre, ad esso venne ad affiancarsi una nuova organizzazione, sempre posta alle dipendenze del generale Alexander, l’Allied Control Commission (ACC). Istituita il 10 novembre 1943, essa aveva tre funzioni: garantire il rispetto da parte italiana delle clausole dell’armistizio, assicurare che la condotta del governo italiano fosse conforme alle richieste degli Alleati, fungere da rappresentante delle Nazioni Unite in Italia <3.
La Commissione era formata da quattro sezioni: Militare, Politica, Economico-Amministrativa e Comunicazioni, ciascuna delle quali era suddivisa in sottocommissioni. Ogni sottocommissione doveva collegarsi con un ministero del governo italiano per farne le veci nelle regioni di occupazione e per mantenervi la supervisione sui territori che venivano via via restituiti agli italiani.
Poletti assunse la direzione della sezione Economico-Amministrativa dalla quale dipendeva la Education Subcommission. Per due mesi si verificarono conflitti di competenze fra ACC e AMGOT, finché le due istituzioni non vennero fuse nell’ACC-AMG (successivamente solo ACC). Allo stesso modo la Education Division confluì nella Education Subcommission.
Le attività della Education Division e Subcommission, e in particolare l’epurazione delle università, sono il tema che si cercherà qui di delineare. Essa era incaricata di rimettere in funzione un settore strategico, il sistema scolastico italiano, dopo averlo epurato dal fascismo e sperimenterà metodologie d’azione all’avanguardia che saranno presto imitate dalle altre divisioni del governo militare. Come si diceva, quello dell’istruzione era un settore di primaria importanza che era stato colonizzato dal regime fascista per piegarlo alle proprie velleità totalitarie. In particolare, le università erano state irreggimentate per farne ora il luogo dell’elaborazione delle teorie economiche, giuridiche e sociali del regime, ora la cassa di risonanza della sua propaganda. L’epurazione e la ricostituzione su basi democratiche del sistema scolastico e universitario italiano apparivano dunque agli Alleati una necessità stringente. Tali ambizioni ideali si accompagnavano però a esigenze certamente più contingenti e funzionali a una ordinata occupazione dei territori italiani: come riferì al proprio biografo uno degli ufficiali americani addetti all’istruzione, il capitano Willis Pratt, gli Alleati intendevano favorire il ritorno a scuola dei bambini per dare alla popolazione una parvenza di normalità, e facilitare così il mantenimento dell’ordine nelle zone occupate <4.
Ricostruendo l’azione della Education Division e Subcommission si possono individuare tre fasi distinte, determinate dall’andamento della Campagna d’Italia:
1. Dall’ottobre 1943 al giugno 1944 furono epurate le università del Sud e delle isole. Si tratta dei primi interventi del Governo militare alleato che, fra sperimentazione e improvvisazione, agì in maniera eterogenea nei diversi atenei. Questa fase è anche la più nota, grazie a uno studio di Enza Pelleriti <5 che ha come oggetto le università siciliane e il problema dei cosiddetti AM Professors.
2. Dal luglio 1944 al febbraio 1945 furono invece epurate le università dell’Italia centrale. Era divenuta una prassi costante quella di affidarsi a comitati di epurazione composti da docenti antifascisti italiani.
3. Dal maggio all’ottobre 1945 furono infine epurate le università settentrionali, seguendo procedure precise collaudate nell’Italia centrale […]
1 Il 1° maggio 1943, Dwight D. Eisenhower, Comandante supremo alleato per le operazioni nel Mediterraneo, aveva stabilito in un memorandum amministrativo i quattro principali obiettivi dell’AMGOT: sollevare le truppe da combattimento dalla necessità di provvedere all’amministrazione civile, ristabilire la legge e l’ordine fra la popolazione, rendere disponibili per le forze di occupazione le risorse economiche del territorio, promuovere gli obiettivi politici e militari delle Forze Alleate in vista di operazioni future (National Archives and Records Administration [d’ora in poi NARA], Record Group [d’ora in poi RG] 331, AMG, box 17, 10000/100/281, Allied Miltiary Government of Occupied Territory – AMGOT, Plan for military government of Italy, s.d., p. 1).
2 Lord Rennell era un esperto di affari fiscali e consigliere del governatore della Bank of England; era stato governatore militare di ben nove Paesi occupati dai britannici in Medio Oriente e Africa, e conosceva molto bene l’Italia poiché suo padre, James Rennell of Rodd aveva servito come ambasciatore a Roma dal 1908 al 1919 (NARA, RG.331, AMG, box 30, 10000/100/500, AMGOT Biografical Sketches, s.d.)
3 «The general functions of the Allied Control Commission, as laid down in the directive of the Combined Chiefs of Staff, are as follows: (a) To enforce and execute the instrument of surrender under the orders and general directives of the Allied Commander-in-Chief. (b) To insure that the conduct of the Italian Government conforms to the requirements of an Allied Base of Operations, especially transportation and communications. (c) To be the organ through which the policy of the United Nations towards the Italian Government and the relations between the United Nations and the Italian Government are handled». NARA, RG.331, Adjutant, box 121, 10000/101/273, Memorandum, 23/01/1944.
4 «Since most of the buildings had been destroyed, we put up tents for classrooms for the children. They were thrilled and the people impressed that the Army was interested in the education of their children. But the truth was that the Army was mainly interested in keeping order in the towns in their communication zone. Keeping the children in school was only a part of the psychological plan to get the civilian population back to normal», A.F. Nicholson, The story of a man. Dr. Willis E. Pratt, president Indiana University of Pennsylvania, Henry Hall Inc., Indiana Pennsylvania, 1966, p. 21.
5 E. Pelleriti, «Italy in transition». La vicenda degli «Allied Military Professors» negli atenei siciliani fra emergenza e defascistizzazione, Acireale, Bonanno, 2013.
Mattia Flamigni, Il ruolo del Governo militare alleato nell’epurazione universitaria italiana (1943-45) in

La riproposta di un opuscolo che appartiene ad un tempo storico eccezionale, così diverso da quello che ci è dinanzi, merita qualche parola, non solo occasionale, per spiegare ai lettori perché questa problematica entra a far parte della nuova collana dei «Quaderni della F.I.A.P.» ma anche per un tentativo di riflessione storiografica intorno al triennio 1943-1945, per quel che riguarda gli aspetti politici ed amministrativi dell’occupazione anglo-americana del territorio italiano e l’influenza che quegli avvenimenti hanno avuto sul futuro dell’Italia.
L’opuscolo in parola, «Il resoconto sull’attività del Governo Militare Alleato e della Commissione Alleata di Controllo», non porta una data, ma essa è facilmente riconducibile all’estate del 1945 e tratta, sia pure senza pretese di approfondimenti, dell’attività degli Alleati e del controllo che esercitarono sulle provincie via via liberate.
Certo l’opuscolo è edito dagli uffici della propaganda psicologica degli Alleati e questo spiega, in una certa misura, il carattere e la natura della pubblicazione volta a far conoscere agli italiani – sia pure a livello di prima informazione – i principali compiti d’assistenza da essi assolti ed un primo bilancio della loro opera di ricostruzione dei danni bellici.
Ma una lettura più attenta del fascicolo può suggerire altre considerazioni, non solo intorno agli organi del Governo Militare Alleato e della Commissione Alleata di Controllo, (diretta emanazione questa, degli Stati Maggiori Combinati) ma soprattutto sull’attività della propaganda psicologica, un fattore molto importante, nei confronti delle popolazioni italiane e, più in generale, sul peso e sul condizionamento esercitato dalla presenza degli Alleati nei confronti del quadro politico e civile italiano. Ecco una prima ragione dell’inserimento nella serie dei nostri «Quaderni» per l’intreccio e il riflesso che la vicenda degli Alleati ha avuto – come si diceva – sul futuro italiano. Un panorama dell’attività della propaganda psicologica sarebbe di grande interesse e costituirebbe – crediamo – la conferma di alcune ipotesi di fondo circa la vittoria delle armi alleate, sulle quali varrà la pena di riflettere.
Basterà far solo cenno, quasi per inviare al loro posto le numerose tessere del mosaico, all’attività sperimentata con successo, verso le truppe italiane nelle campagne militari di Tunisia e di Sicilia, allorquando le autorità della branca psicologica considerarono necessario indirizzare la loro capacità operativa verso quello ch’essi considerarono «lo spirito più debole tra gli eserciti dell’Asse».
Mi permetto, a questo proposito, di richiamare quanto ho osservato in un mio recente studio su «gli Alleati e l’Italia»: «già durante gli anni immediatamente anteriori la guerra, alle autorità inglesi e americane, era parso necessario conoscere meglio il nemico in tutti i suoi aspetti culturali, economici e sociali sia per gli scopi politici che di propaganda. Ciò portò allo stanziamento sempre più cospicuo di fondi per tali studi che furono poi noti come “studi sul carattere nazionale”. Subito dopo lo sbarco statunitense in Africa Settentrionale, quando apparve evidente l’ulteriore proseguimento delle operazioni militari dei due alleati sul continente europeo, (e con esso il problema dell’amministrazione dei territori occupati), quegli studi culturali furono intensificati e approfonditi anche in direzione di una più intensa indagine conoscitiva sulla realtà nazionale italiana.
[…]
LA LIBERA STAMPA
Nel campo alleato, fu fatto un passo avanti per sviluppare la «libertà di stampa», uno degli obiettivi della Conferenza di Mosca; si istituì l’«Allied Publication Board». Questo organismo comprendeva rappresentanti dell’ACC, dell’AMG, del PWB e della censura militare alleata. Aveva il potere di accordare o negare il permesso di pubblicazione a giornali e riviste e di controllare la distribuzione delle notizie in Italia. Fu durante questo periodo che un osservatore russo venne aggiunto alla Commissione.
I funzionari della Commissione erano in contatto giornaliero coi ministri italiani, ma il lavoro esecutivo era svolto da funzionari dell’AMG. Nelle zone amministrate dal governo italiano, la «defascistizzazione» era lenta e penosa, mentre sotto il controllo dell’AMG progrediva speditamente. 93 sindaci su 152 furono dimessi dall’AMG nella provincia di Cosenza; 70 su 89 in quella di Reggio; 27 su 32 in quella di Matera. Sia le difficoltà delle comunicazioni che le incertezze della giurisdizione rendevano il compito arduo. A un certo momento l’ACC si trovava a Brindisi, la sede del 15° gruppo di armata dell’AMG era a Bari e le retroguardie dell’AMG erano divise tra Palermo e Napoli. Appariva quindi indispensabile la fusione della Commissione coll’AMG, e ciò avvenne, come era stato previsto da molto tempo. Il 10 gennaio 1944, il Generale MacFarlane tornò a capo della Commissione, sostituendo il Generale Joyce. Due settimane più tardi, la Commissione ed il governo italiano cambiarono sede; quest’ultimo si insediò a Salerno e la Commissione stabilì un doppio Quartier Generale, a Napoli e a Salerno. Il trasferimento venne accompagnato dalla riorganizzazione dei vari gruppi del Governo Militare.
FUSIONE
Il Generale MacFarlane fu nominato Presidente Aggiunto e Commissario Capo della Commissione di Controllo Alleata, nonché Capo degli Affari Civili, sotto al Generale Alexander, che restava Governatore Militare. L’Ammiraglio Stone fu nominato Commissario Capo Aggiunto; il Generale MacSherry fu chiamato in Inghilterra al Quartier Generale Supremo Alleato. Il Generale Spofford diventò Capo Sezione del Governo Militare, e il Brigadiere Maurice S. Lush, il quale aveva sostituito Lord Rennel quale Capo della Sezione AMG del 15° gruppo d’armata, prese il posto di Commissario Esecutivo alle dipendenze del Generale MacFarlane. ll Colonnello Norman A. Fiske fu più tardi nominato Commissario Esecutivo Aggiunto.
Furono create quattro sezioni: Politica, Economica, Amministrativa e di Controllo Regionale. Alle dipendenze della sezione Economica furono poste le seguenti Sotto-commissioni: Viveri (che si occupava del razionamento interno), Lavori e Servizi Pubblici, Trasporti, Naviglio, Industria e Commercio, Lavoro, Agricoltura, Finanza. La sezione Amministrativa comprendeva le seguenti Sotto-commissioni: Legale, Salute Pubblica, Interni, Sicurezza Pubblica, Monumenti, Belle Arti e Archivi, Controllo della Proprietà, Educazione. La sezione del Controllo Regionale s’incaricò dell’amministrazione generale e dei contatti diretti con gli AMG regionali e dell’esercito. Si occupava anche dei profughi e dispersi. C’era poi un certo numero di sotto-commissioni indipendenti: Esercito, Marina, Aviazione, Comunicazioni e Riserve di Materiale Bellico.
Questa nuova organizzazione dal nome alquanto pesante – ACC-AMG – era però flessibile nel suo funzionamento. Poteva adattarsi facilmente alle necessità della situazione italiana: lavoro di prima linea colle armate; collaborazione coi funzionari italiani nelle retrovie; collegamento consultivo coll’«Italia del Re». Essendo i suoi funzionari riuniti sotto un comando unico, potevano spostarsi facilmente da un punto all’altro, secondo le esigenze.
ESTENSIONE DEI POTERI
L’autorità del nuovo comando si estendeva alle zone amministrate dall’AMG della 5ª e 8ª armata e alle seguenti regioni: (Reg. I) Sicilia, (Reg. II) Calabria e Lucania, e, dal punto di vista consultivo, Puglie, (Reg. III) Campania, (Reg. IV) Lazio-Umbria (di cui solo una piccolissima parte era in mani alleate), (Reg. V) Abruzzi-Marche e Sardegna. Quest’ultima era stata controllata da una missione alleata speciale, per poi passare sotto il controllo della Commissione il 31 gennaio. Il 22 gennaio 1944, gli alleati sbarcavano ad Anzio e i funzionari dell’AMG, come al solito, seguivano le truppe.
Questo rapido succedersi di avvenimenti ebbe fine colla tanto attesa consegna dell’Italia meridionale al governo di Badoglio e colla prima conferenza dei Commissari regionali dell’ACC. Il trasferimento fu annunciato il 10 febbraio 1944 dal Maresciallo Sir Henry Maitland Wilson (allora Generale e Comandante Supremo Alleato nel Mediterraneo) dietro approvazione del Consiglio Consultivo per l’Italia. La Sicilia, la Sardegna e il territorio italiano a sud delle province di Salerno, Potenza e Bari, passarono al governo italiano.
Alcune condizioni furono poste, per salvaguardare le opere militari e proteggere i funzionari italiani nominati dall’AMG, durante l’occupazione alleata. Il trasferimento, contemplato fin dal novembre, era una prova del desiderio sincero degli alleati di vedere il governo italiano affermarsi, ma anche un provvedimento disposto allo scopo di rendere disponibili i pochi funzionari per le operazioni in altri settori. Il trasferimento di questo territorio al Governo Italiano non porta nessuna diminuzione nel personale dell’ACC.
In tutto il territorio italiano, l’ACC restò a custodia della legge e dell’ordine, volendo avere le prove dell’efficienza dell’amministrazione italiana prima di rinunciare interamente alle sue responsabilità. Quantunque, dal momento della consegna, tutti i decreti e gli ordini venissero firmati dagli italiani, gli alleati dovevano assicurarsi che tali ordini e decreti non fossero in conflitto coi termini dell’armistizio. In quanto alla sicurezza pubblica, alla finanza, ai rifornimenti, tutti di origine alleata, e alle comunicazioni, l’ACC non poteva abbandonare immediatamente ogni controllo. Il trasferimento avvenne gradatamente. Alla fine di gennaio, c’erano in Sicilia 176 funzionari; un mese più tardi, dopo l’avvenuto trasferimento, furono ridotti a 153; alla fine di marzo, erano 128; alla fine di maggio 111, e alla fine di ottobre ne rimanevano 358.
La prima riunione formale delle Commissioni Regionali, tenuta a Napoli il 3 marzo 1944, fu un avvenimento importante nella storia della Commissione. Per la prima volta, studiando i rapporti dei capi delle sotto-commissioni e dei Commissari Regionali, fu possibile farsi un quadro completo dei problemi affrontati e risolti.
Il Maresciallo Alexander si interessò molto al triplice compito svolto dalla Commissione: soccorso agli italiani bisognosi, appoggio al governo italiano per aiutarlo a raggiungere lo status di cobelligeranza, creazione di una nuova vita democratica in un paese oppresso dal fascismo.
C’erano ancora molte difficoltà da superare e molti problemi restavano insoluti. Era stato fatto tuttavia un grande sforzo per stabilire un governo abbastanza forte da distogliere una parte del peso delle responsabilità alla Commissione. L’organizzazione era più coerente, la linea di condotta più uniforme, i risultati pratici raggiunti più numerosi malgrado le difficoltà.
[…]
QUESTIONI POLITICHE
A metà febbraio, il Generale Mason MacFarlane aveva quasi completato il suo compito di fondere l’ACC e l’AMG in un unico organismo. Sembrò giunto il momento adatto di sviluppare le relazioni coll’amministrazione italiana. Tuttavia, una serie di violenti incidenti politici portarono alla creazione di un nuovo governo italiano, su basi più larghe, secondo i desideri espressi dalle Nazioni Unite alla Conferenza di Mosca. A Napoli, la Giunta di «opposizione» formata dai sei partiti, si era ribellata a certe dichiarazioni fatte dal Primo Ministro Churchill alla Camera dei Comuni, il 22 febbraio 1944. Churchill aveva detto che solo dopo la liberazione di Roma si sarebbe potuto formare un governo italiano più rappresentativo. Il 4 marzo, i partiti decisero di fare interrompere il lavoro per 10 minuti, in segno di protesta, riprendendo il tempo perduto con 15 minuti di lavoro straordinario alla fine della giornata. Lo «sciopero» non fu permesso, perché avrebbe intralciato lo sforzo bellico. Fu invece concessa l’autorizzazione a una riunione di massa che ebbe luogo il 12 marzo. Questo era d’accordo colla linea di condotta costante, dell’ACC: accordare la massima libertà politica purché non fosse di pregiudizio alla sicurezza militare.
Il rapido succedersi degli eventi politici faceva prevedere la formazione di un nuovo governo italiano. L’ACC avrebbe quindi dovuto trattare con una nuova serie di funzionari.
Il 14 marzo, la Russia Sovietica accordo il riconoscimento «de facto» al governo Badoglio. Il 26 marzo, Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista Italiano, tornò dalla Russia col consenso del Consiglio Consultivo per l’Italia. Il 1° aprile il Partito Comunista annunciò che era disposto a far parte del governo Badoglio, ed il 6 aprile, la Giunta dei sei partiti ritornò anch’essa sulla sua decisione. Il 12 aprile il Re d’Italia dichiarò che si sarebbe ritirato e nominò suo figlio, il Principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Regno, a partire dal giorno in cui gli alleati sarebbero entrati a Roma. Sempre col Maresciallo Badoglio alla presidenza del Consiglio, e con le rappresentanze dei sei partiti, venne formato un nuovo gabinetto che si riunì per la prima volta il 27 aprile, dichiarò l’accordo di tutti i partiti per lo sforzo bellico, e rinviò la questione istituzionale a dopo la fine delle ostilità.
Mentre il governo italiano era travagliato da questi riassestamenti, bisognava pensare all’esistenza di circa 10 milioni d’Italiani. Il compito ricadeva sulle spalle dell’ACC. Dopo il trasferimento di territorio, le condizioni delle Puglie apparvero peggiori di qualsiasi previsione: l’epurazione dei fascisti negli strati più bassi della popolazione era molto in ritardo e la riapertura delle scuole egualmente. In Sicilia, le ferrovie erano amministrate interamente dagli italiani, sotto la sorveglianza della Commissione Alleata. A Napoli, fu organizzata una «settimana di pulizia», grazie a 5000 latte di benzina e a 60 camion concessi a tale scopo dalle autorità militari. Il mercato nero di Napoli continuava a prosperare; ad esso era imputabile la maggior parte dei reati giudicati tanto dall’AMG quanto dai tribunali italiani. In una settimana, ad esempio, vennero giudicati 573 casi e pronunciate 497 condanne. Un corpo speciale di polizia italiana in borghese venne formato per combattere i ricettatori, ma non ottenne buoni risultati. Attraverso le montagne da Bari in su, sfilava una continua processione di contadini, carichi di sacchi. I posti di blocco, anche avendo una disponibilità di personale sufficiente, non avrebbero potuto arginare questo movimento. Le malattie veneree dilagavano e vennero prese misure energiche per ospedalizzare ed isolare le prostitute infette. Le cucine economiche davano da mangiare a 10.000 persone al giorno. Nella regione campana, furono riparate 46 chiese, di cui 38 a Napoli, compresa la chiesa di Santa Chiara, dove furono messe in salvo le tombe reali degli Angiò. Le cattedrali di Capua e Benevento furono anche restaurate e in quest’ultima si poterono recuperare le famose porte di bronzo del XIII secolo. L’antica Pompei, colpita nei giorni precedenti l’invasione da 200 bombe, fu riassettata e i palazzi reali di Napoli e di Caserta, protetti da ogni ulteriore pericolo.
UN PROBLEMA SERIO
I profughi italiani – e non italiani – diventavano un problema sempre più serio. Una organizzazione separata per i profughi italiani era stata creata il 4 febbraio 1944. Il movimento dei profughi nelle zone dell’8ª armata si era ridotto ad appena 800 al mese, ma nel territorio della 5ª armata (in parte come conseguenza dello sbarco di Anzio) era salito a 14.000. Oltre ai due centri esistenti altri tre campi erano stati stabiliti nell’Italia occidentale e uno nell’Italia orientale, per una capacità totale di circa 15.000 persone. Il problema degli sfollati nel sud era stato risolto da comitati di assistenza insieme al governo italiano. Furono installate cucine economiche nei diversi centri, nei punti di passaggio e nelle stazioni ferroviarie. Alla fine di marzo, il numero totale dei profughi italiani si aggirava intorno ai 60.000. Durante quel mese, circa 14.000 sfollati erano passati tranquillamente dalle zone di battaglia attraverso i campi di smistamento, dove venivano lavati, nutriti ed alloggiati; dopo aver ricevuto le cure mediche e lasciato le loro generalità erano inviati nelle varie regioni dell’Italia meridionale e in Sicilia, per non gravare troppo sulle risorse dei comuni o delle città.
Alla fine di marzo furono pronti nove campi per profughi non italiani nell’Italia meridionale; fu così possibile far fronte all’afflusso sempre crescente che arrivava dall’altra sponda dell’Adriatico. In questi campi, lo sbarco, il transito, il nutrimento ed il vestiario dei profughi dovevano essere improvvisati d’urgenza; e di questo si occupavano dei funzionari scelti in ogni sezione della ACC. Fra di essi vi erano professori, specialisti di monumenti e belle arti, avvocati, scrittori, finanzieri, agricoltori, chiunque insomma potesse essere disponibile, senza considerazioni di età o di esperienza. Dovevano occuparsi come meglio potevano di una massa di donne, bambini, e vecchi, che si trovavano nella miseria più assoluta e appartenevano a non meno di 29 nazionalità diverse: arrivavano disordinatamente in campi dove i trasporti ed i rifornimenti erano ridotti al minimo. Per di più, siccome ben presto apparve chiaro che parecchi di questi profughi erano andati dai tedeschi, fu necessario creare un sistema di accurata discriminazione. In aprile, il mese peggiore, arrivarono 7.700 profughi; circa 2.000 in un giorno solo. Alla fine di aprile, il totale ammantava a 23.000, di cui 11.000 venivano dal Medio Oriente.
SITUAZIONE ALIMENTARE CRITICA
La situazione viveri era, come al solito, critica. Si dovevano continuamente rivedere i progetti per il futuro, le importazioni restavano sempre sottoposte alle esigenze militari. Ai commissari regionali fu impartito l’ordine di far sì che gli italiani seminassero quanto più grano era possibile, in modo da limitare le importazioni al minimo. Bisognava servirsi del sistema italiano degli ammassi, anche se impopolare, perché era il solo efficiente. Il prezzo stabilito per ogni quintale di grano, in vista del rincaro della vita, doveva essere di 900 lire per quello tenero e di 1000 lire per quello duro. Il raccolto, insieme alle importazioni, doveva permettere di portare la razione base per l’Italia a 200 grammi di pane al giorno.
In marzo, 32.000 tonnellate di semenze di patate arrivate dal Canada, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, furono distribuite dalla sotto-commissione per l’agricoltura ai contadini della Sicilia, delle Puglie e della Campania: quest’ultima ricevette una parte maggiore perché coltivasse patate per le altre regioni. Grazie agli sforzi della sottocommissione delle comunicazioni, il servizio postale con l’estero fu ripristinato il 16 febbraio 1944 e 20.000 lettere e pacchi dall’estero furono distribuiti a Napoli. La sotto-commissione delle finanze decise di consentire l’invio di assegni da parte degli emigranti, che una volta costituiva una fonte di valuta pregiata per le finanze italiane. Una missione del Ministero della Guerra degli Stati Uniti arrivò in Italia per controllare l’attività finanziaria della Commissione. Per la prima volta, dall’armistizio, il carbone della Sardegna arrivò in quantità considerevoli e venne distribuito in Sicilia e sul continente.
L’ERUZIONE DEL VESUVIO
Un avvenimento sensazionale, che distolse l’attenzione dalla politica e sostituì perfino le notizie di guerra nelle prime pagine dei giornali, successe verso la metà di marzo: l’eruzione del Vesuvio il 18 marzo. Il cratere del vulcano era franato il 13 marzo. L’eruzione cominciò alle 16,30 del 18 e fu la più violenta da quarant’anni. Durante i sei giorni di attività, il Vesuvio emise 500.000 metri cubi di lava all’ora ed i torrenti di lava erano larghi quasi 50 metri, ed avevano una profondità di più di 10 metri. Persino gli aeroplani tedeschi sorvolarono il Vesuvio per vedere lo spettacolo. La lava infuocata scese per i dirupi a minacciare i villaggi annidati sulla montagna, ed il 20 di marzo cominciarono a crollare le case a San Sebastiano, Massa di Somma e Cercola.
L’ACC però aveva previsto questa eventualità e 300 camion prelevati sia dalle unità militari che dal deposito della Commissione stessa, provvidero ad evacuare gli abitanti e le loro masserizie e a portarli a una distanza sicura. L’operazione fu diretta dagli ufficiali e i funzionari della Commissione e da 100 agenti della polizia militare, inviati d’urgenza. La Croce Rossa installò delle cucine; in tutto vennero soccorse 20.000 persone. Il vulcano si calmò finalmente, ma non prima di avere emesso nuvole di fittissima cenere nera che il vento portò fino a Bari e all’isola di Capri, e che rovinò migliaia di ettari di terreno e i raccolti di primavera. 600 persone a Massa e 215 a San Sebastiano ebbero le case distrutte.
L’ESERCITO ITALIANO
Il contributo delle forze armate italiane allo sforzo bellico andava crescendo costantemente, sotto la guida delle tre sotto-commissione dell’ACC – Aviazione, Marine ed Esercito. La flotta italiana faceva servizio di scorta ai convogli e trasporto di truppe dall’Africa settentrionale a Napoli. Fu apprezzato il lavoro dei sommergibili italiani che, durante le operazioni nell’Egeo, portarono viveri e rifornimenti alle truppe, sempre sotto un intenso bombardamento. Gli aeroplani italiani da caccia, bombardamento e ricognizione, sotto la direzione alleata, avevano eseguito 3.000 voli di guerra e si prevedeva che sarebbero arrivati a 1.000 voli al mese, nonostante il materiale scadente.
Nel dicembre del 1943, si formò un corpo di liberazione italiano, una vera e propria unità di combattimento. Dopo un periodo passato a fianco della 5ª armata, entrò in azione il 31 marzo 1944, sul fronte dell’8ª armata, partecipando alla conquista del Monte Marrone in un attacco di sorpresa. Le autorità militari alleate avevano approvato la collaborazione di truppe italiane, ma in tutta l’Italia liberata, l’equipaggiamento italiano bastava appena per 30.000 uomini e non vi era possibilità di rinnovarlo. La prima unità italiana ad entrare in azione fu una compagnia di mulattieri, che, il 9 dicembre 1943, subì 14 perdite, tra morti e feriti.
La caratteristica del periodo Napoli-Salerno (periodo statico in quanto ad azioni belliche) fu la stretta collaborazione tra i ministeri governativi e le corrispondenti sotto-commissioni della CCA. Settimanalmente, ed in certi casi giornalmente, avevano luogo riunioni tra i ministri ed i funzionari alleati; si arrivò ad una intesa definitiva, che sarebbe stata impossibile nei primi tempi, quando c’era ancora una certa diffidenza. La sotto-commissione dell’Educazione, ad esempio, sottomise al ministro italiano dell’educazione tutte le misure da applicarsi, anche in territorio amministrato dall’AMG, perché potesse discuterle ed approvarle. Il ministro, dal canto suo, non prendeva alcun provvedimento senza consultare la commissione ed esser sicuro di non intralciare il lavoro di essa nelle zone avanzate.
Questo fu anche un periodo di preparazione e di revisione. Vediamo, per esempio, il lavoro svolto dalla sotto-commissione degli Interni (più tardi conosciuta come sotto-commissione di governo locale). Essa si occupava principalmente dell’organizzazione del governo democratico nelle province e nei comuni italiani. L’esempio era stato dato in Sicilia, col ristabilimento delle Giunte Comunali e delle Deputazioni Provinciali, non ancora elettive, ma rappresentanti tutte le categorie. Da Salerno, i membri della sotto-commissione partirono per un giro d’ispezione in tutta l’Italia liberata per studiare sul posto le condizioni politiche e psicologiche della provincia e per sollecitare i prefetti indolenti ad occuparsi maggiormente della democratizzazione. La sotto-commissione si preoccupava anche di vagliare e scegliere i prefetti che un giorno avrebbero dovuto sostituire quelli che, certamente sarebbero mancati nelle province del Nord, ancora occupate dal nemico. Organizzava inoltre dei corsi di amministrazione locale, a mezzo di conferenze tenute dallo Stato Maggiore della Commissione e da funzionari italiani.
L’OFFENSIVA ALLEATA
Questo periodo terminò coll’offensiva alleata sferrata l’11 maggio 1944. L’8ª armata fu trasferita segretamente sul fronte di Cassino e i funzionari dell’AMG dell’8ª armata iniziarono il lavoro fra le rovine, il 18 maggio. La travolgente avanzata delle forze alleate lasciò dietro a sé città e villaggi devastati. Nella zona fra Cassino e il mare, intere zone erano inabitabili; ciò creò un nuovo problema per l’AMG. Gli sfollati, che si erano nascosti sulle colline, scesero a Fondi e a Terracina dopo la liberazione, aumentando così la popolazione normale del doppio e del triplo. Quasi 100.000 civili furono nutriti giornalmente nelle città distrutte. I funzionari della 5ª e dell’8ª armata, addetti al rifornimento, dovettero stabilire dei centri di rifornimento di prima linea, per seguire la rapida avanzata. C’era anche scarsità di medici.
[…]
Le truppe alleate entrarono a Roma il 4 giugno 1944. Nelle prime ore del mattino successivo, l’AMG della 5ª armata si installò nella capitale e mise i carabinieri alle dipendenze dei funzionari di pubblica sicurezza del Governo Militare. Costoro avevano assunto il controllo di tutta la città divisa in dieci distretti e ne informavano per radio il Quartier Generale, stabilito al Campidoglio.
La città, che non aveva subito né bombardamenti alleati, né le rapine tedesche, era quasi incolume, sebbene molti edifici fossero minati. La pressione dell’acqua era bassa per via dei danni causati all’acquedotto principale della città. Le due centrali elettriche erano intatte e funzionavano, ma la principale fonte di energia elettrica di Roma, – la centrale idro-elettrica di Terni – era stata sistematicamente distrutta dai tedeschi. La città poteva disporre solo dai 25.000 ai 30.000 kilowatts mentre il suo fabbisogno normale era di circa 115.000 kilowatts.
Automezzi carichi di viveri entrarono nella città insieme agli elementi avanzati dell’AMG e 350 tonnellate al giorno arrivavano regolarmente dai grandi depositi di Anzio, per nutrire la popolazione: a Roma vi erano 1.400.000 possessori di carte annonarie oltre ai rifugiati che si ritiene ammontassero a circa 200.000 o 300 mila persone. Entro una settimana le banche furono riaperte. I piani dell’AMG furono attuati senza difficoltà. L’occupazione di Roma può considerarsi come l’operazione più semplice nella storia del Governo Militare, grazie all’opera e l’aiuto dei partigiani.
La seconda fase – quella di stabilizzazione – cominciò dopo soli 10 giorni, quando l’AMG lasciò la città perché il fronte della 5ª armata si era allontanato dalla capitale. Fu creata una speciale «Regione romana» che si doveva occupare della città e della zona circostante compresa nel governatorato di Roma.
I consiglieri politici della Commissione di Controllo Alleata, addetti all’AMG della 5ª armata entrarono immediatamente in contatto con il comitato di liberazione nazionale. Il Re d’Italia trasmise i suoi poteri al Principe di Piemonte, che diventò il Luogotenente Generale del Regno. Il Maresciallo Badoglio rassegnò le sue dimissioni e quelle del suo Gabinetto; poi venne a Roma l’8 giugno per tentare di formare un nuovo governo basato sui sei partiti del C.L.N. Badoglio, tuttavia, non ebbe successo, ed il nuovo Gabinetto fu formato da Ivanoe Bonomi, ex primo ministro e presidente del comitato di liberazione nazionale.
La Commissione di Controllo Alleata, che aveva come compito principale quello di istituire un governo italiano capace di far servire le risorse del paese allo sforzo bellico degli alleati, si affrettò a facilitarne il trasferimento a Roma (15 luglio). Anche la Commissione trasferì il suo Quartier Generale nella capitale, lo stesso giorno.
IL NUOVO CAPO
Il 22 giugno, il generale MacFarlane, commissario capo, si ammalò e dovette tornare in Inghilterra per subire una grave operazione. Fu sostituito dall’ammiraglio Stone, capo commissario aggiunto, con il titolo di «capo commissario in carica». Una volta che l’amministrazione nazionale italiana fu di nuovo stabilita nella sua sede tradizionale, il consiglio consultivo per l’Italia approvò un secondo trasferimento di territorio al governo italiano (20 luglio), che comprendeva le province di Napoli (escluso il comune ed il porto di Napoli, che rimanevano zona militare alle dipendenze dell’AMG), di Avellino, di Benevento, di Foggia e di Campobasso. Un terzo trasferimento di territorio previsto per il 15 agosto, doveva comprendere le province di Roma (la capitale inclusa), Littoria e Frosinone.
Il governo italiano e la Commissione di Controllo Alleata erano così installati tutt’e due nella capitale, come era stato progettato quasi un anno prima. Pur nella loro varietà, i problemi ai quali dovevano far fronte apparivano complicati, in un certo senso, dalla atmosfera stessa della Città Eterna. Il popolo di Roma è l’erede di molti secoli di tradizione imperialistica. La presenza del Vaticano attirava gli sguardi del mondo intero sulla città ed i suoi cittadini. I romani erano stati appena toccati dalla guerra ed erano ben lungi dall’aver subito quello che soffrirono, per esempio gli abitanti di Londra. Il malcontento dei romani si rifletteva nella stampa della città.
Delle quattro libertà stampate sulle Amlire, la libertà di parola si era imposta con straordinaria rapidità. Al suo arrivo, il generale Hume, SCAO dell’AMG della 5ª armata, annunciò che vi sarebbe stata una completa libertà di parola, mitigata, naturalmente, dalla solita censura militare. La stampa romana presentava, per l’Ufficio delle Pubblicazioni Alleato, un problema nuovo e molto vasto. Prima della liberazione di Roma, esso aveva dovuto occuparsi di circa 15 giornali quotidiani e più di 115 settimanali nell’Italia liberata.
Ora si trovava di fronte ad una capitale di circa due milioni e mezzo di abitanti, servita da giornali di fama mondiale, quali il «Messaggero» e il «Giornale d’Italia». In un primo tempo, tutti i giornali che fossero stati o meno portavoce del fascismo continuarono ad uscire, ma dopo due giorni, l’intera stampa fascista fu soppressa e fu messo in atto il piano dell’APB (Ufficio delle Pubblicazioni Alleato).
IL PIANO DELLA COMMISSIONE ALLEATA PER LE PUBBLICAZIONI
In base a questo piano, ognuno dei sei partiti al governo aveva il diritto di pubblicare un giornale; due giornali erano permessi ai gruppi di opposizione (e cioè ai partiti non rappresentati nella coalizione), e due agli «indipendenti». In tutto, compresi l’«Osservatore Romano», organo del Vaticano, ed il «Corriere di Roma», stampato dal PWB, dodici quotidiani venivano pubblicati nella città. Il difficile compito di concedere i permessi per le nuove pubblicazioni nel territorio dipendente dal governo italiano, fu trasferito ad una commissione della stampa italiana. Da principio, l’APB si riservò il diritto di mettere il veto alle decisioni della commissione; in seguito diventò un semplice organo di controllo per ciò che riguardava gli interessi alleati.
Roma era un punto centrale, da dove era possibile vedere gli avvenimenti in giusta prospettiva. A Roma, per esempio, la sotto-commissione delle finanze poté finalmente entrare in contatto con l’ufficio centrale della Banca d’Italia. (Il suo governatore, Azzolini, fu esonerato dalle sue funzioni. Più tardi egli fu processato e condannato a 30 anni di reclusione per aver permesso ai tedeschi di asportare i 55.000 kg. di riserva aurea italiana).
L’AMG della 5ª armata era entrata nella città con 600 milioni di lire italiane e 240 milioni di Amlire; questa somma fu depositata alla Banca d’Italia. La fiducia del pubblico è illustrata dal fatto che ogni giorno i versamenti erano superiori di 4 o 5 milioni ai depositi ritirati. In agosto, l’acquisto di buoni del tesoro fatto dai romani, superò le vendite di 3.500 milioni di lire: fu cioè tre volte superiore alla somma investita in tutta l’Italia meridionale durante l’anno fiscale 1943-44. I depositi bancari crescevano costantemente, al ritmo di tre miliardi di lire al mese.
La politica finanziaria della Commissione Alleata può essere considerata come un successo. Questa politica era basata su tre principi fondamentali: la riapertura delle banche al più presto possibile; l’organizzazione e il potenziamento della Banca d’Italia, in modo che potesse finanziare le spese del governo italiano; la riduzione del deficit e la consolidazione del credito nazionale. Lo stato del debito pubblico italiano richiedeva una riforma drastica ed a lunga scadenza. I risultati della politica finanziaria del fascismo erano tali da richiedere una completa revisione dell’organizzazione fiscale che, in sostanza, era rimasta molto simile al sistema di tasse agricole di altri tempi.
I funzionari addetti alle finanze dovevano rendere conto delle spese riguardanti tutte le attività italiane e dell’ACC, compresi i prestiti elargiti dall’AMG alle amministrazioni locali nelle zone avanzate, per riparare acquedotti, fognature, e strade. I poteri di revisione che la Corte dei Conti aveva in origine, le furono restituiti, sicché diventò nuovamente uno dei più adeguati strumenti del governo per il controllo del bilancio. Sistematicamente, i funzionari finanziari riapersero i conti correnti postali
[…]
DECRETI ITALIANI
È nota la procedura con cui i decreti italiani venivano pubblicati e resi esecutivi nei territori dell’AMG. Era una procedura che risparmiava la pubblicazione di duplicati, poiché le leggi dell’AMG e i decreti italiani – che entravano in vigore non appena il territorio veniva restituito alla giurisdizione del governo italiano – erano identici. Allo stesso tempo, questa procedura permetteva di introdurre un nuovo spirito giuridico nei disegni di legge italiani, senza tuttavia interrompere il compito della giustizia. La sotto-commissione doveva inoltre sorvegliare i processi per le violazioni ai decreti-legge alleati, in tutti i tribunali militari alleati, sommari, superiori e generali.
Il lungo e penoso compito di epurazione politica fu affidato principalmente alla sezione degli affari civili, sebbene ogni sotto-commissione dovesse parteciparvi, allo stesso modo delle amministrazioni regionali. Sollecitato e guidato dall’ACC, il governo italiano creò una organizzazione incaricata di provvedere a questo compito immane. Il decreto del 29 luglio 1944 per le sanzioni contro il fascismo, creava l’organo legale per il processo di epurazione e per la punizione dei delitti fascisti.
Una certa epurazione meno organizzata era già stata iniziata, quando il primo «Podestà» fu congedato in Sicilia, ma il coordinamento era difettoso, o per lo meno non aveva raggiunto il grado desiderato. La sotto-commissione per l’educazione aveva studiato un suo programma di epurazione, in collegamento con gli insegnanti antifascisti, ed aveva fatto piazza pulita nell’università di Roma prima ancora che fossero emessi i decreti ufficiali. Le autorità italiane furono consultate circa la pubblicazione dei libri di testo riveduti. I libri di studio delle scuole medie furono esaminati in collaborazione e fu deciso che 213 erano decisamente nocivi, 546 dovevano essere purgati e 4.117 potevano essere adoperati.
ANCORA GLI SFOLLATI
Anche la sotto-commissione per i profughi non italiani iniziò a Roma un importante capitolo della sua storia. Nel mese di giugno, dovette occuparsi di tutti i cittadini alleati bisognosi residenti nell’Italia liberata, 6000 dei quali si trovavano nella sola città di Roma.
I problemi a cui la sotto-commissione doveva far fronte avevano ormai un carattere statico. Pochissimi profughi potevano essere rimpatriati – 1000 soltanto furono inviati negli Stati Uniti, in seguito a richiesta personale del Presidente. La Commissione Intergovernativa per i profughi partecipò alla scelta di questi 1000, chiamati profughi «senza stato». Circa 700 ebrei furono anche inviati in Palestina. Vennero organizzati tre campi, di cui uno per gli orfani. Ben dieci missioni estere furono nominate presso la sotto-commissione per curare gli interessi dei vari gruppi nazionali. Dall’agosto, alcuni di questi gruppi potevano ricevere denaro regolarmente. L’ufficio informazione della sotto-commissione rispondeva a migliaia di lettere dall’estero.
Per i profughi italiani furono organizzati sette campi principali. Alcuni di essi, stabiliti nelle zone avanzate, servivano per lo smistamento dei profughi che venivano poi mandati in regioni più vicine alle loro case. Un nuovo problema si presentò con l’esodo dei profughi dal sud verso il nord. Essi tentavano di tornare alle loro case approfittando di ogni mezzo possibile; giungevano nelle zone devastate dalla guerra e si trovavano senza viveri e senza rifugio di alcun genere. Fu quindi necessario adottare severi provvedimenti per il controllo del traffico civile. Nel mese di agosto, le cose cambiarono. Vari fattori – stasi delle operazioni belliche, la mancanza di mezzi di trasporto, la sovrappopolazione delle regioni meridionali ed il bisogno di mano d’opera nel nord – contribuirono alla decisione di far tornare i profughi, nei limiti del possibile, ai loro centri di provenienza. Il problema dei profughi si accentrò quindi sulla questione del rimpatrio. Dalla Sicilia, 11.000 profughi tornarono alle loro case sul continente italiano. Il 23 settembre 1944, si verificò una fusione tra la sotto-commissione per i profughi e l’organizzazione analoga italiana. Il nuovo ente si chiamo «sotto-commissione per il rimpatrio dei profughi» ed era amministrato dalla sezione degli affari civili.
NUOVI PROBLEMI
Intanto, gli AMG dell’esercito avanzavano insieme alle truppe combattenti e dovevano far fronte a nuovi problemi. Quello dei partigiani, o patrioti, sorse poco dopo la conquista di Cassino. Diventò urgente con l’occupazione di Roma e la successiva avanzata attraverso la Toscana. Il primo rapporto completo in merito a questo, problema che doveva in seguito diventare «scottante» fu scritto il 13 luglio 1944 dal funzionario dell’AMG addetto alle 34ª divisione. Secondo la definizione dell’ACC – che organizzò un ufficio al suo Quartier Generale per occuparsi della questione – i patrioti sono sudditi italiani armati, «membri di genuine bande combattenti, che hanno partecipato ad atti di sabotaggio o fornito alle forze alleate importanti informazioni riguardanti il nemico».
L’attività dei patrioti era stata particolarmente efficace nei dintorni di Firenze; avevano aiutato l’esercito a rastrellare la città dai franchi tiratori tedeschi e fascisti. Avevano svolto attività di guerriglia in modo più o meno organizzato, effettuando incursioni per procurarsi armi e munizioni.
Il compito immediato del funzionario dell’AMG consisteva nel trasformare il patriota da libero combattente in onesto cittadino rispettoso della legge, ed incanalare il suo zelo patriottico facendogli svolgere una attività utile e disciplinata. Specificatamente, il problema consisteva nel far consegnare le armi ai patrioti trovando loro un impiego in base ad un sistema di priorità. E ciò quando si trattava di patrioti in buona fede e meritevoli, poiché vi erano migliaia di falsi patrioti, che si valevano del titolo per ottenere vantaggi. Dopo una seria inchiesta fatta dai comitati italiani ed alleati, «attestazioni di comportamento meritevole» furono distribuite ai patrioti degni di questo nome.
A Firenze, dove per la prima volta l’attività dei patrioti italiani venne resa nota al mondo intero, l’AMG dell’8ª armata si acquistò una celebrità maggiore di quella delle stesse truppe combattenti. I suoi funzionari furono infatti i primi ad attraversare l’Arno, l’11 agosto, con rifornimenti di viveri ed acqua per la popolazione affamata. L’AMG dell’8ª armata era una vecchia unità formata al Cairo fin dal 31 maggio 1943. Al comando del capitano Benson, aveva percorso l’intera penisola italiana, cominciando la sua attività in Sicilia. L’Amministrazione di Firenze fu forse il suo compito di maggior portata. Durante le ultime tre settimane di agosto, 380 civili furono uccisi e 1260 feriti nella città devastata, senza contare i cadaveri sepolti sotto le macerie. Spettò all’AMG sotterrare i cadaveri e curare i feriti. Sotto la direzione dei suoi funzionari, viveri ed acqua furono trasportati attraverso le rovine del Ponte Vecchio, fra le mine che esplodevano di continuo. Come se ciò non bastasse, l’AMG dell’8ª armata riceveva la seguente lettera: «La Baronessa X invia i suoi saluti all’amministrazione dell’AMGOT e desidererebbe sapere dove si può procurare scatolami e salumi, zucchero, burro, ecc., e anche sapone. Con i migliori saluti e ringraziamenti».
L’ARTE A FIRENZE
Mentre i carri armati pesanti si aprivano una strada attraverso gli edifici in rovina sulle rive dell’Arno, i funzionari della sotto-commissione delle Belle Arti cercavano opere d’arte in mezzo alle macerie. Questi funzionari ebbero molto da fare perché nei dintorni della città vi erano 23 nascondigli che contenevano i tesori d’arte di Firenze, famosi nel mondo intero. Alcuni di questi preziosi cimeli erano stati asportati dai tedeschi per «proteggerli» – secondo quanto si può leggere in un ordine tedesco – «dagli antiquari ebrei americani».
Per fortuna esistevano degli elenchi delle opere d’arte nascoste e si poté scoprire che i tedeschi avevano asportato 58 casse piene di famose sculture in marmo e bronzo (compresi alcuni capolavori di Donatello e Michelangelo); 26 casse di sculture elleniche, 291 quadri (tra cui lavori di Tiziano, Botticelli, Raffaello e Murillo), 25 o 30 casse di quadri piccoli e 25 rotoli idi disegni per affreschi.
La sotto-commissione delle Belle Arti ed i Monumenti riuscì malgrado il suo gran lavoro, a pubblicare anche una «guida di Firenze» per i soldati, di cui furono vendute 75.000 copie. Una simile «guida di Roma» pubblicata dall’ACC, ebbe una tiratura di oltre 250.000 copie.
Durante gli ultimi mesi d’estate, la malaria fece la sua apparizione. Date le condizioni del momento, questa minaccia appariva altrettanto seria quanto a Napoli quella del tifo. D’accordo con le unità militari, la sotto-commissione di salute pubblica adottò misure di controllo per proteggere la salute delle truppe e della popolazione civile. Le paludi Pontine che i tedeschi allagarono distruggendo un lavoro di bonifica durato 60 anni erano un terreno particolarmente propizio per le zanzare. Ogni settimana, questa zona veniva spruzzata per mezzo di aerei. Più di 5000 civili si assunsero il compito di spargere a mano il «verde di Parigi». Circa 9.000.000 di compresse di atabrina furono distribuite alla popolazione ed altre sette milioni tenute in riserva. I casi di malaria diventarono assai più rari.
Nelle zone paludose erano naturalmente frequenti, ma per fortuna vi furono pochi decessi. In Sardegna, una delle regioni peggiori per malaria, il numero di casi fu minore degli anni precedenti. Tra gennaio e giugno del 1943, si verificarono nell’isola 4.055 casi di malaria. Nel 1944, durante lo stesso periodo 1.852 casi soltanto furono accertati.
A richiesta della Commissione Alleata, cominciavano a giungere i medicinali. Chinino, insulina, zolfo ed etere venivano direttamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna o erano regalati all’Italia dalle organizzazioni mediche dell’esercito americano. Laboratori biologici furono impiantati a Palermo, Napoli e Siena per la fabbricazione di antitossine, vaccini e sieri. Furono anche fabbricati vaccini per combattere il colera che stava dilagando tra il bestiame e costituiva una grave minaccia per le greggi, già decimate dai saccheggi tedeschi. La produzione sperimentale della penicillina fu anche iniziata per la prima volta nei laboratori italiani.
Nelle zone avanzate, l’AMG dell’8ª armata rese noto di essersi occupato di 23.000 profughi, da Cassino in poi. Furono formate l’VIII e la IX Regione (Toscana ed Emilia). Il 28 agosto, la I, III e VII Regione furono unite alla provincia di Campobasso, per formare un’unica “Regione meridionale”. Il Quartier Generale di questa nuova Regione fu stabilito a Napoli ed il personale dell’ACC nel sud fu ridotto del 50%. Molti funzionari erano quindi disponibili per le zone settentrionali che potevano da un momento all’altro essere occupate dagli eserciti alleati.
La sotto-commissione degli interni aveva iniziato l’addestramento di prefetti per l’amministrazione delle province settentrionali. I funzionari della Commissione Alleata erano giunti alla conclusione che era molto più facile governare che insegnare ad altri il compito di amministrare un paese.
Il problema dei trasporti diventava sempre più urgente e difficile da risolvere. La mancanza di gomme era assoluta.
VII
RIASSUNTO
Il 22 agosto la prima riunione dei commissari regionali dopo quella del maggio 1944, fu tenuta a Roma. Secondo l’Ammiraglio Stone era il momento adatto per riassumere il passato e guardare all’avvenire. L’ACC si stava trasformando: benché i suoi obiettivi fossero ancora sottoposti ai termini dell’armistizio, i funzionari civili cominciavano a sostituire i militari.
I nuovi arrivati erano membri dell’amministrazione economica americana per l’estero (FEA) e dovevano far parte della sezione economica. Il Brigadiere Generale William O’Dwyer, il nuovo vicepresidente, cominciò a studiare le difficoltà economiche dell’ACC. Corrispondenti italiani accreditati presso la Commissione furono ammessi per la prima volta ad assistere alla riunione alleata.
Il Vice Ammiraglio C. E. Morgan (inglese), capo della sotto-commissione navale, lodò l’azione della marina italiana e disse che «aveva cooperato al massimo allo sforzo bellico degli alleati», dimostrando grande valore, degno delle «più alte tradizioni navali».
Il Maggior Generale Langley Browning (inglese), capo della sotto-commissione delle forze terrestri, fu altrettanto entusiasta nel lodare il lavoro del corpo italiano di liberazione e i servizi resi dalle truppe italiane. «Poca gente», egli disse, «si rende conto del bel lavoro svolto dall’esercito italiano. Col nostro aiuto, esso si è riorganizzato e coopera lealmente come co-belligerante, senza chiasso e quasi senza attrito». «La mia sotto-commissione», disse il Generale Browning, «controlla adesso la più grande azienda mondiale di vestiti e scarpe usate. È diventata esperta in generi alimentari, poiché distribuisce viveri a quasi mezzo milione di persone».
Il Vice Maresciallo dell’Aria W.A.B. Bowen-Buscarlet (inglese), capo della sotto-commissione delle forze aeree, parlò nel suo rapporto, di oltre 800 missioni di guerra compiute dall’aviazione italiana durante il mese di agosto e disse che il morale era alto. Al personale italiano era stato distribuito equipaggiamento alleato.
Il Maresciallo Wilson comandante supremo alleato nel Mediterraneo, parlò alla conferenza tenuta in agosto, congratulandosi colla ACC «per il lavoro svolto fra tante difficoltà». Egli dichiarò apertamente che, secondo lui, l’ACC doveva risolvere due problemi vitali per la salvezza dell’Italia: i viveri ed il lavoro.
Disoccupazione e fame erano le desolanti conseguenze della guerra e minacciavano di provocare un’agitazione sociale e di diventare perciò un pericolo per la sicurezza militare. L’approvvigionamento di Roma costituiva un esempio tipico; la mancanza di mezzi impediva il trasporto dei prodotti da una zona all’altra. Le difficoltà da superare per ottenere un razionamento adeguato erano anch’esse legate al problema dei trasporti: se si fossero aumentate le razioni il trasporto avrebbe richiesto un maggior numero di automezzi.
I romani, come il resto della nazione a nord del Garigliano, si sentivano offesi per non aver avuto anch’essi la razione di 300 grammi di pane, stabilita per l’Italia meridionale il 1° luglio 1944. Ma tutti i calcoli accurati dell’ACC non bastavano per portare a Roma le 1.400 tonnellate di viveri necessari, dato che porti e ferrovie erano rovinati e i rifornimenti dal nord interrotti. La città riceveva soltanto da 1.100 a 1.200 tonnellate, mentre normalmente aveva bisogno di 2.000 tonnellate al giorno. I romani andavano in campagna a comprare quello che ancora si poteva trovare ed avevano il permesso ufficiale di riportare 15 chili di derrate per persona al giorno.
Questo costituiva un danno per le province circostanti e anche per Napoli che stava lentamente tornando alla normalità: si dovettero stringere i controlli ed istituire i posti di blocco. Il Colonnello Poletti, arrivato a Roma come commissario regionale il 20 giugno, applicò la lezione imparata a Napoli e a Palermo ed i controlli diventarono effettivi. I commissari regionali delle province viciniore protestavano energicamente dicendo che, per i loro prodotti, non tutte le strade conducevano a Roma. La IV Regione (zona di Roma) dovette improvvisare dei contratti complicati per far venire il grano da Macerata o il legname da Rieti.
La Commissione era ansiosa di poter estendere la razione di 300 grammi di pane a tutta l’Italia liberata e da tempo si raccomandava in questo senso ai capi di stato maggiore. A parte il beneficio sociale, economico e politico, la misura era urgente per la salute pubblica. Si prevedeva che un periodo prolungato di razionamento al di sotto di 300 grammi sarebbe stato deleterio per la salute dei cittadini. Il regime alimentare dell’italiano è basato sul pane, la pasta e lo zucchero. Le ricerche avevano dimostrato che la razione giornaliera di 300 grammi di pane, 15 grammi di zucchero – razione ufficiale nell’Italia meridionale – conteneva soltanto 753 calorie. Dopo il 1° settembre, nei centri urbani con una popolazione superiore ai 50.000 abitanti, fu aggiunto un supplemento di carne e legumi, e cioè altre 143 calorie. Il comitato sanitario della Lega delle Nazioni aveva concluso nel 1936 che 2.400 calorie dovevano considerarsi una adeguata dose giornaliera per un uomo o una donna non addetti a lavori manuali, in un clima temperato.
Migliaia di tonnellate di cibo erano state importate dalle sotto-commissioni dei viveri nella basi alleate; ma la scarsità di trasporti, resa costante dalle esigenze sempre crescenti delle operazioni militari, impediva l’aumento delle importazioni. Spesso all’ultimo momento si era obbligati a cambiare la rotta dei bastimenti per ragioni militari, e ciò impediva alle derrate di arrivare secondo i piani prestabiliti. Ciò nonostante, dai depositi disponibili, furono prelevate razioni supplementari per gli operai addetti ai lavori pesanti, per gli ospedali, i prigionieri, la polizia, i ferrovieri, i mietitori, i profughi, in breve per tutte quelle persone che ne avevano urgente bisogno.
Secondo gli esperti della sotto-commissione dell’agricoltura, la situazione alimentare italiana era così disastrosa a causa degli esperimenti fascisti di autarchia.
I fascisti avevano diminuito la razione del pane da 200 a 150 grammi nel marzo 1942. Gli italiani avevano quindi la razione più bassa di tutta l’Europa occidentale malgrado il fatto che l’Italia fosse una nazione prevalentemente agricola. Per di più, l’organizzazione creata dal fascismo per la raccolta e la distribuzione dei viveri sulla falsa riga dell’autarchia (l’Italia per altro non cessò mai di importare viveri), era venuta meno fra la sfiducia degli agricoltori e l’inefficienza burocratica. L’ACC, se fu costretta a servirsi del sistema degli ammassi, lo migliorò cercando di ottenere la cooperazione degli agricoltori. Il nome di ammassi fu cambiato in «Granai del popolo».
La campagna per spingere l’Italia a produrre più grano possibile fruttò alla fine del raccolto di ottobre, un totale di 9.004.226 quintali; ossia il 78% degli 11.600.000 quintali a qui si era sperato di arrivare come massimo. Questo risultato venne qualificato dalla sotto-commissione dell’agricoltura, come «soddisfacente» considerando la mancanza di trasporti e la frequente apatia degli incaricati locali. Dei funzionari speciali dell’ACC per il controllo del raccolto si recarono sul posto per sorvegliare la mietitura. Chi conosceva il mercato nero e l’abitudine ormai radicata negli agricoltori di nascondere il raccolto, sapeva che la sorveglianza era necessaria. I funzionari di controllo dissero di aver scoperto almeno 62 metodi usati dagli agricoltori per evitare le consegne agli ammassi.
Sul piano nazionale, la stretta collaborazione della Commissione coi funzionari italiani per l’agricoltura come per esempio l’organizzazione in comune di comitati comunali e provinciali di stile americano contribuì molto alla efficienza della nuova struttura agricola in Italia. La divisione del ministero italiano dell’agricoltura in due sottosegretariati, uno di produzione e uno di alimentazione (ossia di distribuzione) venne fatta in seguito al suggerimento della Commissione. Ciò servì a chiarire la situazione creata dalle organizzazioni fasciste e facilitò la ripresa della principale attività del paese.
La ripresa però non faceva parte del programma della Commissione. La sotto-commissione dei lavori pubblici si limitava a delineare o suggerire un programma ed a prestare aiuto. I lavori eseguiti da imprese italiane per la riparazione di centinaia di ponti e per il mantenimento della rete stradale servivano direttamente di appoggio alle armate e venivano diretti dai funzionari dei lavori pubblici dell’ACC.
La sotto-commissione dei lavori pubblici si trovava di fronte ad un insieme di devastazione. Le armate avevano combattuto sul suolo italiano con un accanimento forse mai raggiunto fino allora. La lenta avanzata aveva lasciato dietro di sé città e paesi ridotti a cumuli di macerie. Nella valle del Liri, diecine di località erano inabitabili e i senza tetto più di 10.000. Gli ingegneri dei lavori pubblici approvarono immediatamente un piano per fabbricare delle case in nove comuni. Nella regione Lazio-Umbria risultò che 27 città erano dal 25% al 100% inabitabili. Un apprezzamento preliminare calcolava a 2.700.000.000 di dollari il costo dei danni di guerra.
L’Italia centrale, che aveva subito i danni più gravi, era anche rimasta senza energia elettrica; ora lo sviluppo elettrico era la chiave della ripresa industriale, poiché tutte le fabbriche ne avevano bisogno per funzionare. La demolizione sistematica fatta dai tedeschi aveva distrutto il 94% degli impianti elettrici; più di 4.000 uomini vennero immediatamente impiegati per sgomberare le macerie e ricuperare le poche parti ancora utilizzabili. Macchinari di emergenza e pezzi vari furono ordinati negli Stati Uniti. Questo materiale doveva portare l’energia alle industrie capaci di fabbricare i pezzi che mancavano alle centrali elettriche parzialmente distrutte.
Prima di poter affrontare qualsiasi problema industriale, gli ingegneri italiani e l’ACC dovevano risolvere un’altra difficoltà, specialmente nelle zone dove si era maggiormente combattuto e che erano le più importanti dal punto di vista industriale. Le informazioni sui campi di mine seminati dai tedeschi e dagli alleati, quali risultavano dai rapporti del AFHQ dell’AAI (Armate Alleate in Italia), e del PBS, non erano affatto incoraggianti. Le zone fra la linea Hitler e la linea Gustav, la testa di ponte di Anzio, la regione intorno a Pisa e Livorno, tutte le possibili zone di sbarco, specialmente sulla costa occidentale, il settore di Pescara e la linea Gotica, erano coperte di estese fasce minate, che costituivano un pericolo costante ed impedivano la ripresa d’ogni attività normale. I «detectors» erano un’arma segreta e adoperati soltanto dall’esercito. 30 soldati italiani vennero addestrati a Capua da ingegneri inglesi, per imparare a rimuovere le mine, secondo i mezzi tecnici più moderni. Questi uomini furono il nucleo delle scuole appositamente create dalla Commissione, per insegnare gli stessi metodi ai civili.
Fu trovato che la fiamma ossidrica, ancora più del cemento, doveva essere l’elemento principale per i primi passi della ricostruzione industriale. A Piombino, per esempio, 500 bombe erano penetrare in tre minuti attraverso il tetto d’acciaio dei capannoni. Ci volevano migliaia di operai che lavorassero con la fiamma ossidrica per sgomberare i rottami, e cioè prima di poter cominciare a fare un inventario delle parti ancora utilizzabili. L’asportazione o la demolizione tedesca del macchinario avevano ridotto ulteriormente la capacità industriale italiana. Gli alleati adoperarono quello che era rimasto per riparare il loro materiale bellico. Le necessità di guerra e l’impossibilità di importare macchinario durante le operazioni, non permisero una ricostruzione estensiva. Tuttavia, la sotto-commissione dell’industria aveva, per la fine di ottobre 1944, rimesso in attività alcune fabbriche per la produzione civile, impiegando più di 50.000 persone.
Nella zona tessile a nord di Firenze, 400 filande furono ispezionate, ma l’energia elettrica mancava. Malgrado ciò, gli stabilimenti dell’Italia meridionale produssero 1.500.000 metri di tessuto durante il mese di settembre. La mancanza di materie prime per i superfosfati aveva fermato la grande industria italiana dei concimi ma fu possibile riattivarla in tempo per la semina di primavera. Collo stimolo della commissione, le miniere di zolfo in Sicilia raggiunsero il livello più alto in parecchi anni e, in settembre, produssero 3.500 tonnellate al mese. Nel campo degli oggetti di uso comune, la sotto-commissione del commercio, insieme a quella dell’industria, organizzò il ricupero e la riparazione di migliaia di paia di scarpe che furono date al governo italiano per la distribuzione. Fu deciso che tutto ciò che era superfluo per l’economia nazionale doveva essere esportato per ottenere crediti in moneta estera; e così vennero promosse le esportazioni di agrumi, noci, vini, semi, minerali, ecc. alle nazioni alleate.
Quando si trattava di viveri o ricostruzione, i trasporti erano di vitale importanza. La sotto-commissione dei trasporti aveva l’incarico di sorvegliare tutta le rete ferroviaria italiana, cedutagli dal servizio militare delle ferrovie al seguito immediato delle forze armate. La Commissione organizzò il trasporto di merci civili col sistema delle priorità. I viveri avevano la priorità N. 1, e cioè la precedenza assoluta in tutto. Vennero anche utilizzati i vagoni militari che tornavano vuoti dal fronte. Il tonnellaggio trasportato crebbe da 3.000 tonnellate mensili al principio del 1944, a quasi 300.000 durante lo stesso anno. I tedeschi avevano avuto cura di portar via il maggior numero di mezzi possibili. Un esempio preso in base alle cifre del 1942 in quattro province, dimostrava che mancava il 68% di tutti i veicoli e non meno dell’84% dei camion da tre tonnellate in su.
Di conseguenza la Commissione doveva contare sempre di più sui propri trasporti militari, che erano scarsi e consumati dall’uso continuo. Il movimento ferroviario venne combinato con quello dei camion nelle zone interne dove le ferrovie mancavano. Per esempio, il grano e le patate di Macerata erano portate per camion a Jesi e continuavano per Roma sui vagoni merce che tornavano vuoti da Ancona. La carta era raccolta ad Albacina e la lignite a Spoleto. A Terni ed a Narni, il grano per semina ed il concime giunti fin lì con autocarri, erano caricati sui treni diretti a Sud.
Ai primi di settembre, il generale O’Dwyer fu chiamato a Washington per riferire sulla situazione economica in Italia. Partì con un grosso volume di cifre e fatti che documentavano le richieste italiane di assistenza, approvate dall’ACC. Poco dopo l’incontro del primo ministro Churchill col presidente Roosevelt, a Quebec l’11 settembre 1944, una serie di comunicati fu diramata a Londra e a Washington, promettendo aiuto al popolo italiano.
L’UNRRA, che aveva mandato una commissione in Italia alla fine dell’estate, (missione affiancata all’ACC) per investigare le possibilità, con un fondo di 50.000.000 di dollari per i bambini, le gestanti e gli sfollati si preparava eventualmente ad assumere la responsabilità dei profughi.
LA POLIZIA ITALIANA
In mezzo a questi sviluppi internazionali, l’attenzione si fermò sui carabinieri italiani. La stampa italiana sosteneva che i carabinieri non erano riusciti a mantenere l’ordine e la legge, permettendo alla folla romana di linciare Donato Carvetta, testimonio ufficiale al processo di Pietro Caruso, ex questore di Roma (più tardi giustiziato). La sotto-commissione di sicurezza pubblica aveva cercato di ricostituire i RR.CC., come la principale autorità di polizia. Il numero dei carabinieri era stato originariamente fissato a 55.000; ma gli arruolamenti non avevano superato i 43.000. Per indurre più uomini ad arruolarsi ed ottenere elementi migliori, fu deciso di dare a tutta la polizia delle razioni uguali a quelle dell’esercito e di rivestirli colle uniformi dell’esercito (la polizia non aveva ricevuto vestiario per più di un anno). 5.000 truppe scelte furono trasferite nell’arma dei carabinieri, in modo da lasciar libero un ugual numero di uomini per il servizio al nord. Delle squadre mobili di carabinieri vennero inviate nelle zone delle armate per ristabilire l’ordine e fare applicare la legge in collaborazione cogli AMG della 5ª e dell’8ª armata.
Una sorgente di forza nuova cominciò col ritorno di alcuni prigionieri specializzati, giacché dal settembre, i prigionieri di guerra italiani tornavano sempre più numerosi. Dopo quasi un anno di discussioni fra gli alleati ed il governo italiano, il numero era stato fissato a cento al giorno.
Il 1° ottobre 1944, l’ACC subì una piccola trasformazione per adeguarsi alle nuove condizioni. Uno scaglione di avanguardia, fu formato presso il quartiere generale del 15° gruppo dell’esercito, per assistere nel coordinamento dei diversi AMG sparsi nelle zone di prima linea. Un numero maggiore di osservatori russi venne aggiunto alla Commissione. Le regioni vennero denominate secondo i «compartimenti» italiani, abolendo la numerazione. Quattro regioni si trovavano ancora in mano del nemico: Liguria, Piemonte, Lombardia, e Venezia, mentre due, Emilia e Toscana, restavano in zona di combattimento. Il cattivo tempo sulla linea Gotica rallentava l’avanzata delle armate alleate. La questione dei rifornimenti diventava preoccupante per gli AMG.
TRASFERIMENTO DI TERRITORI
Il 16 ottobre, sei nuove province passarono al governo italiano; fu il quarto trasferimento di territorio. Nove giorni più tardi, il 25 ottobre 1944, l’ACC ricevette l’ordine dalle autorità superiori di sopprimere il secondo «C» e diventò «Commissione Alleata». Al tempo stesso i Governi Alleati annunciarono uno scambio di rappresentanti diplomatici col governo italiano. L’arrivo di speciali rappresentanti del dipartimento di Stato americano e del Ministero degli Esteri inglese venuti per ottenere dalla CCA informazioni precise sulle più urgenti necessità dell’Italia, rappresenta una nuova prova delle buone intenzioni degli Alleati. Per la prima volta piani e programmi delle necessità italiane e dei possibili crediti alleati furono studiati, di comune accordo, dalla Sezione Economica dell’AC e da uno speciale Comitato interministeriale del governo italiano.
Il primo anniversario della Commissione Alleata, il 10 novembre 1944, fu segnato dall’annuncio fatto simultaneamente a Londra e a Washington, della nomina di Macmillan a presidente effettivo e dell’ammiraglio Stone come commissario capo della Commissione. In questa occasione, il generale Mark W. Clark, comandante generale del 15° gruppo di armate, scrisse al generale Hume una lettera di elogi per il governo militare. La lettera diceva in parte: «Durante l’intero periodo di servizio della 5ª armata in Italia, il Governo Militare Alleato è stato una delle sue parti integrali. I funzionari dell’AMG sono stati affiancati ai diversi corpi e divisioni inglesi, francesi, brasiliani e americani. Questi uomini ed ufficiali dell’AMG sono stati esposti agli stessi pericoli ed alle stesse privazioni dei nostri combattenti. Alcuni sono morti, altri mutilati, altri fatti prigionieri. Non pochi fra essi hanno ricevuto decorazioni dalle nazioni rappresentate».
«I piani preparati dal personale dell’AMG presso il quartier generale della 5ª armata, hanno dato buona prova e la loro esecuzione è stata efficiente. Se, l’AMG non avesse funzionato, il comando di armata avrebbe dovuto preoccuparsi di problemi di ordine civile, il che sarebbe stato assai gravoso. L’AMG ha dunque avuto una parte importante nelle successive avanzate della 5ª armata. Nella città di Salerno, Napoli, Roma, Siena, Pisa, Firenze, Lucca e Pistoia a turno, quanto nei centri minori, l’AMG della 5ª armata ha saputo creare un governo efficiente».
«Tutte queste città avevano conosciuto le rovine della guerra e la distruzione inflitta da un nemico spietato. Gli abitanti erano quasi morti di fame; i servizi pubblici sconvolti; le banche e i tribunali chiusi; l’agitazione politica dilagava ed i centri artistici come gli istituti di cultura erano, o distrutti, o chiusi. Gli sforzi dell’AMG furono così efficaci, che la situazione migliorò in brevissimo tempo. I profughi sono stati trattati con cura speciale. Più di 20.000, nel solo settore di Anzio, sono stati evacuati senza una sola perdita. Il Governo Militare Alleato, per il suo importante contributo alla vittoria, si merita la gratitudine delle Nazioni Unite».
C’era ancora molto da fare in tutti i campi, ma la Commissione Alleata, secondo le parole di Macmillan, concentrava la sua attenzione sul compito di cancellare radicalmente il «C» centrale dalla sigla ACC.
VIII
IL NUOVO INDIRIZZO PER L’ITALIA
Da parecchio tempo la Commissione stava cercando di risolvere il compito di cancellare il «C» centrale dalla sigla ACC. Si trattava di trasferire sempre maggiori responsabilità al governo italiano. La via non era facile. In molte località, gli uffici statali non avevano l’attrezzatura necessaria per sostenere questo peso. La ricostruzione dell’amministrazione governativa, improvvisata dal maresciallo Badoglio a Brindisi, ricevette un impeto nuovo, quando il governo, trasferendosi a Roma, ritrovò gli archivi centrali ed un maggior numero d’impiegati esperti. Molti funzionari importanti, però, erano scappati coi fascisti ed altri dovevano essere epurati, il che ritardò nuovamente l’efficienza della nuova amministrazione. Ciò nonostante, alle sotto-commissioni dell’ACC venne ripetuto l’ordine di lasciare una maggiore indipendenza agli italiani. La sotto-commissione dei lavori e servizi pubblici, fece il primo passo in questo senso quando, in novembre, concesse al Genio Civile del ministero italiano dei lavori pubblici, l’autorizzazione di eseguire qualsiasi progetto di lavori non militari, senza previa approvazione.
Le inevitabili crisi politiche ritardavano il trasferimento all’amministrazione italiana. Il 26 novembre, in seguito alle pressioni dell’opposizione che voleva un potere centrale più «forte», il ministro Bonomi e i sei partiti di coalizione, dovettero dimettersi. Un nuovo governo fu formato il 7 dicembre, con Bonomi nuovamente presidente del consiglio, ma con soli quattro partiti, perché i socialisti e il partito d’azione si erano astenuti. Durante questo periodo, il lavoro di collaborazione subì una fase di attesa, dovuta alla mancanza di contatti tra le sotto-commissioni ed i ministeri italiani. La Commissione Alleata dovette aspettare che gli italiani si mettessero d’accordo.
Alla prima riunione del nuovo Consiglio dei Ministri (il 12-12-44) Bonomi rese omaggio al lavoro prestato dall’AC. Parlando delle clausole dell’armistizio che il nuovo governo si è impegnato a rispettare, egli ha dichiarato: «Ogni Ministro accetta le clausole dell’armistizio, per quanto dure esse siano; ma dacché l’Italia ha potuto riprendere le relazioni diplomatiche con le Nazioni Unite esse hanno avuto una interpretazione più benevola nei nostri riguardi. Ciò si deve al tatto ed alla comprensione del capo dell’AC, Ammiraglio Stone, che porta nei rapporti con l’Italia democratica uno spirito di sincera amicizia e di sapiente collaborazione, di cui noi gli siamo assai grati, e di cui serberemo vivo ed incancellabile ricordo».
LA FEBBRE TIFOIDEA
L’inverno nelle zone avanzate, fu un periodo di stasi. Il fronte si estendeva da Ravenna sull’Adriatico, a Pisa sul Tirreno. Il funzionario delle belle arti, nel suo rapporto su Ravenna, liberata il 5 dicembre, diceva che i famosi mosaici bizantini avevano subito dei danni lievi ed erano stati immediatamente impermeabilizzati. Colle armate alleate ferme davanti alle difese montane della linea Gotica, gli AMG dell’esercito rivolsero sempre più la loro attenzione alla seconda fase delle operazioni, ossia alla stabilizzazione. L’Emilia, per esempio, sotto il comando della SCAO (AMG dell’8ª armata) si assunse l’amministrazione delle zone liberate nelle province di Ravenna e di Forlì.
Le epidemie di tifo, abbastanza gravi nelle regioni di Arezzo e di Rimini, obbligarono l’AMG ad adattare misure di emergenza. Gli impianti delle fognature infette, che contaminavano l’acqua, dovettero essere verificati nelle località più sparpagliate. La scabbia, causata dalla penuria di sapone, infieriva nelle Marche al sud di Ravenna e nell’isola d’Elba; l’AMG dovette agire. All’isola d’Elba fu improvvisato con successo un medicamento a base di zolfo, grasso di macchina e grappa. L’isola, dopo l’amministrazione dei francesi, che l’avevano occupata nel giugno del 1944, era passata alle dipendenze dell’AMG della Toscana, dove lo straripamento dell’Arno aveva causato parecchi danni. La distribuzione dei viveri era resa difficile dalla mancanza dei trasporti e Firenze era gremita di truppe in licenza a cui era proibito mangiare nei ristoranti civili. L’AMG della 5ª armata era riuscito così ad impedire una forma di sperpero delle risorse italiane di viveri.
Nelle zone di retrovia, l’inverno fu calmo e senza incidenti. Castel di Sangro, isolato dalla neve, fu per quasi due settimane senza cibo, finché la sotto-commissione per l’alimentazione, su richieste delle autorità regionali dell’AC, riuscì a rifornirlo con dieci tonnellate di farina lanciate coi paracadute. In Sicilia continuava la agitazione; il poco grano esistente negli ammassi e le continue incette, obbligarono l’AC a mandarvi dei bastimenti di grano destinati altrove. Inoltre, alcune voci premature di una chiamata alle armi dell’esercito italiano, provocarono disordini.
Il ritorno alla normalità, appariva forse più evidente nelle province del sud, dove una popolazione di nove milioni era separata dall’Italia centrale da una zona di 30 miglia di larghezza (campo di battaglia del 1943-44), nella quale 300.000 persone erano senza casa. Razioni speciali di viveri furono distribuite a questa gente, oltre a coperte e medicinali; e 170.000 metri di cotone catramato vennero adoperati per riparare le case senza tetto. L’American Relief for Italy, Inc. ed il Vaticano, dettero la priorità a quella zona nei loro programmi di assistenza. Intanto, più di 218.000 mine erano rimosse dalle autorità regionali dell’AC.
[…]
FUNZIONE CONSULTIVA
Il nuovo programma lasciava alla Commissione l’incarico di assistere con consigli il governo italiano e di predisporre tutto quanto potesse servire nei territori ancora occupati. Essa doveva anche sorvegliare la sicurezza pubblica, agevolare trasporti e comunicazioni di vitale importanza per lo sforzo bellico. I diritti alleati, quali erano stati definiti nei termini dell’armistizio, non dovevano essere esercitati integralmente.
In particolare, questo programma aboliva la Sezione Politica della Commissione. Le ambasciate inglese ed americana si sarebbero incaricate d’ora innanzi di consigliare la Commissione dal punto di vista politico. Tutte le commissioni regionali dell’ACC nel territorio passato al governo italiano, dovevano chiudersi; sarebbero rimasti soltanto pochi ufficiali di collegamento e specialisti in comunicazioni, trasporti e finanza, come aiuto alle autorità militari. Il governo italiano poteva ora riprendere le relazioni diplomatiche con tutti gli stati alleati e neutrali, informando la Commissione sui negoziati in corso. Nelle zone sotto la giurisdizione italiana, la legislazione dei decreti e la nomina di funzionari, diventava assolutamente indipendente dalla Commissione. Una sola riserva fu fatta: riguardava la nomina di alcune cariche nell’esercito, nei trasporti, nelle comunicazioni e nella polizia.
A quattro sotto-commissioni, Legale, Belle Arti, Educazione e Governo locale, fu impartito l’ordine di astenersi dal dare consigli al governo italiano, a meno che non fossero richiesti espressamente. Il governo italiano fu pregato di istituire severi controlli economici e relazioni culturali fra gli alleati e l’Italia dovevano essere incoraggiate con scambi di artisti, scienziati e di pubblicazioni. I prigionieri di guerra italiani in Italia, sarebbero stati restituiti alle autorità italiane e liberati dal loro «status» di «collaboratori» (degli alleati).
Questo programma fu immediatamente attuato. La sezione politica venne abolita il 1° marzo. Il 1° aprile fu impartito l’ordine di chiusura delle sezioni regionali nel territorio del governo italiano. Le relazioni tra il governo e gli alleati vennero affidate ai ministri e sottosegretari italiani ed ai direttori e vice-direttori delle sottocommissioni. L’amministrazione dei viveri e del carburante in territorio libero, fu restituita agli italiani il 1° marzo. Intanto, grazie all’aumento delle importazioni di grano, si erano accumulate delle riserve ed il 1° marzo fu possibile fissare la razione di 300 grammi di pane (o il suo equivalente in 200 grammi di pane al giorno e 550 grammi di pasta alla settimana), per tutta l’Italia liberata.
Mentre si attuavano questi cambiamenti, il PWB sospendeva i suoi servizi radiofonici e di notizie il 5 marzo, in tutta l’Italia liberata, eccettuato Roma. Le agenzie di notizie italiane ed alleate erano libere di agire ovunque al sud delle zone di combattimento. Anche all’industria cinematografica italiana fu dato un nuovo impulso, colla creazione di un «Consiglio temporaneo per i film» presieduto da un funzionario dell’AC.
L’8 marzo si riunì a Roma la prima conferenza, dopo l’agosto 1944. In questa riunione furono spiegati i nuovi scopi della Commissione e studiati i piani per il Governo Militare dell’Italia del nord. Fu anche insistito sull’importanza di collaborare col C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia).
Il trasferimento dei poteri nell’Italia meridionale ebbe luogo il 1° aprile come era stato stabilito. Le Regioni della Sardegna, e della Sicilia, vennero abolite ed una nuova Regione fu formata riunendo in una sola quelle Abruzzi-Marche e Lazio-Umbria. Ufficiali di collegamento furono inviati a Cagliari per la Sardegna, a Palermo e Catania per la Sicilia, e, per il continente, a Bari, Napoli e Roma. Il comune di Napoli restava sotto l’AMG e così pure le isole Pantelleria e Lampedusa, che dipendevano dall’ufficiale di collegamento di Palermo. Così fu ridotto a una sessantina il numero dei funzionari rimasti nel territorio del governo italiano, a parte quelli addetti al Quartier Generale dell’AC. Un piccolo numero di funzionari incaricati dalla Commissione di controllare il raccolto delle ulive, continuò a lavorare fino al 15 aprile. La nuova regione creata fu chiamata Marche-Umbria. Il Governo Militare, ormai, veniva esercitato soltanto in Toscana, nella nuova regione, a Napoli, Pantelleria e Lampedusa e nelle zone della 5ª ed 8ª armata. Per tutto il resto dell’Italia, il potere era in mano alle autorità italiane.
Al Quartier Generale dell’AC, si cominciò a ridurre il numero dei funzionari  erano circa 300 . Parecchi così vennero resi disponibili per il nord affrettando il trasferimento dell’amministrazione ai civili, secondo il desiderio dei capi di Stato Maggiore. Le 22 sotto-commissioni dell’AC comprendevano nell’aprile 1945 13 direttori inglesi e 10 americani. Quella della Finanza aveva due direttori, uno inglese ed uno americano. Dei 22 direttori due inglesi e quattro americani, erano civili. Un civile americano, A.G. Antolini, era capo della sezione Economica, a causa della sua carica di vice-presidente effettivo. I vice-presidenti aggiunti erano il Brigadiere D.L. Anderson (inglese), incaricato della produzione ed il Brigadiere Generale Edward B. MacKinley (americano) addetto ai rifornimenti. Le sotto-commissioni degli Affari Civili, col Brigadiere Gerald A. Upjohn (inglese) come vice-presidente, avevano tutti direttori militari. In totale, il personale della Commissione comprendeva 1.304 ufficiali e 2.808 uomini. Degli ufficiali, 567 erano americani e 737 inglesi. Fra i soldati, 1.045 erano americani e 1.763 inglesi. Inoltre c’erano una trentina di civili americani e tre inglesi ed una quantità di giovani americane come segretarie.
Il territorio trasferito, comprendeva circa mezza Italia, con 19 milioni di persone. L’AMG governava ancora un ottavo del territorio nazionale con una popolazione di cinque milioni; gli altri tre ottavi d’Italia, con 21 milioni di persone, si trovavano ancora sotto la dominazione tedesca. Tenuto conto delle difficoltà determinate da questa situazione, le condizioni della nazione si potevano considerare abbastanza buone. Se la Sicilia non era ancora calma, la Sardegna si avviava verso la normalità ed esportava bestiame: in una prima spedizione mandò 4.100 pecore, 1.200 capi di bestiame e 500 cavalli al continente, nonostante la vendetta di un pastore che causò la distruzione di 800 pecore. Cagliari, che tanto aveva sofferto per i bombardamenti, aveva nuovamente l’energia elettrica, l’acqua, i tram, e il gas, benché ridotti. La produzione di carbone della Sardegna aveva subito un rallentamento, dovuto al malcontento fra i lavoratori. Però era ben avanzato un vasto progetto idro-elettrico che prometteva di aumentare l’energia elettrica del 50%. Nell’Italia meridionale c’erano viveri in abbondanza, ma la partenza degli alleati aveva provocato un aumento di disoccupazione. A Napoli dopo cinque anni, si riattivò l’illuminazione stradale. Anche Roma poco a poco, riprendeva le sua fisionomia di una volta. La criminalità era in diminuzione. La capitale cominciava ad aver riserve di viveri per un mese. Le regioni devastate degli Abruzzi e del Lazio avevano ormai sorpassati i pericoli dell’inverno.
Ovunque, a misura che la Commissione Alleata si ritirava, i funzionari e la popolazione esprimevano il loro rimpianto. Il lavoro assiduo svolto dalle commissioni regionali era stato apprezzato dalla popolazione che riconosceva gli sforzi compiuti dall’AC per migliorare la situazione. I piani generali per l’amministrazione erano svolti al Quartier Generale dell’AC da specialisti consulenti, ma il lavoro pratico, naturalmente, avveniva sul posto. Quando si trattava di riparare un ponte, di mantenere in ordine le strade, di prevenire una epidemia, di restaurare un monumento, o di fare arrivare dei viveri in una località bisognosa, la popolazione e i funzionari italiani collaboravano cogli incaricati della Commissione. Problemi urgenti erano risolti giornalmente dai funzionari regionali e provinciali e la popolazione si poteva rendere conto delle difficoltà che essi dovevano superare. Al Quartier Generale si dovevano studiare programmi su un piano nazionale, senza mai perder di vista il lato politico. Alle amministrazioni regionali invece, spettava di saggiare questi programmi e cercare di attuarli, fra le continue lamentele dei cittadini e degli agricoltori.
I GOVERNI MILITARI DELL’ESERCITO
Le amministrazioni regionali erano fondate sulle stesse basi degli AMG, che avevano la missione di amministrare il territorio e di sbrogliare tutte le questioni urgenti. Gli AMG della 5ª e dell’8ª armata erano organizzati nello stesso modo, con alcune varianti di forma e di struttura. Ambedue erano formati da funzionari inglesi ed americani.
Il Tenente Generale Lucien T. Truscott (am.) conferì una decorazione al merito (la «Meritorious Service Unit Plaque») all’AMG della 5ª armata. Il gruppo di specialisti che faceva parte di questo organismo alle dipendenze della SCAO, era dislocato presso il Quartier Generale dell’Armata. Vi erano inoltre i funzionari civili addetti alle varie divisioni che avanzavano insieme alle loro rispettive unità. Il controllo tecnico ed amministrativo era esercitato dalla SCAO d’intesa con i funzionari dell’AMG che dipendevano direttamente dai comandi militari.
L’organizzazione dell’AMG dell’8ª Armata era un po’ diversa. Vi erano due Quartier Generali; il primo nelle vicinanze del fronte, presso il Quartier Generale avanzato dell’esercito ed il secondo nelle retrovie. Il primo era formato da pochi funzionari incaricati di mantenere il collegamento tattico con il personale dell’AMG, distaccato presso le truppe combattenti. Il secondo, invece, era formato dal solito gruppo di specialisti.
I compiti dei funzionari civili incaricati di collaborare direttamente con le divisioni di prima linea, erano generalmente gravissimi. Si trattava di entrare insieme con le truppe nelle città appena liberate e di occuparsi della popolazione civile. Essi cominciavano con affiggere sui muri il proclama GMA, informando la popolazione che nessuno doveva spostarsi oltre 10 Km. dalla propria abitazione, senza permesso. Requisivano poi tutti gli automezzi a disposizione per trasportare gli sfollati; mobilitavano gli abitanti (e talvolta anche i prigionieri di guerra) per sotterrare i morti; mettevano al sicuro i documenti ufficiali più importanti; facevano un rapido sopralluogo della situazione alimentare; organizzavano insomma, i primi elementi di un governo locale.
La missione dei funzionari civili addetti alle retrovie era più minuziosa e particolareggiata. Essi dovevano controllare la scelta degli impiegati municipali italiani; persuadere i contadini a tornare nei campi (che a volte erano ancora entro il raggio d’azione dell’artiglieria nemica); assumere operai locali per la riparazione delle strade e dei ponti che servivano ai militari e decidere il momento giusto per chiedere la collaborazione dei funzionari delle amministrazioni provinciali: questi, sempre alle dipendenze della SCAO, amministravano la zona nell’attesa di ulteriori avanzate.
Il gruppo «specialisti» dell’AMG coordinava le varie attività, recandosi anche in prima linea, se necessario. La marea di profughi che ingombravano le strade durante le avanzate, rendeva necessaria una accurata organizzazione del traffico. Bisognava impedire ai civili in fuga di intralciare la marcia delle truppe avviandoli verso i campi di smistamento e più tardi nelle zone di retrovia.
L’organizzazione dei rifornimenti era il compito più difficile degli AMG dell’esercito. Essi dovevano organizzare depositi di viveri nelle zone avanzate, adeguare la distribuzione ai complessi movimenti dell’esercito, utilizzare le risorse locali quando possibile, aumentare o diminuire le razioni secondo i prodotti disponibili.
IX
IL LAVORO DELLE SOTTOCOMMISSIONI
Per rendersi conto dei risultati ottenuti in ogni campo dalla Commissione Alleata, basta esaminare i rapporti delle sotto-commissioni. I suoi specialisti, essendo quotidianamente a contatto coi tecnici italiani dei vari ministeri, potevano farsi un’idea precisa delle necessità più urgenti e coordinare i lavori da eseguire. Dovevano inoltre esser sempre a disposizione dello Stato Maggiore dell’esercito, che spesso aveva bisogno di loro per delle missioni speciali.
LA SOTTOCOMMISSIONE PER LE FORZE TERRESTRI
La sotto-commissione delle Forze terrestri dell’AC si chiamava anche «Missione militare presso l’esercito italiano». Si deve ad essa, per esempio, se l’esercito italiano è risorto. Con degli elementi demoralizzati, mal equipaggiati e stanchi (molti soldati italiani erano stati sotto le armi per otto anni) questa sotto-commissione riuscì a riformare delle unità abbastanza efficienti. Il Ministero della Guerra e l’esercito italiano furono completamente rinnovati; con una nuova organizzazione che eliminava gli elementi non essenziali, si formò un certo gruppo di unità da combattimento, in base all’equipaggiamento ed ai trasporti disponibili. L’amministrazione fu epurata e divisa in 11 Regioni Territoriali, 99 Distretti Militari e 90 Depositi Regionali. Ciò avrebbe servito, col tempo, ad estendere l’autorità e il controllo del Ministero della Guerra in tutta l’Italia.
Il sistema di mobilitazione era stato corrotto dai metodi fascisti e le diserzioni erano numerose. Una divisione italiana, ad esempio, perse i suoi uomini in ragione di 250 individui al giorno, riducendo così i suoi effettivi da 7.500 a 2.500. Nell’autunno del 1944, una chiamata alle armi nel Lazio, raccolse 3.700 uomini, mentre il numero previsto era di 14.000. Le misure consigliate dalla sotto-commissione per eliminare i difetti del sistema e modernizzarlo, dettero degli eccellenti risultati. Ad una nuova chiamata alle armi in Sardegna, per 10.000 uomini, se ne presentarono 13.000.
Venne fissato a più di 300.000 il numero di uomini per il nuovo esercito italiano. Un quinto dell’equipaggiamento doveva essere prelevato dai depositi militari italiani rimanenti, tre decimi dagli Stati Uniti e più di metà da rifornimenti inglesi: la razione del soldato fu portata a 3.378 calorie al giorno, massimo mai raggiunto nella storia italiana. Alle truppe di prima linea si provvide a distribuire una razione di cognac. Si pensò inoltre di dotare l’esercito di cantine mobili, di un giornale (La Patria), insomma di tutte le comodità che richiede un esercito moderno. Più di 175.000 uomini vennero addetti alle linee di comunicazione alleate. C’erano delle compagnie di segnalatori, altre adibite alla manutenzione delle strade e dei battaglioni portuali.
Nella primavera del 1945 cominciarono a rimpatriare i soldati italiani dei Balcani. Erano 35.000, compresi i superstiti della famosa Divisione Garibaldi che, al comando del Maresciallo Tito, si era battuta valorosamente contro i tedeschi. I patrioti italiani avevano reso dei servizi preziosi alle truppe, specialmente come esploratori, e si erano meritati il rispetto degli alleati. Furono autorizzati ad arruolarsi nell’esercito italiano ed in un mese vennero assunti 3.000 con l’aiuto della sotto-commissione delle forze di Terra e della «Sezione Patrioti» dell’AC.
Furono autorizzati sei gruppi di combattimento: Cremona, Friuli, Folgore, Mantova, Piceno e Legnano. Vennero equipaggiati interamente con armamento inglese ed addestrati ai metodi tattici moderni da istruttori britannici. Il gruppo Cremona fu mandato per primo al fronte con l’8ª armata, al principio del 1945. In complesso, benché si trattasse di una unità militare improvvisata e dotata di armi nuove, se la cavò con onore. Alla fine della guerra in Italia, l’esercito italiano aveva subito 11.100 perdite, dovute ad azione nemica. Il Corpo Nazionale di Liberazione aveva mandato dei gruppi di combattimento in Corsica ed avevano avuto circa 8.100 perdite. Altre 3.000 si ebbero tra le truppe in servizio sanitario al fronte. Alla fine della campagna, soltanto il gruppo «Friuli» era rimasto inattivo, per mancanza di equipaggiamento. La sotto-commissione dichiarò che il contributo di questi gruppi aveva permesso una concentrazione di forze sufficienti per lanciare l’offensiva finale e sfondare le difese nemiche.
LA SOTTOCOMMISSIONE DELLA MARINA
La sotto-commissione della marina lavorava per il Comando Navale Alleato del Mediterraneo e controllava l’amministrazione del Mediterraneo e controllava l’amministrazione del ministero della marina italiano per conto della Commissione Alleata. Sotto la sua guida, la marina italiana cooperò utilmente allo sforzo bellico I campi di mine furono spazzati dai suoi marinai ed il suo personale presidiava le installazioni portuali, risparmiando così il potenziale umano alleato. Più di 35.000 operai lavoravano nei cantieri di Taranto e di Napoli ed in quelli più piccoli di Palermo e Livorno. Nella primavera del 1945, erano state eseguite più di 2.000 riparazioni e 1.000 messe in bacino. Erano state riparate mensilmente, 150 unità, tra navi da guerra e mercantili.
Alla fine di marzo 1945, secondo i rapporti della sotto-commissione, sei incrociatori, otto caccia e circa quarantatré torpediniere e corvette avevano scortato 1.400 convogli di 12.300 navi. Inoltre, avevano trasportato 209.000 soldati e civili italiani, 54.000 soldati alleati e 62.000 tonnellate di merce percorrendo più di 1.884.000 miglia. Dal settembre 1943, la marina aveva partecipato a più di 900 missioni. Per un periodo di circa cinque mesi, a due incrociatori venivano affidate delle ricognizioni con «valore ed efficienza». Il personale della nuova marina ammontava a circa 80.000 uomini.
Un battaglione di truppe di sbarco italiane – il «San Marco» – combatté sul fronte di terra. Il ministero della marina, con l’aiuto della sotto-commissione, preparò un progetto per chiamare sotto le armi 4.500 uomini: la prima chiamata dall’armistizio in poi. Intanto 430.000 rottami di proiettili venivano trasferiti dalla marina alle acciaierie, per essere convertiti in 150.000 tonnellate di acciaio per le costruzioni industriali. Si attuava così il piano di trasformare le spade in aratri.
LA SOTTOCOMMISSIONE PER LE FORZE AEREE
La sotto-commissione dell’aeronautica funzionava come le altre sotto-commissioni. Gli effettivi dell’aviazione italiana erano di circa 31.000 uomini. Quando gli alleati assunsero il controllo, c’erano circa 200 velivoli, fra caccia, bombardieri e idrovolanti. Il personale, però era efficiente e di morale alto. Con delle macchine logore, eseguivano voli pericolosi per portare delle tonnellate di rifornimenti alle truppe in Jugoslavia. Gli abilissimi meccanici italiani vennero trasferiti in blocco – erano 9.000 – alle Forze Aeree Alleate. I vecchi aeroplani italiani furono mantenuti in efficienza con dei ripieghi ingegnosi, perché le parti di ricambio erano pressoché inesistenti. Si cercavano dappertutto delle parti che potessero essere riadattate: nel Medio Oriente, nell’Africa del Nord e, più tardi, nell’Europa occidentale, ma con poco successo. Finalmente, cinque squadriglie da caccia alleate e bombardieri furono destinate all’aviazione rinnovata. Nell’aprile del 1945, gli italiani avevano effettuato più di 13.400 voli di guerra, meritandosi le lodi del comando aereo alleato per i loro attacchi alle linee tedesche nei Balcani.
LA SOTTOCOMMISSIONE PER LA SICUREZZA PUBBLICA
Alla sotto-commissione della Sicurezza Pubblica, spettava l’ingrato compito di far rispettare la legge e l’ordine in una società disorganizzata dalla guerra. Bisognava ricostruire la polizia italiana e trasformarla in un ente apolitico efficiente e pronto a servire il pubblico. La cosa non era facile: prima di tutto andava distrutta l’eredità di corruzione fascista e poi bisognava procurarsi i trasporti, le razioni e l’abbigliamento necessario. Il totale dei carabinieri fu portato a 55.000 uomini (nel luglio del ’45 tale numero fu portato a 65.000). Gli agenti di P.S. (32.000), la Guardia di Finanza (30.000), la Guardia Forestale (4.500) e circa 7.500 metropolitani, dovettero essere riorganizzati. Uniformi alleate servirono a risolvere il problema del vestiario. L’Ovra, polizia segreta fascista, fu abolita. I Vigili del Fuoco – altri 13.000 uomini da controllare – furono riorganizzati alla meglio, dato lo scarso materiale. Fu iniziata la sorveglianza accurata e continua del traffico civile. Nel territorio del governo italiano, la circolazione fu lasciata libera, ossia senza bisogno di permessi. Nelle zone regionali dell’AMG fu istituito un tipo semplice di permesso di polizia; nelle zone d’operazione, invece, il traffico era controllato severamente e nessuno poteva circolarvi senza un permesso speciale dell’esercito.
Un collegamento stretto dell’AMG con gli organi militari di sicurezza dell’esercito, impedì agli agenti nemici di diventare pericolosi. Pochissimi riuscirono ad evitare la cattura, malgrado la persistenza del nemico, che continuava a reclutare spie fra gli italiani a lui devoti. Ancora il 25 aprile, fu calato col paracadute in territorio alleato un agente con un apparecchio radio e 300.000 lire in contanti. Dal dicembre 1944 all’aprile 1945, la sotto-commissione ebbe a giudicare 120 casi di spionaggio. Tutti i fascisti di cui si conoscevano le simpatie per il nemico, vennero internati in campi di concentramento. Le sotto-commissioni dovettero anche investigare la vita privata di migliaia d’italiani che avevano contatti ufficiali colla Commissione Alleata, o che erano sospetti di tendenze fasciste.
Bisognava anche sfollare le prigioni che, dato l’accumularsi delle pratiche nei tribunali, si erano riempite ad oltranza, provocando dei disordini interni. Le 35 prigioni giudiziarie dell’Italia liberata erano piene di prigionieri che aspettavano di essere giudicati. Le 17 prigioni penali, invece, erano abbastanza sgombre e potevano accogliere altri 9.000 ospiti nella primavera del 1945. Altro problema da risolvere fu quello del mantenimento e dell’amministrazione di 9.000 guardiani.
LA SOTTOCOMMISSIONE LEGALE
Il funzionamento della giustizia era rallentato temporaneamente dall’epurazione. I membri presidenti delle commissioni di epurazione erano prelevati dal personale giudiziario privando i tribunali di 150 giudici. Furono reclutati nuovi giudici e richiamati quelli a riposo. La sotto-commissione doveva riesaminare tutti i processi più importanti. Fino al 1° maggio, i tribunali dell’AMG avevano liquidato 82.778 casi. Soltanto nelle regioni meridionali bisognava riesaminare 8.892 processi svolti da tribunali italiani. Il ritardo era così grande che il 1° maggio c’erano ancora 16.000 casi da giudicare in Sardegna, 7.135 nell’Italia meridionale e 2.000 in Toscana.
La sotto-commissione legale provvide a ridurre a quattro i quindici proclami emessi dall’AMG. Nella primavera del ’45, le quaranta ordinanze generali furono ridotte a ventuno; soltanto i cinque avvisi pubblici (consegna delle armi, coprifuoco, ecc.) rimasero immutati. Inoltre la sotto-commissione fiancheggiò l’opera di giuristi italiani intesa a compilare i decreti riguardanti i matrimoni fra membri delle forze armate americane o alleate e donne italiane; si occupò anche del suffragio femminile secondo la legge italiana.
Il campo d’azione della sotto-commissione legale diventava sempre più vasto. Fu consultata sul funzionamento dell’Assemblea Costituente (organo che sarà convocato dopo la liberazione completa del paese e rappresenterà il primo passo verso il ritorno al regime parlamentare). Dovette decidere in merito all’applicazione della legge italiana in caso di scioperi ferroviari ed alla giurisdizione della commissione italiana di epurazione riguardo ai giudici nelle colonie amministrate dagli inglesi. I conflitti fra le società autorizzate dalla AMG e le autorità italiane, i diritti di proprietà dei civili sui macchinari abbandonati, la prostituzione e la relativa procedura criminale italiana, erano tutte questioni che passavano per le sue mani.
LA SOTTOCOMMISSIONE PER IL GOVERNO LOCALE
La sotto-commissione del governo locale, che aveva il compito di provvedere alla ricostruzione dei comuni e delle province, per reintegrarle nell’amministrazione italiana centrale, si manteneva in contatto continuo col ministero dell’interno. La difficoltà maggiore era di trovare un numero sufficiente di funzionari di carriera che oltre ad essere competenti fossero altresì esenti da ogni macchia di fascismo. Per la prima volta dal 1939, fu indetto un concorso per segretari comunali che dovevano amministrare i 7.339 comuni italiani. Spesso accadeva che i funzionari di carriera, vagliati e preparati a questo scopo, non accettassero nomine in province lontane dalla capitale, col pretesto di malattia o di difficoltà finanziarie. La sotto-commissione allora, doveva scovare un altro funzionario e, talvolta, l’inconveniente si ripeteva.
Nei primi mesi del 1945, la sotto-commissione collaborò col governo italiano a un progetto di elezioni che dovevano aver luogo appena la situazione politica e militare lo avrebbe permesso. La sotto-commissione consigliò una modernizzazione delle leggi elettorali italiane, per ottenere una votazione libera, segreta e democratica, degna della democrazia rinascente. Fu provveduto al trasporto delle schede e dei foglietti d’istruzioni, ed alla requisizione dei locali necessari per le votazioni.
LA SEZIONE DEI PATRIOTI
La Sezione Patrioti della sotto-commissione aveva percorso molta strada dall’estate del 1944. Sulla Linea Gotica, le armate alleate trovarono delle bande di patrioti ben organizzate ed i metodi di smobilitazione divennero più efficaci. Certificati firmati dal Maresciallo Alexander, erano stati stampati per distribuirli ai patrioti riconosciuti. I patrioti della Linea Gotica provenivano quasi tutti da unità militari alleate ed erano spesso comandati da ufficiali alleati. Molti erano stati costretti dalle condizioni invernali sulle montagne, ad attraversare le linee e chiedere aiuto agli alleati. In collaborazione col governo italiano, 76 ufficiali furono addetti all’assistenza ed al riordinamento delle bande.
Fu creato un centro di assistenza per ricevere i patrioti, nutrirli, rivestirli, curarli, e se necessario, dar loro un impiego o rimandarli con mezzi rapidi in seno alla famiglia. Venivano pagati, secondo i servizi resi: i feriti ricevevano un compenso maggiore e le famiglie dei morti in combattimento una indennità ancora più grande. In vista della liberazione del nord, dove 100.000 patrioti stavano combattendo, vennero progettati circa 30 nuovi campi.
L’EPURAZIONE
La revisione degli antecedenti politici del personale governativo procedeva intanto rapidamente. Gli italiani miravano a sottoporre la nazione a un grande processo generale che valesse a distruggere l’influenza fascista infiltratasi in tutti gli strati amministrativi, comprese le istituzioni parastatali semi private, controllate dal governo. La procedura fu riconosciuta giudiziosa, equa e scevra da sospetti di vendette personali. Sembrò anche abbastanza pratica per raggiungere lo scopo: il risanamento di una intera generazione.
Nella primavera del 1945, il decreto fondamentale di defascistizzazione – decreto 159 – aveva già generato altri 120 decreti secondari. Le categorie erano quattro. La prima riguardava la punizione dei delitti fascisti: atti di violenza e tradimento della costituzione. La seconda, epurazione generale dell’amministrazione; e questo poteva dirsi senz’altro il lavoro più difficile dato che bisognava distinguere fra i fascisti veri e quelli nominali. La terza riguardava il recupero delle fortune individuali accumulate dai fascisti. La quarta, il sequestro delle proprietà degli enti fascisti.
Prima della fine di aprile, la categoria per la punizione dei delitti fascisti aveva esaminato 4.600 casi; di cui 4.398 erano stati messi sotto processo. I 22 casi più gravi vennero giudicati dall’Alta Corte che pronunciò 16 condanne. L’inchiesta sulle fortune individuali si fermò su 4.400 casi. Fu rapidamente svolta l’istruttoria di 1.300 di essi, mentre furono emessi 554 ordini di sequestro. Si provvide infine a confiscare proprietà di enti fascisti per più di un miliardo di lire.
Non meno di 300 commissioni d’inchiesta furono nominate dal governo italiano per l’epurazione degli impiegati statali e parastatali. Queste commissioni incontravano la solita difficoltà dei mezzi di trasporto, che impediva ai loro membri un disbrigo rapido delle inchieste. Ma la difficoltà maggiore consisteva nel riesumare fatti ormai lontani nel tempo. L’AMG aveva condotto una epurazione considerevole per conto suo. Quando si trasferiva in una zona nuova, destituiva immediatamente i funzionari a capo dell’amministrazione fascista; in seguito, coll’aiuto di comitati italiani, procedeva al licenziamento dei funzionari minori che avevano fatto parte della gerarchia fascista. Le autorità italiane riferirono alla Commissione Alleata che su 485.741 impiegati ne erano stati esaminati 165.254 e 26.331 erano stati deferiti alle commissioni d’inchiesta. Le commissioni ne avevano assolti 11.102; licenziati o messi a riposo 2.330, mentre erano state inflitte piccole punizioni agli altri 4.831. Le cariche più importanti erano state epurate per prime. Si provvide, per esempio, ad esaminare immediatamente la posizione dei prefetti delle province liberate nella primavera del 1945; su 98, 34 furono processati, 6 licenziati e 16 puniti leggermente.
[…]
(Presentazione di) Lamberto Mercuri, Resoconto delle attività svolte dal Governo Militare Alleato e dalla Commissione Alleata di Controllo in Italia, Quaderni della FIAP, n.17

L’11 agosto 1944 esce a Firenze anche il primo numero de «La Nazione del popolo», organo del CTLN, che diventa uno dei simboli di quella giornata. Le forze antifasciste, infatti, sono ben consapevoli di quanto sia importante e necessario stampare e diffondere un giornale che sia la voce della città liberata, l’espressione dei valori democratici su cui fondare il processo di ricostruzione.
[…] Quotidiani e periodici sono un peculiare punto di osservazione per conoscere gli eventi contemporanei, interpreti e guide di realtà complesse in mutamento.
Allo stesso tempo, per i partiti sono uno degli strumenti principali con cui rapportarsi con la popolazione, non solo per cercare di indirizzarla secondo i propri interessi, ma anche per compiere i primi passi di una rieducazione alla democrazia.
Queste due tendenze si intrecciano in un processo dialettico complesso e dagli esiti incerti, tra la volontà di costruire un sistema di regole riconosciute e una strategia funzionale alla promozione del singolo partito. Del resto la stessa pluralità di voci che animano il dibattito politico mostra l’emergere di divisioni crescenti, ma è al tempo stesso una manifestazione del processo democratico in cui tale pluralità è sintomo di ricchezza.
La Toscana mostra in quegli anni un tessuto favorevole alla costruzione di una nuova identità che trova espressione nell’opera del CTLN, dei partiti politici, e nella diffusione di una variegata produzione di quotidiani e periodici che rispecchia la peculiarità e la forza che la Resistenza aveva avuto in questa regione. Infatti, dall’agosto del 1944 gli Alleati, che assumono il controllo dei territori liberati, autorizzano la pubblicazione di un solo giornale per provincia, a cura del CLN o apartitico, proprio in virtù del ruolo attivo e significativamente determinante giocato dal CTLN nella guerra e della sua volontà di governo delle amministrazioni locali. Questa decisione permette l’immediata ripresa di una libera stampa espressione delle forze democratiche. Per Ian S. Munro, capo dell’ufficio stampa del Psychological Warfare Branch Italy, organismo addetto alla propaganda e al riordinamento dei giornali nei paesi liberati, uno dei massimi responsabili dell’attuazione del Press Plan for Italy, piano strategico elaborato dagli Alleati per riorganizzare la stampa italiana, si trattava di un […] esperimento unico nella storia del giornalismo e forse unico nella storia della guerra, cioè la fondazione della libera espressione della parola stampata in mezzo a un popolo ex nemico, che non aveva esercitato questo privilegio per due generazioni, e lo sviluppo di una stampa libera in un paese che [era] ancora teatro di operazioni di guerra.
Matteo Mazzoni, Raggi di luce di un’alba nuova. La formazione alla democrazia sui giornali fiorentini del biennio 1944-1946, Annali di Storia di Firenze. II, 2007, Firenze University Press