Sui partigiani della Banda Buratti

Memoriale dei patrioti trucidati a Forte Bravetta di Roma – Fonte: ANPI provinciale Roma

Roma è sotto il controllo militare dell’esercito tedesco, agli ordini di Albert Kesserling, e della Gestapo, guidata da Herbert Kappler e dal comandante delle SS Karl Wolff, quando il 31 gennaio 1944 vengono arrestati dieci cittadini, accusati di tramare contro il “governo tedesco”. Sono Giovanni Andreozzi, nato a Roma il 2 agosto 1912, iscritto al PCI di Monte Sacro- Val Melaina; Mariano Buratti, nato a Bassano di Sutri il 25 gennaio 1902, professore di filosofia, iscritto al Partito d’Azione; Mario Capecci, nato a Roma il 25.11.1925, iscritto a Bandiera Rossa Roma; Enrico De Simone, nato a Napoli il 15.7.1901, ufficiale di cavalleria; Augusto Latini, nato a Roma il 6 novembre 1897, del poligono di tiro per l’esercito, luogo iscritto a Bandiera Rossa Roma nel periodo fascista; Vittorio Mallozzi, nato ad Anzio nel 1909, fornaciaio, iscritto al Partito Comunista Italiano; Paolantonio Renzi, nato a Montebono Sabino il 6 marzo 1894, muratore, iscritto al Partito d’Azione; Raffaele Riva, nato a Sant’Agata Bolognese il 29 dicembre 1896, operaio del Movimento dei cattolici comunisti; Franco Sardone, nato a Tornarella il 22 gennaio 1893, insegnante, iscritto al Partito d’Azione; Renato Traversi, nato a Velletri il 6 marzo 1899.
Sottoposti a torture i dieci cittadini vengono condotti a Forte Bravetta, una costruzione fortificata progettata da Durand de la Penne tra il 1877 e il 1883. L’edificio sorge nella periferia occidentale della capitale, al terzo chilometro della via omonima verso la metà circa della via di Bravetta, dalla quale si diparte la via Portuense, nella Riserva naturale della Valle dei Casali, estesa per più di 10 ettari; gli uomini sono stati condannati alla fucilazione «perché preparavano atti di sabotaggio contro le forze armate germaniche e capeggiavano altri attentati contro l’ordine pubblico della città di Roma».
Si saprà poi che uno dei partigiani, Raffaele Riva, ha rifiutato la benda, dopo aver fumato l’ultima sigaretta; l’altro comunista Vittorio Mallozzi sarà ricordato in un volantino dalla sezione romana del Partito Comunista. A questa esecuzione faranno seguito nei mesi successivi, fino alla liberazione della capitale nel giugno ’44, le uccisioni di altre 111 persone.
Dopo le fucilazioni di Forte Bravetta, i familiari delle vittime con l’aiuto di alcuni cittadini membri della Resistenza e di alcuni dipendenti del cimitero del Verano, riescono a entrare di notte nel cimitero e riesumare le salme sepolte anonimamente in fosse comuni, ma riconosciute da documenti o indumenti che hanno addosso. Pochi mesi dopo però i familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine eseguiranno, alla luce del sole e con l’aiuto di un medico legale, la stessa operazione di riconoscimento, che vanifica il tentativo dei nazisti di nascondere l’azione criminale.
ANPI provincia di Roma

Mariano Buratti – Fonte: MAGAZINE ITALIA

Lo scontro armato, fuori della città, assume caratteristiche diverse. A Viterbo Mariano Buratti, insegnante di liceo, dopo il 25 luglio organizza una sezione del Pd’A (Partito d’Azione) e, subito dopo l’8 settembre, costituisce nei boschi circostanti S. Martino la prima banda armata sui Monti Cimini, designata anche col suo nome. La Banda del Cimino e quella diretta da Manlio Gelsomini sono le formazioni partigiane più attive del nord del Lazio, che si collegheranno poi nel più largo raggruppamento Monte Soratte, con sede centrale a Roma sotto il comando del colonnello monarchico Siro Bernabò. La banda effettua colpi di mano per impossessarsi di armi, distrugge automezzi tedeschi e sparge i chiodi “a tre punte” sulle strade battute dagli occupanti […] Mariano Buratti, del Pd’A, non ha precedenti politici alle spalle quando, dopo l’8 settembre, fa la sua scelta nel Viterbese. Professore di filosofia si muove nell’ambiente in cui è sempre vissuto: la scuola […] Franco Sardone, nato a Tornarella , insegnante, appartenente a Giustizia e Libertà, è arrestato l’11 gennaio 1944. A Via Tasso è probabilmente protagonista di un tentativo di fuga con Mariano Buratti e Ernesto Catani. I tre comunicano con l’esterno nascondendo messaggi nel vestiario e nel cibo […] L’arresto di Mariano Buratti a opera delle SS avviene il 12 dicembre presso Ponte Milvio, mentre procede in automobile da Viterbo con una forte somma di denaro destinata alla sua formazione, in compagnia dell’avvocato M. P., forse un delatore. Condotto a Regina Coeli, con l’accusa di porto d’armi abusivo, è trasferito a via Tasso dove viene torturato e dove si addossa ogni responsabilità degli atti di guerra compiuti dalla sua banda […] Il 31 gennaio [1944] viene effettuata una rappresaglia nei confronti di Giovanni Andreozzi, Mariano Buratti, Enrico De Simone, Augusto Latini, Vittorio Mallozzi, Paolo Renzi, Raffaele Riva, Franco Sardone, Renato Traversi, Mario Capecci, condannati “perché preparavano atti di sabotaggio contro le forze armate germaniche e capeggiavano altri attentati contro l’ordine pubblico della città di Roma” […] Il 5 marzo un gruppo di partigiani di Torpignattara in azione al Quarticciolo per distruggere la locale sede del fascio, si scontrano coi tedeschi, che lasciano un morto sul terreno. I tedeschi ordinano l’esecuzione di dieci indiziati che vengono fucilati due giorni dopo: Antonio Bussi, Concetto Fioravanti, Vincenzo Gentile, Giorgio Labò, Paul Lauffner, Francesco Lipartiti, Antonio Nardi, Mario Mechelli, Augusto Pasini, Guido Rattoppatore. Augusto Pasini, del Fmcr [Fronte militare clandestino di resistenza], è un elemento di spicco della banda Buratti, paracadutista, abile nella raccolta delle armi.
Augusto Pompeo (a cura di), Forte Bravetta 1932-1945. Storie, memorie, territorio, SPQR XVI Circoscrizione, ANPI provincia di Roma, 2000

[Mariano Buratti] Nato a Bassano di Sutri (Viterbo) il 15 gennaio 1902, fucilato al Forte Bravetta (Roma) il 31 dicembre 1943, insegnante, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Aveva compiuto il servizio di leva e l’aveva concluso come ufficiale di complemento nel 26° Reggimento Fanteria “Bergamo”.
Nel 1924 era poi entrato nella Guardia di Finanza come “sottobrigadiere” e in questo Corpo era rientrato ed uscito a più riprese, con i “richiami” che avevano intervallato il suo impegno, prima di insegnante elementare e poi di storia e filosofia, al Liceo “Umberto I” di Viterbo, che oggi porta il suo nome. Due tragedie familiari (la morte della figlioletta Magda e, poco dopo, quella della moglie Cristina e della bambina che aveva in grembo), l’avevano sconvolto ed avevano indotto Mariano Buratti, nel 1936, ad arruolarsi nella MVSN per partecipare alla guerra d’Africa. Ne era tornato nel 1937, aveva ripreso gli studi e l’insegnamento, per tornare di nuovo in divisa nella Guardia di finanza nel 1941 e poi nel 1942 e ancora nel 1943, quando già s’era formato una nuova famiglia ed era diventato seguace di Guido De Ruggiero. Grazie a questa frequentazione, dopo la caduta del fascismo Buratti era entrato nel Partito d’Azione. Quando sopravvenne l’armistizio si diede alla clandestinità, organizzando sui monti del Cimino una banda partigiana (che portava il suo nome), formata prevalentemente da ex militari che erano stati suoi allievi a scuola.Il 13 dicembre 1943 l’insegnante azionista cadde nelle mani dei nazifascisti, sul piazzale di ponte Milvio a Roma. Condotto in via Tasso (sede dell’SD, la brutale polizia politica comandata dal maggiore Herbert Kappler) e poi a Regina Coeli, fu fucilato due settimane dopo, con altri otto patrioti, al Forte Bravetta.
La motivazione della Medaglia alla sua memoria recita:
“Nobilissima tempra di patriota, valente ed appassionato educatore di spiriti e di intelletti. Raccoglieva intorno a sé, tra i monti del Viterbese, un primo nucleo di combattenti dal quale dovevano sorgere poi valorose formazioni partigiane. Primo fra i primi nelle imprese più rischiose, animando con l’esempio e la parola i suoi compagni di lotta, infliggeva perdite al nemico e riusciva ad abbattere un aereo avversario. Arrestato in seguito a vile delazione, dopo aver sopportato, con la fierezza dei forti e col silenzio dei martiri, indicibili torture, veniva barbaramente trucidato dai suoi aguzzini. Esempio purissimo di sublime amor di Patria”.
[…]
Tratto dalla testimonianza di S. Vismara in Di Porto, Bruno, La Resistenza nel Viterbese, “Quaderni della resistenza laziale”, 1977, n. 3, pp. 153-154:
“Fine agosto 1943: nella Viterbo già desolata dai bombardamenti il prof. Mariano Buratti, Ordinario di Storia e Filosofia nel Regio Liceo Ginnasio ‘Umberto I’, riscuote quello che doveva essere il suo ultimo stipendio; tra la sorpresa degli amici, destina buona parte di quelle poche centinaia di lire all’acquisto di fucili mitragliatori (due o tre non ricordo bene) e di munizioni. ‘Vedrete – ci disse – ne avremo bisogno’. Un mese più tardi la sua profezia si era già avverata; quelle armi erano le prime in dotazione alla ‘banda del Cimino’, la formazione partigiana guidata da Mariano Buratti, Medaglia d’oro della Resistenza, fino al suo arresto alla metà di Dicembre. Il gruppo Buratti protesse parecchi prigionieri angloamericani e li avviò al Sud, in modo che potessero sfuggire ai tedeschi e passare le linee; compì numerosi atti di sabotaggio sulle strade e sulle ferrovie; nascose militari italiani dispersi dopo l’Armistizio dell’Otto Settembre. La sua azione più fortunata fu quella dell’abbattimento di un piccolo aereo nazista, un ‘Fokker’, probabilmente.
I boschi dei Cimini arrivavano allora alla periferia di Viterbo e includevano l’abitato della graziosa Frazione di San Martino al Cimino; per porre fine all’attività della ‘banda’, i nazifascisti presero alcuni ostaggi tra i Sammartinesi, minacciando rappresaglie, se i partigiani avessero ancora compiuto azioni di guerra. Buratti allora non ebbe alcuna esitazione: decise immediatamente di abbandonare i sicuri rifugi nella zona, i facili collegamenti coi compagni rimasti in città, per non esporre a pericoli la popolazione: infatti gli ostaggi furono subito messi in libertà.La ‘banda del Cimino’ non fu solo un gruppo militare; Buratti era uno studioso di filosofia e letteratura ed amava discutere coi giovani universitari che si erano uniti a lui o gli portavano libri o viveri. Meditava di affiancare all’azione partigiana un’opera di educazione politica e cercava di conciliare liberalismo e socialismo. [ Fu proprio alla vigilia del Natale del 1943 che Buratti, forse tradito da una persona di cui si fidava, fu arrestato a Roma e torturato in Via Tasso. Non si seppe più nulla di lui, fino a quando la Radio Fascista annunciò la sua fucilazione; […] i famigliari poterono riconoscere la salma solo da qualche capo di vestiario e da denti artificiali, perché il viso era deturpato dalle sevizie. Buratti però non aveva parlato.”
31 dicembre 1943: i fascisti torturano e fucilano Mariano Buratti ed altri 8 Partigiani al Forte Bravetta (Roma), MAGAZINE ITALIA, 1 gennaio 2019

Buratti, Mariano – Insegnante, partigiano (Bassano Romano, 15 gen. 1902 – Roma 31 gen. 1944).
Primogenito di sei figli (il padre Benedetto era stato sindaco di Bassano Romano) studiò prima al seminario di Sutri e poi ad Alatri. Tra il 1922 e il 1927 prestò servizio prima nell’esercito e poi nella Guardia di finanza. Dal 1934 al 1937 aveva partecipato come volontario alla Guerra d’Etiopia e dopo il 1941 fu richiamato per alcuni mesi nella Guardia di finanza. Aveva insegnato a lungo nelle scuole elementari poi si era iscritto alla Facoltà di pedagogia dell’Università di Roma e qui si era laureato nel 1941. Si era sposato molto presto e la prematura morte della prima moglie e di due figli gli ispirarono il suo unico volume di poesia, Focolare spento. Liriche (Roma, P. Maglione, 1934). Risposato con Maria Bianchini di Viterbo, ebbe un figlio. Dopo la laurea ebbe la cattedra di storia e filosofia presso il liceo Umberto I a Viterbo, poi a lui intitolato il 31 gen. 1964.
Non aveva precedenti politici alle spalle quando, dopo il 25 luglio, organizzò una sezione del Partito d’Azione e, subito dopo l’8 settembre, costituì nei boschi circostanti San Martino la prima banda armata sui Monti Cimini, designata anche col suo nome.
La “Banda del Cimino” e quella diretta da Manlio Gelsomini erano le formazioni partigiane più attive del Nord del Lazio, che poi si collegarono nel più largo raggruppamento “Monte Soratte”, con sede centrale a Roma sotto il comando del colonnello monarchico Siro Bernabò. La banda effettuava colpi di mano per impossessarsi di armi, distruggeva automezzi tedeschi e spargeva chiodi a tre punte sulle strade battute dagli occupanti. L’arresto a opera delle SS avvenne il 12 dic. 1943 presso ponte Milvio, mentre procedeva in auto da Viterbo con una forte somma di denaro, dopo una riunione tra partigiani tenuta nella notte a casa di Maria Anselmi. Condotto a Regina Coeli con l’accusa di porto d’armi abusivo, venne trasferito a via Tasso: torturato, si addossò ogni responsabilità degli atti di guerra compiuti dalla sua banda. Venne fucilato a Forte Bravetta con altri nove compagni «perché preparavano atti di sabotaggio contro le forze armate germaniche e capeggiavano altri attentati contro l’ordine pubblico della città di Roma». La famiglia non seppe nulla della fucilazione e la salma del B. fu riconosciuta da brandelli di vestiti e dalla protesi dentaria dato che il volto era irriconoscibile per i pestaggi ricevuti.
Medaglia d’oro al valor militare […]
Gente di Tuscia

Brig. richiamato BURATTI Mariano.
In servizio presso la Compagnia di Viterbo. Il sottufficiale, datosi alla macchia dopo l’8 settembre 1943, diede vita ad una banda partigiana destinata ad operare nel viterbese. Fra i membri della cosiddetta “Banda Buratti” furono, quindi, accolti non pochi militari sbandati, ex prigionieri di guerra e internati, alcuni dei quali appartenenti alle forze armate anglo-americane. Arrestato – dietro delazione – dalla Gestapo, il brigadiere Buratti fu fucilato a Forte Bravetta il 31 gennaio 1944. Alla sua memoria fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Museo Storico Guardia di Finanza

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