Sui saccheggi italiani in Francia a giugno 1940

Fonte: Paolo Benevelli

Da nord a sud, dalle pendici del San Bernardo alle baia di Mentone, tredici comuni della Savoia (Séez, Montvalezan, Sainte-Foy-Tarentaise, Bessans, Bramans, Lanslevillard, Lanslebourg, Termignon, Sollières-Sardières), del Delfinato (Monginevro, Ristolas, Névache, Cervières), dell’Ubaye […] e delle Alpi Marittime (Saint-Martin-Vésubie, Roquebilière, Belvédere, Saorgio, Breil-sur-Roya, Sospello, Castellar, Mentone) furono occupate dalle forze armate italiane. […] Quasi tutte le abitazioni di Ristolas, Monginevro e Bramans erano state danneggiate dai cannoneggiamenti: tra esse, otto erano inabitabili. A Sainte-Foy, otto altre erano distrutte (tra cui l’Hotel del Mont-Iseran); a Sollières-Sardières, due erano distrutte; a Maison-Méane, quattro distrutte e diciannove danneggiate; a Combe Brémond, tre distrutte; a Fontan, quelle danneggiate erano una dozzina. Che fossero distrutte, danneggiate o intatte, quando la popolazione rientrò scoprì che le loro case erano state dapprima oggetto di sottrazioni effettuate (tra l’11 e il 21 giugno) [1940] da soldati entrati nelle abitazioni, e poi di saccheggio in piena regola, iniziato dapprima da parte dei soldati, e poi proseguito da parte degli operai venuti dall’al di là delle Alpi, per effettuare lavori di riparazione urgenti e, infine perfino da “visitatori” che si erano passati parola, venuti apposta dalla Penisola, per approfittare della situazione. Nelle Alpi Marittime, il Maresciallo Capo Gérard, scriveva nel suo rapporto: “Ho constatato come le truppe italiane si siano abbandonate a indiscriminati saccheggi nelle zone occupate, e specialmente nel centro di Mentone”. Il Prefetto della Savoia segnalava al Ministero dell’Interno la situazione allarmante dei comuni occupati: “Qui, in Savoia, abbiamo tantissime case distrutte dai bombardamenti aerei e terrestri. Le case che non sono state toccate dai bombardamenti, hanno subito lo sfondamento di porte e finestre con i calci dei fucili; sono stati infranti tutti i vetri, sono stati depredati tutti gli orti, i frutteti e i campi. Le lastre in lamiera che ricoprivano i tetti delle case di montagna, sono state rubate, e gli edifici sono stati lasciati così, scoperchiati alle intemperie. Il mobilio che era all’interno delle case, o è stato asportato, o è stato saccheggiato, rovistato, sventrato o bruciato”. Il sindaco di Séez redigeva, addolorato, una constatazione per il Ministero, di come si fossero comportati gli occupanti nella Haute-Tarentaise: “Quando, suonata l’ora dell’armistizio, i battaglioni nemici invasero i villaggi e frugarono nelle case, la devastazione si svolse in tutta la sua ampiezza. Gli assalitori, senza rifornimenti da diversi giorni, misero al sacco le abitazioni, si impadronirono di ogni tipo di viveri, del bestiame, si accanirono contro i mobili, per cercare al loro interno argenteria o gioielli. Dopo essersi ubriacati con il vino trovato nelle cantine, i nuovi ospiti si batterono tra loro, per spartirsi il bottino. Essi sfondarono le porte e le finestre e si stabilirono nelle case, dimorandovi fino a che vi erano delle provviste alimentari da consumare e dei mobili da demolire. In molte abitazioni, furono accesi dei fuochi sui pavimenti, e in ciascun alloggio vennero lasciati per spregio dei rifiuti, come traccia del passaggio. […] Il saccheggio, divenne sistematico; addirittura il bottino veniva trasportato in Italia con degli autocarri, come camion di traslochi. A Viclaire, tutte le ville ebbero ciò che contenevano, depredato. A Séez, a Villard-Dessus, a Sainte-Foy, ovunque, vi fu la razzìa di tutti gli sci, tutti gli apparecchi elettrici, tutte le macchine da cucire, tutta la biancheria di ogni tipo. Nella sua relazione, il sindaco di Séez stimò in almeno 4.040.987 franchi, il montante dei danni subiti, nel periodo dal 10 giugno al 2 agosto, dal suo Comune. La Haute-Maurienne non fu risparmiata: venne sottratta la maggior parte delle porte e finestre di Bramans, così come fu rubata gran parte dei materassi e della biancheria da letto; mentre il Mulino Comunale, si trovò privato del setaccio e delle cinghie di trasmissione che davano il movimento alla macina. A Sollières-Sardières, oltre ai furti (vennero asportate tutte le serrature delle porte, e venne sottratto ogni genere di utensile, dalle case o dai laboratori), vi furono degli atti di vandalismo, fatti per il puro gusto di farli: nelle abitazioni, vennero spaccati a colpi d’ascia tutti i mobili, mentre vennero infranti sui pavimenti tutti i generi di vasellame, di piatti o di bicchieri; vennero volontariamente ostruiti i WC, spingendo a forza in essi delle lenzuola; nelle madie delle case, la farina trovata venne apposta insozzata e mescolata con della vernice, per renderla inutilizzabile. A Termignon, tutte le abitazioni furono aperte, i mobili e le stoviglie asportati e, quello che non era asportabile, distrutto. A Lanslebourg, il Comando Italiano si installò all’Hotel Valloire: quando l’albergo venne lasciato libero, risultò essere stato depredato di tutti i materassi, di tutti i tavoli e di tutte le sedie, nonché di 1.500 pregiatissime bottiglie di vino d’annata, conservate nelle cantine. A Lanslevillard, la “fromagerie” fu svuotata di tutte le forme di formaggio, a Bessans, l’emporio del paese fu sottoposto a una vera e propria devastazione, che comportò un danno di 53.500 franchi. Il Prefetto delle Hautes-Alpes, evocava in questi termini, nella sua relazione, ciò che era accaduto nelle stazioni sciistiche frontaliere del Briançonnais: “A Monginevro, dove erano presenti diversi alberghi ammobiliati in maniera confortevole, il saccheggio è stato sistematico. Le truppe italiane, hanno voluto asportare qualsiasi cosa possa essere definita bene mobile. L’assistente sociale del “Secours National des Hautes Alpes”, riportava l’esito dei suoi rilievi effettuati a Roux e Ristolas: “Nei due villaggi, le case sono state spogliate di tutto quello che contenevano: mobilio, istallazioni elettriche, batterie da cucina, aratri, utensili agricoli, sci, provviste, sementi”. Tutte queste spoliazioni, fecero addirittura sorgere un mercato clandestino della refurtiva: se un abitante di Ventimiglia e Sanremo avesse voluto procurarsi a prezzi stracciati dello champagne o dei profumi, bastava che si rivolgesse ai soldati del 90° Reggimento di Fanteria, che erano di stanza nella loro guarnigione a Mentone. Un legionario fascista testimoniò, in seguito, che il saccheggio della città da parte dei militari della “Cosseria” era stato fomentato da un loro colonnello che, quando questi fatti erano venuti a galla sollevando scandalo, e lui era stato messo sotto inchiesta, si era suicidato a Sanremo. Il fatto fu confermato successivamente anche da Giuseppe Frediani, il gerarca toscano nominato nell’aprile 1941 Commissario Civile alla città di Mentone:: “Uno dei nostri ufficiali superiori, fu messo sotto inchiesta dal Comando a seguito dei ripetuti saccheggi a danno della popolazione, e si suicidò”. Questa atmosfera di ruberie, fu lo sfondo di un racconto autobiografico di Italo Calvino, “Gli Avanguardisti a Mentone” (uno dei tre racconti che compongono il libro “L’entrata in guerra”, apparso nel 1954 con i tipi di Einaudi). Nel 1940, Italo Calvino, diciasettenne, come tanti altri della sua età, era un giovane Avanguardista. Poiché la Spagna di Franco aveva mandato una delegazione di giovani falangisti, per salutare l’amico Mussolini e complimentarlo per le conquiste fatte, il partito richiese alla GIL di Sanremo (cittadina dove Calvino abitava) di radunare alcuni manipoli di Avanguardisti, per accogliere gli Spagnoli alla stazione di Mentone. Gli Avanguardisti sarebbero giunti a Mentone su alcuni bus, e si sarebbero fermati qualche giorno, alloggiando negli alberghi vuoti. Si trattava, insomma, quasi di una vacanza, resa ancora più allettante dalla possibilità di saccheggiare impunemente «la Ville des Citrons», considerata preda bellica. Ecco alcuni estratti dal racconto di Calvino: «Scesi in piazza, e vicino alla Casa del Fascio incontrai certi maestri che cercavano Avanguardisti da convocare, che avessero la divisa in ordine e si trovassero lì alla mattina presto l’indomani. C’era in vista una gita a Mentone: stava per arrivare una legione di giovani falangisti dalla Spagna, e alla GIL della mia città era giunto l’ordine di prestare servizio d’onore alla stazione di Mentone, che da pochi mesi era diventata la stazione italiana di frontiera. Mentone era stata annessa all’Italia, ma era ancora preclusa ai civili; e questa era la prima occasione di visitarla che mi si presentava. Così feci iscrivere il mio nome nella lista, insieme a quello del mio compagno di scuola Biancone. […] Avevamo visto di recente al cinema un documentario che rappresentava la battaglia delle nostre truppe nelle vie di Mentone; ma noi sapevamo che facevano per finta, che Mentone non era stata conquistata da nessuno, ma solo sgombrata dall’esercito francese al momento del crollo e poi occupata e saccheggiata dai nostri. […] Ed ecco che [giunti a Mentone] il Centurione [a capo del manipolo di Avanguardisti] si rivelava per quello che era: il più ingenuo di tutti noi. Con una banda di ragazzi pelosi e scampaforche che non vedevano l’ora di mettere a sacco una città, s’inteneriva come una nonna, per la grande avventura di farci passare una notte fuor di casa! E a pernacchie, a rutti, a peti, allontanandosi al passo, la schiera degli avanguardisti faceva eco al suo: – Nop-duì! Nop-duì. Biancone sapeva d’una villa lì vicino, interessante, a detta di chi c’era stato, ma a lui ancora sconosciuta. Nel giardino cantava un lugaro, una goccia cadeva in una vasca. Le foglie grigie d’una grande agave erano istoriate di nomi, paesi, reggimenti, incisi con le punte delle baionette. Girammo intorno alla villa che pareva chiusa, ma trovammo, in una veranda dai vetri rotti, una portafinestra scardinata. Entrammo in un salotto con poltrone e sofà scomposti, ricoperti d’una pioggia di piccoli cocci; i primi saccheggiatori avevano cercato l’argenteria negli stipi e buttato all’aria i servizi di ceramica; e avevano tirato via i tappeti di sotto ai mobili, che erano rimasti in posizioni stravolte come dopo un terremoto. Passavamo per stanze e corridoi oscuri o luminosi a seconda se le persiane erano chiuse o aperte o addirittura asportate, e continuavamo a incontrare oggetti, fermi su casuali sostegni o seminati in terra e calpestati:pipe, calze, cuscini, carte da gioco, filo elettrico, riviste, lampadari. Biancone, andando, indicava ogni oggetto, non perdeva un particolare, ricollegava una cosa all’altra, e si chinava a sollevare un gambo di bicchiere rotto, un lembo di tappezzeria strappato, come mi stesse conducendo a vedere i fiori di una serra, e riponeva ogni cosa nella posizione in cui l’aveva trovata, con la mano leggera e minuziosa dell’investigatore che ispeziona il luogo d’un delitto. Per una scala di marmo sporca d’impronte salimmo ai piani superiori: e le stanze rigurgitavano di veli. Erano zanzariere di tulle a baldacchino; doveva essercene stata una sopra ogni letto, sospesa; e i primi occupanti le avevano strappate e trascinate giù. Ora tutto quel tulle, coi suoi drappeggi e le sue gale, copriva i pavimenti, i letti, i cassettoni d’un manto vaporosamente gonfio e attorto. Biancone gustava molto questa visione, e si muoveva per le stanze scostando i veli con due dita. In una di quelle camere da letto sentimmo un armeggio: e qualcosa come una grossa bestia scalciava sotto la coltre di tulle.- Chi va là? Era Duccio, un avanguardista della nostra squadra, sui tredici anni, grasso e tozzo e rosso in faccia.- C’è tanta roba, di’… – fece, col fiato mozzo; stava passando in rassegna un cassettone. Pigliava le cose dai cassetti, se non gli servivano le buttava per terra, se sì le ficcava nella cacciatora: giarrettiere, calzini, cravatte, spazzole, asciugamani, un vasetto di brillantina. A furia di cacciarsi roba nella cacciatora s’era fatto una gobba quasi sferica, e ancora ficcava sciarpe, guanti, bretelle sotto il maglione. Era gonfio e pettoruto come un piccione, e non accennava a smetterla. Noi non gli badavamo più: avevamo udito un rumore ben distinto, come di martellate, che echeggiava al piano superiore. – Cosa sarà? – dicemmo. – Niente, – disse Duccio, – è Fornazza. Seguendo il rumore arrivammo al piano di sopra, in una specie di tinello, dove l’avanguardista Fornazza, uno della statura di Duccio, ma magro e nero, con un’alta capigliatura riccia, stava prendendo a colpi di martello e cacciavite un antico canterano. – Cosa fai? – domandammo. – Mi servono queste borchie, – disse, e mostrò la mano. Già ne aveva scardinate due. Lasciammo al loro lavoro i camerati e continuammo il giro della villa. Alle soffitte, per un lucernario, uscimmo su un piccolo terrazzo sopra i tetti. Di lì si dominava il giardino e la verde zona intorno, e Mentone, e gli olivi, e in fondo il mare. […] Il pomeriggio, non volevamo perderlo tra le ville distanti e isolate, ma tenerci ai casamenti di città, dove ogni pianerottolo apriva diversi mondi, ogni soglia il segreto d’una vita. Le porte degli appartamenti erano state forzate e sui pavimenti era sparsa la roba dei cassetti rovesciati, per cercar soldi o preziosi; e rovistando in quegli strati di panni, cianfrusaglie, carte, si poteva ancora trovare qualche oggetto di valore. Ormai i nostri compagni battevano con metodo ogni casa, arraffando quello che restava di buono; li incontravamo per le scale, per i corridoi, e alle volte ci intruppavamo con loro. Non s’abbassavano quasi mai – va detto – a frugare, come avevamo visto fare a Duccio; quando trovavano un oggetto interessante o vistoso lo prendevano, avventandosi con un urlo prima che gli altri ci arrivassero; poi magari lo buttavano via, se impicciava o se ne trovavano uno meglio.- E voi che cosa avete trovato? – ci chiedevano. E io ringhiavo tra i denti il mio: – Niente, – combattuto tra il desiderio d’ostentare la mia opposizione e un residuo dell’infantile vergogna d’essere diverso. Invece Biancone si sbracciava in grandi spiegazioni: – Eh? Vedeste! Sappiamo un posto! Sapete lì dalla svolta? Be’: quella casa mezza scassata? Girate dietro e salite quella rampa. Cosa c’è? Se vuoi saperlo, vacci -. I suoi scherzi non è che riuscissero spesso, perché era noto come un piglia-in-giro; ma gli davano comunque l’aria d’uno che sapeva il fatto suo. L’esaltazione della caccia aveva preso tutti. Quando incontrai Orazi, tutto ilare e eccitato, che mi fece toccare le sue tasche, capii che non c’era nessuno che ci avrebbe capiti, me e Biancone. Ma eravamo in due, ci capivamo tra noi, e questo fatto ci avrebbe sempre legati. – Tocca, tocca! Sai cos’è? – diceva Orazi.- Bottiglie? – Valvole! Philips. Mi ci faccio una radio nuova. – Auguri! – Buona caccia! […] Imbruniva. Mi avviai verso il luogo dell’adunata. Per strada c’erano altri compagni che andavano, con le giubbe deformate da gobbe e con gli oggetti meno nascondibili avvolti in fagotti improvvisati. – E tu, tu che hai preso? – domandavano. L’adunata era in un padiglione già sede d’un club inglese, ora trasformato in Casa del Fascio. Nei corridoi illuminati da lampadari pareva la fiera: ognuno mostrava e vantava il suo bottino, senza più timore dei superiori, e architettava le maniere migliori per nasconderlo, per non dar nell’occhio al ritorno in Italia. La sua racchetta da tennis Bergamini la faceva sparire nel rigonfio dei pantaloni, e Ceretti si bardava il petto di camere d’aria da bicicletta e sopra indossava il maglione, e pareva Maciste. In mezzo a loro, vidi Biancone. Biancone aveva in mano delle calze da donna e le toglieva dalla guaina di cellophane, per mostrarle, e le snodava in aria come serpenti. – Quante ne hai? – gli chiesero. – Sei paia! – Seta? – Perdìo! – Buon colpo! A chi le dài? Le regali? – Regalarle? Ci vado a donne gratis per un mese! […] Il Federale si stava divertendo anche lui a passare in rassegna il bottino degli Avanguardisti; tastava le giubbe, faceva tirar fuori gli oggetti più diversi. Bizantini lo seguiva, e assentiva ridendo, soddisfatto di noi. Poi ci chiamò, ci fece radunare intorno a lui, senza metterci in fila, per darci le disposizioni. C’era un’atmosfera di baldoria, d’eccitazione, tutti con quel carnevale addosso. – L’arrivo dei camerati spagnoli, – disse il centurione Bizantini, – è previsto per le nove e mezzo di stasera. Alle nove meno un quarto, adunata qui per metterci in ordine e armarci. Poi si partirà, e stanotte siamo a casa. La roba, vedrete, troveremo il modo di nasconderla, nell’autobus o addosso, e nessuno ci dirà niente. Me l’ha assicurato il Federale, che è molto contento di voi. Ragazzi, non dimentichiamocene, questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori. Tutto quel che c’è, è nostro, e nessuno può dirci niente! Adesso abbiamo ancora un’ora e un quarto: potete ancora andare in giro, senza chiasso, senza storie, come avete fatto finora, e cacciare quello che vi pare. Io vi dico questo, – fece, a voce più alta, – che un giovane che si trova oggi qui, e non porta via niente, è un fesso! Sissignore: un fesso, e io mi vergognerei di stringergli la mano! Un mormorio di plauso seguì queste ultime frasi. E io ora trepidavo d’eccitazione: ero l’unico, l’unico fra tutti a non aver preso niente, l’unico che non avrebbe preso niente, che sarebbe tornato a casa a mani vuote!…». Questo il racconto di Calvino. Ma, più che dagli Avanguardisti, la città venne messa a sacco nel modo più indecoroso da duemila operai della provincia di Imperia che (in vista del ritorno alle loro case degli abitanti sfollati), erano stati chiamati allo scopo di procedere alle riparazioni più urgenti dei danni bellici. Questi operai, misero in piedi un traffico organizzato: come scrive lo Storico Louis Caperan-Moreno nella sua “Histoire de Menton”, poiché questi operai non furono alloggiati a Mentone ma trasportati ogni mattina, come pendolari, a bordo di autocarri, ogni sera, per giorni e giorni, quando rientravano a casa, riempivano i cassoni colmi di tutto quello che riuscivano ad arraffare, come delle cavallette: materassi, vestiti, biciclette, vasellame, stoviglie, biancheria, utensili da cucina, macchine da scrivere e da cucire, oggetti d’arte, piccolo mobilio, calzature. Quando la popolazione, esasperata, si rivolse al Commissario Civile Frediani (che faceva le funzioni del Prefetto), egli chiese a Roma di ottenere altri 300 militari, allo scopo di controllare le strade e di proteggere le case dagli sciacalli. Questi controlli stradali, attuati anche attraverso un posto di blocco con due blindati a Ponte San Luigi, permisero di fermare il flusso degli autocarri carichi di refurtiva e permisero di scoprire come nella cosa fossero persino coinvolti degli antiquari di Torino, Milano e Firenze, che venivano con dei camioncini per fare incetta dei pezzi di pregio, razziati nelle ville. Tutto ciò riuscì a mettere una momentanea battuta di arresto, a questo andazzo. Ma il giornalista nizzardo Pierre Galante (nome molto noto in Francia, e celebre per essere stato anche marito di Olivia de Havilland), scrisse che numerosi testimoni videro che certi figuri continuavano imperterriti il traffico, eludendo i controlli stradali grazie all’utilizzo di barche. Il 6 agosto 1940, l’ingegnere capo del Comune di Mentone Pascal Molinari incaricato di fare una relazione sullo stato dei luoghi, in vista del ritorno degli sfollati e dei servizi essenziali come acqua, luce e gas, non poteva che constatare che la maggior parte degli appartamenti da lui visionati, risultavano violati e saccheggiati. Poiché l’irritazione dei Mentonesi montava, assieme all’ostilità verso gli Italiani, il “Popolo d’Italia” pubblicò un articolo nel quale, allo scopo di respingere le accuse, si imputavano i saccheggi alle c.d. “Orde Senegalesi”. Il giornale si riferiva ai “Tirailleurs Sénégalais”, un corpo di fanteria coloniale che a Mentone aveva una caserma. Solo che la toppa fu peggio del buco: la popolazione sapeva bene che tutti i saccheggi erano avvenuti quando Mentone (come scriveva Calvino) «era stata sgombrata dall’esercito francese al momento del crollo, e poi occupata e saccheggiata dai nostri». D’altronde, era un segreto di Pulcinella: anche il Prefetto di Imperia, Luigi Passerini, scriveva a Roma, al Ministero dell’Interno: “Dopo i saccheggi avvenuti durante i 15 giorni di operazioni belliche vere e proprie, essi sono continuati largamente anche dopo la fine delle ostilità. Di questi fatti, sono stati individuati come responsabili specialmente i titolari e gli operai delle imprese edili, chiamate a lavorare a Mentone, anche se davanti alla popolazione abbiamo portato l’alibi dei soldati senegalesi”. Ma anche in Savoia, nella Haute-Tarentaise, gli operai chiamati dall’Italia per riparare i danni bellici, si dedicarono allo sciacallaggio. Lo riportava Giuliano Emprin ne “L’occupation Italienne en Haute-Tarentaise, 1940-1943“: «Les tissus, les machines à coudre, les meubles, la vaisselle, passaient la frontière du Petit Saint-Bernard dans les camions qui apportaient le ciment pour reconsstruire la R.N. 90 et le pont La Marquise. À Montvalezan, les vols ont été commis par les travailleurs méridionaux utilisés pour les travaux d’urgence. De nombreuses vaches prirent aussi le chemin de la frontière, ainsi que du bois». In seno al C.I.A.F. (Commissione Italiana d’Armistizio con la Francia), organismo che aveva sede a Torino, il Generale Schipsi riconobbe questi fatti come certamente deplorevoli, ma assicurò che erano derivati da pure circostanze congiunturali, e che non si sarebbero ripetuti. Uno dei rappresentanti francesi (del Governo di Vichy) presso il C.I.A.F., stimò in 50 milioni di franchi l’importo dei danni da depredazione, subiti dalla sola Mentone. Dunque, perché, avvennero tutti questi episodi incontrollati di saccheggio (saccheggio sconsiderato, considerando che l’Italia credeva realmente che gli abitanti di questi territori, sarebbero stati presto dei nuovi cittadini italiani?). Le cause possono ricondursi a due motivi distinti. Il primo, come detto dal Generale Schipsi, congiunturale, ossia derivato dalle circostanze: concerne il principio che si impone in guerra, secondo il quale il vincitore si appropria del bottino del vinto, perché quest’ultimo, alla sua mercè, ne diventa la preda. Si tratta della legge di Brenno: vae victis, guai ai vinti. Sovente le autorità fasciste, o le autorità militari, seguirono questa legge, incoraggiando queste pratiche (Calvino, nel suo racconto, fa dire al Federale: «Ragazzi, non dimentichiamocene, questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori. Tutto quel che c’è, è nostro, e nessuno può dirci niente!». Ma il secondo motivo, strutturale e antropologico, corrisponde invece all’invidia sociale, l’invidia del povero verso il ricco. L’Italia era, in quel periodo, un Paese fondamentalmente povero, indebolito ulteriormente dalle ristrettezze imposte dall’autarchia, che aveva invaso un Paese considerato come “ricco”. Questo spiega i furti di aratri o di attrezzi agricoli, di utensili da cucina, di vasellame, della biancheria da letto, della ferraglia, delle porte e serrature: cose di solito tralasciate da un esercito invasore, quale era stato, per esempio, nelle regioni a Nord, quello tedesco, che si era dedicato a trafugare piuttosto gli alcolici di gran marca e i vini di qualità, assieme all’argenteria, all’oro, ai gioielli, ai quadri, alle opere d’Arte, e ai biglietti di banca». Jean- Louis Panicacci, già «Maître de Conférences en Histoire Contemporaine», presso l’Università di Nizza, L’occupation italienne. Sud Est de la France, juin 1940-septembre 1943, Presses Universitaires de Rennes, 2010, come edito da Paolo Benevelli

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