Il Piano Solo

Gli anni Sessanta sono stati uno dei periodi più fecondi e ricchi di cambiamenti della storia italiana: uno su tutti, è nel 1963 che la Repubblica ha il suo primo governo di centrosinistra, guidato dal democristiano Aldo Moro. Ed è proprio contro il programma riformista di tale governo che si inserisce il tentativo di colpo di Stato, noto come lo scandalo Sifar e smascherato solo due anni dopo grazie ad un’inchiesta de L’Espresso.
Noto come il piano “Solo” in quanto portato avanti solo dai Carabinieri, era un tentativo di colpo di Stato che, nelle intenzioni del suo organizzatore, il Generale Giovanni De Lorenzo, avrebbe dovuto definitivamente allontanare le sinistre dal governo. Il tentato golpe avviene nel 1964 ma non viene a conoscenza dell’opinione pubblica prima delle ricostruzioni e degli scoop de L’Espresso firmati da Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari.
Nel pezzo pubblicato da L’espresso il 29 gennaio 1967 e intitolato Anche Saragat schedato dal controspionaggio, l’autore Carlo Gregoretti scrive di una serie di fascicoli del Sifar <206 riguardanti gli esponenti più in vista di tutte le istituzioni, fra cui il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, sindacalisti, imprenditori, intellettuali, etc. schedati a partire dal 1956, quando a capo del Sifar vi era il Generale De Lorenzo <207.
L’Espresso continua la sua inchiesta e il 5 e il 12 febbraio pubblica altri due articoli di Telesio Malaspina dal titolo I misteri delle spie di Stato e Sfogliamo i dossier del Sifar, mentre il 23 aprile, con l’opinione pubblica ormai scossa dalle rivelazioni sui servizi segreti, Scalfari pubblica un altro articolo dal titolo Perché spiavo Saragat.
Ma la vera bomba giornalistica arriva il 14 maggio, quando, con un articolo, Jannuzzi svela un tentato colpo di Stato avvenuto tre anni prima, il 14 luglio 1964. Il titolo è Complotto al Quirinale.
Nel luglio 1964 infatti, mentre procedono faticosamente le trattative politiche, qualcosa di oscuro accade dietro le quinte: davanti a due generali di divisione, undici generali di brigata e mezza dozzina di colonnelli, il Generale De Lorenzo sta concludendo il suo rapporto: <<Stiamo per vivere ore decisive. La Nazione, tramite la più alta autorità, ci chiama e ha bisogno di noi. Dobbiamo tenerci pronti per gli obiettivi che ci verranno indicati>>. Jannuzzi racconta quindi gli avvenimenti di tre anni prima, la caduta del governo Moro, la sfilata in pompa magna delle forze armate il 2 luglio, i colloqui tra il Presidente della Repubblica Antonio Segni ed il Generale De Lorenzo, portando sotto la luce dei riflettori l’esistenza di un piano d’emergenza per ristabilire l’ordine, il piano Emergenza S208. Nei piani di De Lorenzo, il piano E. S, detto anche piano Solo, avrebbe dovuto portare al prelevamento di personaggi politici pericolosi, che poi sarebbero stati raggruppati e raccolti nella sede del Centro Addestramento Guastatori di Capo Marragiu, in Sardegna, dove sarebbero stati custoditi fino alla fine dell’emergenza. Secondo il piano i carabinieri avrebbero assunto il controllo delle istituzioni e dei servizi pubblici principali ed avrebbero occupato con le armi le sedi dei partiti, della Rai, de L’Unità e le prefetture.
Un colpo di Stato che però non ha mai luogo in quanto Nenni cede ancora, e Moro e Saragat rimettono insieme un governo di centrosinistra: l’accordo è firmato nella notte fra venerdì e sabato, appena in tempo, e il nuovo governo si presenta alle Camere per la fiducia prima della fine del mese.
Dopo la pubblicazione dell’articolo di Jannuzzi è lo stesso De Lorenzo a difendersi dalle accuse di aver ordito il golpe attribuendone la responsabilità all’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni.
I retroscena del luglio 1964 sono pubblicati sempre da L’Espresso la settimana successiva, il 21 maggio, con l’articolo I fatti del luglio 1964. Ecco le prove: in un’intervista il senatore Ferruccio Parri racconta di un colloquio con De Lorenzo in cui il Generale avrebbe affermato di essere stato lui a fermare il golpe.
L’ultimo articolo sul caso Sifar viene pubblicato il 4 giugno 1967: una lunga lettera di Pietro Nenni, segretario del partito socialista, in cui il politico conferma che nel 1964 ci fu un tentativo di scavalcamento del Parlamento e come questo tentativo fu sul punto di riuscire. A questa segue una riflessione di Scalfari, consapevole della volontà del governo di soffocare lo scandalo, a difesa dell’operato del giornale.
[NOTE]
206 Servizi segreti militari italiani.
207 I 157.000 fascicoli, molti dei quali abusivi e falsi, erano stati concepiti come strumenti di pressione e ricatto.
208 Il piano Emergenza S era un vecchio piano predisposto dalle forze di polizia fin dai tempi di De Gasperi, ma periodicamente aggiornato e modificato. Per il 14 luglio 1964 le novità fondamentali si riferivano alle liste. Un dei punti essenziali del piano consisteva infatti nell’occupazione delle sedi dei partiti e nell’arresto degli esponenti politici e nel loro concentramento in alcune località predeterminate.
Nicolò Maria Salvi, Il requisito della verità della notizia nel giornalismo d’inchiesta, Tesi di laurea, Università LUISS Guido Carli, Anno accademico 2015-2016

Diversi studi hanno ipotizzato che la struttura Stay Behind avesse una duplice struttura organizzativa: per “cerchi concentrici” ovvero per “ambiti distinti”, ciascun cerchio o ambito attivabile a seconda dell’obiettivo specifico che di volta in volta si sarebbe voluto perseguire. Se ad esempio il tentativo di colpo di stato del 1964, il cosiddetto Piano Solo del generale De Lorenzo (così chiamato poiché portato avanti dalla sola arma dei carabinieri) aveva l’appoggio della Gladio, della quale il generale De Lorenzo era a capo, il tentativo di colpo di stato della Rosa dei Venti del 1974 vedeva un più ampio coinvolgimento degli apparati militari e neofascisti inquadrati nei NdS.
Sin dal secondo dopoguerra il sistema clandestino di queste strutture era di potenzialità operativa e sottoponeva le strutture visibili a una tensione continua, per il semplice fatto di esistere e di essere percepibili nella loro possibilità di attivazione. Da ciò, una forte influenza sullo svolgimento degli esempi visibili. Esemplare in tal senso fu la crisi politica del 1964 e l’ingerenza nella stessa del generale De Lorenzo mediante la predisposizione del Piano Solo. E’ ormai provato come la struttura Gladio fosse ‘deragliata’ nel corso degli anni dal suo compito specifico di contenere una possibile invasione sovietica ad altri compiti, tra cui la contro-insorgenza e il contrasto delle forze politiche legalmente riconosciute e in particolare del Pci. <44
44 Giuseppe De Lutiis (1996), Il lato oscuro del potere: Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi, Roma, Editori Riuniti
Giulia Fiordelli, Dalla Konterguerilla ad Ergenekon. Evoluzioni del Derin Devlet, tra mito e realtà nella Turchia contemporanea: analogia con la stay-behind italiana, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno
Accademico 2012/2013

Ma è il piano della sicurezza e ordine pubblico a causare maggiori preoccupazioni, nel contesto della formazione dei governi Moro, alle forze politiche e al Presidente della Repubblica. Sotto questo profilo i fatti realmente succedutisi sono ad oggi non chiari. In sostanza, pare che l’ordine pubblico in questi anni cominci a dare qualche segnale di instabilità, tanto da indurre il presidente Segni, come si dirà a breve, a convocare nel corso delle consultazioni per i governi Moro anche esponenti delle forze armate <148. E’ questo clima di sospetto e allarme che darà luogo, nel 1964, alla vicenda del c.d. Piano Solo. Lo scandalo mediatico scoppia soltanto nel 1967, quando “l’Espresso” divulga una serie di informazioni su un presunto complotto tra Segni e il generale De Lorenzo per organizzare un colpo di stato nel corso delle consultazioni volte alla formazione del II governo Moro. Questa denuncia si colloca in realtà in un periodo di forte tensione per l’Italia, dove, a partire dalla seconda metà degli anni ’60, si registra un inasprimento del dibattito politico e della lotta sindacale <149. Le preoccupazioni del Capo dello Stato per il mantenimento dell’ordine pubblico, in una situazione di diffuso malcontento causato dall’ondata di crisi economica e di rigide misure fiscali volte a fronteggiarla, può quindi essere considerata ragionevole, tanto più se si considera che, anche in circostanze non sospette, si era già instaurata la prassi degli incontri tra Presidente e capi militari. Sul caso vengono chiamate a indagare due commissioni di inchiesta, una parlamentare e una militare, da cui tuttavia non emergono elementi idonei ad accertare la pianificazione di un golpe. La vicenda, che rimane viva nel dibattito politico, è tuttora coperta da un alone di mistero <150.
[NOTE]
148 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p.108.
149 Già nel 1962 si verificano i primi disordini derivanti dall’infiltrazione nei movimenti sindacali di soggetti violenti durante uno sciopero dei lavoratori della Fiat, il 7 luglio. In ottobre, gli estremisti sud-tirolesi organizzano due attentati manifestazione di protesta contro il blocco navale posto dagli Stati Uniti contro Cuba, rimane vittima un ragazzo comunista. Nello stesso periodo muore inoltre Enrico Mattei, secondo molti vittima di un attentato (cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 104-105).
150 Per un approfondimento sulla vicenda del c.d. Piano Solo, cfr., diffusamente, A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 124 ss. e G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 110 ss.; P. Guzzanti, op. cit., pp. 141 ss. In I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia degli anni di Piombo, Milano, Rizzoli, 1991 un intero capitolo (pp. 46 ss.) è dedicato agli scandali collegati ai casi Gladio (una presunta alleanza segreta organizzata dai servizi segreti della Nato per far fronte a un’eventuale invasione dell’Armata Rossa) e Solo: entrambe le vicende vedono il coinvolgimento del generale De Lorenzo e sono oggetto di propaganda politica negli anni a seguire.
Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2015

Dell’Amico divenne giornalista parlamentare e collaboratore dell’organo socialdemocratico La Giustizia, fondando allo stesso tempo l’Agenzia Giornalistica Repubblica <74. De Lutiis parla di un’agenzia di nome Montecitorio costituita nel 1964, mediante la quale Dell’Amico istituì «un servizio schede per la stampa» dove si potevano trovare, per ogni uomo politico «un dossier, il più completo, nel quale sono presenti tutte le informazioni ufficiali e riservate sulla sua persona», schede che poi venivano inviate al generale De Lorenzo. Quindi, chiosa lo studioso, «il SIFAR in pratica aveva appaltato a Dell’Amico la costituzione di una parte di quei trentaquattromila fascicoli illegali che poi avrebbero costituito il centro dell’indagine parlamentare» successiva alla scoperta del Piano Solo <75.
[…]  Alcuni mesi dopo l’omicidio del presidente statunitense John Kennedy «l’arma dei carabinieri insieme al (…) SIFAR, con l’appoggio dei settori della CIA preparò un piano per un colpo di stato di destra che pose i socialisti di fronte all’alternativa di lasciare il governo o di ridimensionare fortemente il loro programma riformatore. Scelsero questa seconda strada» <108.
Per comprendere meglio la situazione politica dell’epoca (e la sovranità limitata di cui godeva il nostro Paese) leggiamo una nota (d.d. 10/4/64) nella quale il colonnello Rocca scriveva che l’Unione popolare e democratica per La Nuova Repubblica fondata da Pacciardi era «sovvenzionata» dal Partito repubblicano statunitense tramite l’ex ambasciatrice Claire Boothe Luce ed aggiungeva: «ho visto ierisera l’ingegner Valerio. Auspica una soluzione tipo Brasile. Gli ho segnalato l’opportunità di aiutare Pacciardi (…) è contrario perché ritiene che Pacciardi non abbia alcuna possibilità di successo e sarebbero denari sprecati» <109.
Nel maggio 1967 il settimanale l’Espresso pubblicò una serie di articoli nei quali si sosteneva, con date e riferimenti precisi, che nell’estate del 1964 il generale Giovanni De Lorenzo e l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni avevano predisposto un piano d’emergenza che prevedeva il controllo del Paese da parte dei Carabinieri e l’arresto di centinaia di attivisti di sinistra: in pratica un colpo di stato per neutralizzare la politica di apertura al centrosinistra iniziata da Aldo Moro all’interno della DC.
Nell’ambito di questa operazione, denominata Piano Solo perché avrebbe dovuto essere gestita solo dai Carabinieri, De Lorenzo aveva previsto come capo del governo da instaurare dopo il golpe il massone Cesare Merzagora: in effetti Merzagora, in quanto presidente del Senato, esercitò la carica di capo dello Stato tra il 19/8/64 ed il 29/12/64, a seguito della malattia e conseguenti dimissioni di Segni (malattia che molti interpretarono come tattica, anche se in effetti il presidente aveva avuto un malore durante il colloquio piuttosto acceso con il presidente del consiglio Moro e il socialdemocratico Saragat) <110.
Nel corso delle indagini emerse anche lo “scandalo del SIFAR”, cioè la schedatura illegittima da parte del Servizio di più di 150.000 persone (ricordiamo l’operato del collaboratore di Sogno Lando Dell’Amico).
Scrive Alessandro Silj: «tutto ciò che oggi conosciamo del Piano Solo induce a pensare che esso sarebbe stato attuato se Nenni non avesse ceduto» <111: infatti l’esponente socialista, che aveva denunciato il “tintinnare di sciabole” nei colloqui con gli esponenti istituzionali, alla fine decise di chiudere al PCI in modo da evitare una soluzione drastica come quella progettata da Di Lorenzo.
Come si diceva, fu da articoli di stampa che l’opinione pubblica venne a conoscenza di questi fatti gravissimi, ed in seguito a quanto pubblicato da l’Espresso nel 1967 furono aperte diverse commissioni d’inchiesta: una, nominata dal Ministero della Difesa, era presieduta dal generale Aldo Beolchini (il Bianchi della Sezione Calderini), che consegnò i risultati delle sue indagini alla Camera nel 1969, ma nel 1974 dichiarò che la sua relazione non era mai stata pubblicata integralmente, e che, né i 37 testimoni interrogati, né i 32 documenti allegati erano giunti in Parlamento. L’Arma incaricò invece il suo vicecomandante, il generale Giorgio Manes (agente della Rete Nemo nella Resistenza), che redasse un corposo rapporto, consegnandolo al suo superiore, il generale Carlo Ciglieri (comandante generale dell’Arma dal febbraio 1966 al febbraio 1968): «ricevuto il rapporto (…) Ciglieri lo chiude in un cassetto e invia al ministro Tremelloni indicazioni generiche» <112.
Le indagini sul Piano Solo furono funestate da morti “sospette”: innanzitutto il colonello Rocca, il primo a denunciare il tentativo di golpe morì, ufficialmente suicida, per un colpo di pistola il 27/6/68 nel suo ufficio a Roma. Il generale Ciglieri perse la vita il 27/4/69 in un incidente stradale nei pressi di Curtarolo (PD): la sua auto uscì di strada mentre procedeva a velocità ridotta lungo un rettilineo, ed alcuni testimoni dissero che una borsa per documenti che si trovava nell’auto era stranamente scomparsa; infine il generale Manes (il cui rapporto, nel quale «generali ed ufficiali» avevano fatto «delle ammissioni inquietanti» <113, fu secretato e consegnato solo parzialmente, decimato dagli omissis posti dall’allora segretario alla Difesa Francesco Cossiga) morì d’infarto il 25/6/69 dopo avere bevuto un caffè nella buvette di Montecitorio proprio prima di fare la sua relazione al Parlamento.
[NOTE]
74 http://www.edizionikoine.it/storia-e-storie/la-leggenda-del-giornalista-spia.html.
75 G. De Lutiis, op. cit., p. 175. Del Piano Solo del generale De Lorenzo parleremo in un capitolo successivo.
108 D. Ganser, op. cit., p. 87-91.
109 G. Flamini, “Il Partito del golpe”, Bovolenta 1982, vol. I, p. 43 (cita un articolo di Panorama d.d. 18/7/74). L’ingegner Valerio dell’Edison aveva già finanziato l’editoria di Sogno nell’immediato dopoguerra. Va precisato che il 31/3/64 in Brasile un golpe militare destituì il presidente progressista, legalmente in carica, João Goulart, instaurando una feroce dittatura che si protrasse fino al 1985.
110 Merzagora, che ricordiamo come uno dei maggiori finanziatori del CLNAI, avrebbe fatto parte della Loggia massonica “coperta” Giustizia e libertà assieme, tra gli altri, ad Eugenio Cefis, Michele Sindona, il direttore generale della Rai Bernabei ed il generale De Lorenzo (Ferruccio Pinotti, “Fratelli d’Italia. Un’inchiesta nel mondo segreto della fratellanza massonica che decide le sorti del Belpaese”, BUR 2007, p. 394).
111 A. Silj, “Malpaese”, Donzelli 1993, p. 56 e 58.
112 Mimmo Franzinelli, “Piano Solo”, Mondadori 2010, p. 259 e 264.
113 “Casson vuol sapere i segreti di Manes”, s.f., la Repubblica, 2/12/90.
Claudia Cernigoi, Momenti di Sogno, La Nuova Alabarda, Dossier n. 58, Trieste, 2018

[…] E anche i comunisti nel 1964 mostrano di ritenere che non si sia affatto corso il rischio di un colpo di Stato. Subito dopo il reinsediamento di Moro, Merzagora annuncerà riservatamente (per settembre) le sue dimissioni da presidente del Senato. A seguito di un diverbio con Moro e Saragat (il colloquio è registrato dal Sifar, Saragat accusa il presidente della Repubblica di aver «tramato» con i carabinieri) Segni sarà colto da malore. Il suo posto verrà preso provvisoriamente da Merzagora e a fine anno sarà proprio Saragat ad essere eletto suo successore al Quirinale. In quello stesso agosto del 1964, a Yalta, morirà Palmiro Togliatti, che nel suo ultimo intervento pubblico aveva accusato Nenni di «aver agitato lo spauracchio del colpo autoritario di destra per strappare e imporre l’accettazione di una politica sbagliata». E per un po’ di quella crisi estiva non si parlerà più. Nel dicembre del ‘ 65, su proposta di Andreotti appoggiata da Nenni e Saragat, De Lorenzo viene nominato capo di stato maggiore dell’Esercito. Bizzarra promozione ad opera di esponenti politici (Nenni e Saragat) che ben conoscevano l’operato dell’alto ufficiale nell’estate dell’anno precedente. In quella occasione, tra la fine del ‘ 65 e l’inizio del ‘ 66, alcuni generali – Aldo Beolchini, Paolo Gaspari, Giorgio Manes – reagiscono segnalando a Ugo La Malfa e a Ferruccio Parri le scorrettezze di De Lorenzo come capo del Sifar prima e dei carabinieri poi. Gaspari, in segno di protesta, addirittura si dimette. Ma il giornale del Pci, con un articolo di Silvestro Amore, difende De Lorenzo da quei generali bollati come reazionari, per i quali, secondo «l’Unità», «l’aver partecipato attivamente con funzioni di comando alla lotta di liberazione nazionale non costituisce adeguato merito militare».
In ogni caso da questo momento sui giornali si comincia a parlare delle malefatte del Sifar. Anche come conseguenza dello scontro che oppone il nuovo capo di stato maggiore della Difesa Giuseppe Aloia a De Lorenzo. Quest’ ultimo perde colpi. Nel gennaio del 1967 il ministro della Difesa Tremelloni promuove una commissione di inchiesta sull’operato del Sifar. Sul banco degli imputati finisce immediatamente Giovanni Allavena, che ha da poco preso il posto dello scomparso Viggiani alla guida dei servizi: Allavena viene rimosso dal comando e assegnato alla Corte dei conti, (ma non è laureato e si è costretti a dirottarlo al Consiglio di Stato). Il 14 aprile del 1967 scocca l’ora per De Lorenzo. Un consigliere del ministro della Difesa, Andrea Lugo, gli propone di dimettersi in cambio di una nomina ad ambasciatore. De Lorenzo reagisce irritato: «Io sono un galantuomo, mica faccio il pupazzo!». Anche questo colloquio è registrato: De Lorenzo ricorda di aver fatto la Resistenza: «Ho la medaglia d’ argento, per cui ho fatto il mio dovere! Il mio stato di servizio è questo, io non nascondo miliardi! Ma io so chi li ha fatti i miliardi! E ho anche le prove! Adesso non scherzo, va bene?». L’indomani il Consiglio dei ministri lo destituisce da capo di stato maggiore dell’Esercito e lo destina a non meglio identificati «incarichi speciali». Moro gli fa avere una missione in Giappone. Ma De Lorenzo medita un nuovo colpo di scena: intende raccontare della consegna a Saragat di due milioni di lire, da lui stesso effettuata nel 1957. Poi desiste. Ma l’intero mondo politico è già in allarme: quanti altri dossier ha in mano De Lorenzo, se ha deciso di cominciare dal capo dello Stato? Molti ad ogni evidenza.
Ed è a questo punto che parte la denuncia dell’«Espresso» sul colpo di Stato del 1964. Poi verranno i processi. Scalfari e Jannuzzi, condannati nel 1968, verranno eletti in Parlamento sui banchi del Psi. De Lorenzo, invece, ne uscirà distrutto. Bersagliato dal Pci, che fino a pochi mesi prima ne aveva fatto quasi un eroe, concluderà la sua vita pubblica tra le file parlamentari dell’estrema destra (più accorto di lui, il suo rivale Aloia – che pure era un uomo di destra e aveva ordito trame di cui non si erano perse le tracce – rifiuterà una candidatura al Parlamento offerta dalla Dc e andrà a fare il presidente dei cantieri riuniti di Taranto). Perfino Segni ne uscirà parzialmente riabilitato. Al processo, nell’udienza del 23 dicembre 1967, si registra un piccolo colpo di scena. Jannuzzi dichiara che «nessuna responsabilità può farsi risalire al capo dello Stato dell’epoca, onorevole Segni, per i fatti del giugno-luglio 1964». Franzinelli, prima di scrivere il libro, ha chiesto al giornalista «di motivare quel giudizio che ha capovolto l’impostazione della sua campagna di stampa» e Jannuzzi gli ha risposto evocando «un moto dell’animo per le deplorevoli condizioni di salute di Segni». Eppure, osserva Franzinelli, «la malattia di Segni si presenta nel dicembre 1967 allo stesso punto in cui era in maggio, quando Jannuzzi aveva accusato l’ex presidente di comportamenti costituzionalmente scorretti».
Paolo Mieli, Piano Solo, le origini di un golpe impossibile, Corriere della Sera, 21 settembre 2010