L’ideatore delle Fiamme Verdi è Gastone Franchetti

Fonte: Fiamme Verdi Brescia cit. infra

Il 30 novembre, nella casa dell’ing. Mario Piotti, in via Aleardi a Brescia, numerosi esponenti del nascente movimento partigiano, provenienti dalle province di Trento, Milano, Sondrio, Padova, Belluno, Lecco e Como, oltre che dal bresciano, danno ufficialmente vita al movimento delle Fiamme Verdi, stendendone anche il regolamento.
L’ideatore delle Fiamme Verdi è Gastone Franchetti, un tenente degli alpini di Riva del Garda, che fin dalla fine di ottobre aveva preso contatto con gli esponenti dell’antifascismo bresciano per esporre il suo progetto di movimento partigiano apolitico, fondato su valori di fratellanza, al quale aderiranno soprattutto i partigiani cattolici.
Le Fiamme Verdi saranno riconosciute dal CLNAI di Milano, dopo un colloquio tra Ferruccio Parri e Enzo Petrini, e autorizzate ad operare in tutta la Lombardia orientale.
Maurilio Lovatti, Testimoni di libertà. Chiesa bresciana e Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), Edizioni Opera Diocesana, Brescia, 2015

La preghiera de «il Ribelle», composta per la Pasqua del 1944 da Teresio Olivelli. Stampa
originale di allora.

Dopo solo due mesi dall’ordinazione di p. Luigi Rinaldini, nell’aprile 1944, il comandante della Brigata Tito Speri delle Fiamme Verdi, Romolo Ragnoli, gli chiede di diventare cappellano della Brigata per assicurare l’assistenza religiosa ai partigiani. In accordo con don Comensoli, gli chiede anche di celebrare la messa di Pasqua per le formazioni partigiane, nella convinzione che un sacerdote non della valle non avrebbe corso il rischio di compromettere le popolazioni locali, in caso di eventuali ritorsioni nazifasciste.
Il problema dell’assistenza religiosa ai partigiani è di ordine generale: si era già provveduto in forma privata e spontanea da parte di sacerdoti amici dei partigiani residenti nelle valli d’influenza, ora però si vuole dare una soluzione più sicura e organica, e soprattutto si punta ad ottenere il consenso e il riconoscimento dell’autorità religiosa.
Sempre per la Pasqua del 1944, p. Rinaldini dà l’autorizzazione a Teresio Olivelli, in mancanza di un imprimatur ufficiale, alla stampa della Preghiera del ribelle. Lo stesso padre Rinaldini, tra gli episodi vissuti più ricordati, cita l’imprimatur «in casa Brunelli alla Preghiera del ribelle, che Olivelli sottoponeva a me, dopo averla discussa in CLN a Milano e aver ottenuto dai comunisti l’abolizione di ogni accenno a vendetta e odio e ancora spostare qualche parola per evitare che qualcosa non fosse degno del Cristo e del suo Vangelo» <145.
L’impegno dell’Oratorio della Pace nella Resistenza, mettendo a disposizione un giovane sacerdote, si fa dunque ancora più esplicito.
Il problema però concerne la nomina a cappellano delle formazioni partigiane, che non può essere decisa in autonomia alla Pace, ma è di stretta pertinenza del vescovo di Brescia. Bisogna dunque sottoporre a mons. Tredici la necessità urgente di consentire a p. Rinaldini di assumere l’incarico propostogli da Ragnoli. A questo proposito p. Rinaldini, insieme a don Vender, don Tedeschi e don Almici, stende un documento noto come Il manifesto della Resistenza cattolica, un testo fondamentale per comprendere le motivazioni resistenziali del clero bresciano.
Lo scritto si apre con un richiamo alla responsabilità della Chiesa, che per occuparsi della vita spirituale delle persone deve comunque interessarsi della loro esistenza concreta e prendere posizione di fronte agli eventi: «La Chiesa è società che si preoccupa del bene delle anime, non è quindi oggetto diretto del suo interessamento il benessere temporale (materiale e spirituale) delle popolazioni. Però per il bene spirituale delle anime, la Chiesa deve pubblicamente o almeno privatamente giudicare i fatti personali e sociali, sempre con atteggiamento imparziale, dato che essi hanno sempre influenzato sulla formazione spirituale degli uomini; quando questi fatti siano gravemente deformanti la personalità umana e cristiana (in altre parole contrari alla legge divina) la Chiesa è tenuta a condannare apertamente (ratione peccati); quando non sia possibile una condanna aperta per condizioni contingenti, la disapprovazione ne è però sempre doverosa (anche se non assume carattere pubblico).
Il giudizio della Chiesa è quindi politicamente imparziale, perché compiuto “ratione peccati”, ma questo non vuol dire che non abbia rilievo politico, dato che è espresso, nei confronti dei cittadini cattolici che devono comportarsi, ove la Chiesa giudichi, secondo come ha giudicato, e, ove essa non giudichi, secondo retta coscienza.
Giova notare, nei confronti di coloro che dicono che la Chiesa fa della politica, che l’azione morale della Chiesa (politica indiretta) è necessaria, è definita prima ancora che succedano i fatti; non può esser parte del gioco politico di dire la verità quando più comoda […]. La Chiesa tradirebbe la sua missione ogni volta che, per opportunismo, avesse a tacere, a dilazionare o mutare il suo giudizio nei riguardi dei fatti.
Non ci si può quindi nemmeno mantenere nell’ignoranza dei fatti, perché di essi si deve dare un giudizio alla coscienza dei fedeli. […] Se il sacerdote avverte una disonestà […] deve, se può, farlo presente; non può per opportunismo, tacere. La morale non può rimanere impenetrabile, deve diventare direttiva delle azioni. Non si può, d’altra parte, sospendere un’azione per lunghi mesi (soprattutto se essa ha un grave valore storico); sarebbe irrazionale e da pusillanimi.
Dal cattolico il sacerdote deve esigere in coscienza: conoscenza dei princìpi morali, sincerità nell’esame dei fatti, conseguente onesta applicazione dei princìpi» <146.
Non può non colpire la grande affinità del testo con il giudizio sulla Chiesa espresso da Bonhoeffer: anche per questi preti cattolici la Chiesa non può rimanere in silenzio davanti a fatti gravi che danneggiano la persona umana e, in caso sia impossibile prendere pubblicamente una posizione di denuncia, deve almeno disapprovarli. Essa deve giudicare gli avvenimenti personali e sociali perché influiscono sulla formazione spirituale degli uomini, di cui la Chiesa si preoccupa. La Chiesa non fa politica, ma indirettamente e naturalmente la sua voce ha un peso politico perché guida il comportamento dei cittadini cattolici. Non c’è spazio per l’opportunismo, bensì solo per il coraggio alimentato dall’onestà dei princìpi e dalla forza di una morale che, come l’etica bonhoefferiana, non resta astratta ma deve diventare direttiva delle azioni.
Nel documento si esorta il cristiano a compiere il bene maggiore e la Chiesa a prendere le parti dei deboli e degli oppressi. Se l’istituzione ecclesiastica non deve agire politicamente in maniera diretta, diverso è il discorso per i cattolici, «che come cittadini devono assumere le loro responsabilità civiche, impegnandosi in quel senso che la loro coscienza, ordinata secondo i princìpi della morale umana ed evangelica, esige. I cattolici non possono rimanere indifferenti di fronte ai problemi politici e patriottici, ma devono impegnarsi a fondo nei medesimi per poter dire la loro parola di verità, e per poter influire positivamente sul corso degli avvenimenti» <147.
[…] Quindi p. Rinaldini e gli altri preti asseriscono che «dinanzi a questi fatti sorge per la Chiesa un preciso dovere di pronunciarsi contro questa aperta ingiustizia» <157.
Per quanto riguarda invece l’esecutivo di Roma, viene ritenuto sicuramente più legittimo della RSI in quanto non ha perso legittimità giuridica e popolare, è aperto alla formazione di un governo perfettamente legittimo ed è garantito dagli Alleati, i cui interessi non contrastano con quelli dell’Italia. Invece non possono esistere fonti di legittimità per il governo fascista che, per quanto si definisca “repubblicano”, è al presente e vuole essere in futuro una dittatura di pochi che agisce contro la libertà e la giustizia. Inoltre non fa gli interessi della nazione, ma di un governo straniero nemico dell’Italia.
Quindi, concludono i redattori, «la quasi totalità dei cittadini riconosce il governo di Roma come legittimo (in questi giorni persino anche molti fascisti), mentre quello fascista è considerato come un sopruso (illegittimo), come di fatto è, a norma di diritto.
Questo l’esame dei fatti così come è compiuto oggi dai cittadini più onesti; esame che la Chiesa deve accettare da loro, data la sua imparzialità politica» <158.
Non c’è bisogno di addurre giustificazioni religiose per il netto giudizio dei sacerdoti, perché in questo caso bastano le motivazioni politico-giuridico-morali, che possono essere condivise da tutti, compresa la Chiesa. Questa situazione «mostra la perfetta onestà di quei cittadini – gran parte cattolici – che, di fronte all’occupante il quale non rispetta il diritto delle genti, […] si pongono sul piano della reazione morale aperta, proprio per dare alla Patria quella libertà che può ricevere solo dai suoi cittadini» <159. La rivolta morale è una componente precipua della Resistenza cattolica, come è testimoniato dai molti articoli sul tema presenti nel giornale clandestino il ribelle. Essa è fondamentale, ma deve essere supportata da azioni concrete che possano garantire un effettivo cambiamento.
Così, per Rinaldini e gli altri, «anche la reazione armata è perfettamente lecita, perché l’azione dell’occupante ha cacciato dalla società una massa notevole di giovani e di uomini che non volevano obbedire alle imposizioni del nemico per l’onore della Patria (talvolta anche perché collimava con ciò il loro personale interesse). Giova però notare che motivo primo fu sempre il senso della libertà e la coscienza di doverla difendere per sé e per gli altri: prima di tutto col proprio rifiuto a cedere, poi anche con la resistenza armata.
[NOTE]
145 Ivi, p. 189.
146 Il manifesto della Resistenza cattolica, a cura di Dario Morelli, in La Resistenza bresciana, I (1970), cit., pp. 24-25.
147 Ivi, p. 26.
157 Ivi, p. 29.
158 Ivi, pp. 30-31.
159 Ibidem.
Filippo Danieli, Fedeli e ribelli. Paradigmi di Resistenza cristiana al nazifascismo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trento, Anno Accademico 2018/2019

Fonte: www.il-ribelle.it

Da un lato vi era chi aveva maturato un consapevole giudizio molto critico nei confronti del fascismo da diversi anni. Scrive ad esempio don Riccardo Vecchia: “L’esperienza personale dei primi anni di ministero durante i quali constatai di persona come i principi della dottrina fascista, negati ogni valore umano e cristiano, portavano inesorabilmente alla violenza morale e materiale, e perciò alla divisione degli animi, alla sete di vendetta, all’odio, mi spinse dietro un preciso dovere di coscienza a cercare il modo di difendere l’oppresso qualunque esso fosse, il debole da qualsiasi parte militasse, l’indifeso qualunque credo accettasse, il bisognoso a qualunque ceto appartenesse; in una parola qualsiasi persona umana privata dei suoi valori ad opera di un regime che aveva istituzionalizzato tali metodi. La mia è stata una rivolta morale ai principi e ai metodi del fascismo, rivolta che precede il venticinque luglio e l’otto settembre; una rivolta che specie dopo l’8 settembre si accompagnò alla volontà di pagare a qualsiasi prezzo la propria fedeltà nei valori più sacri della libertà e della persona umana. Queste le ragioni che hanno portato il sottoscritto a favorire nel paese in cui si trovava – Bedizzole – e nei dintorni, ad aiutare, istituire, la formazione di un gruppo di «ribelli per amore», aderendo al movimento Fiamme Verdi, brigata Dieci Giornate. Ci siamo categoricamente rifiutati fin dall’inizio di aderire a tante organizzazioni ribellistiche che avevano tentato con noi un contatto ma che risultavano legate a partiti politici; l’unica organizzazione che non aveva condizionamenti esterni, in questo senso apolitica veramente, e di cui fummo sicuri dopo alcuni contatti attraverso la staffetta Carlo Frisoni, fu quella delle Fiamme Verdi. Con le Fiamme Verdi capimmo e vivemmo l’unico movente che ci fece aderire alla Resistenza, una scelta inequivocabile di antifascismo e di vera democrazia, un’opzione di libertà e di rispetto per l’uomo. […] Per noi la Resistenza veniva prima di qualsiasi interesse di parte, quindi la carità pratica resa operante, la carità tradotta in opere di misericordia e di aiuto al Cristo nella persona di chi soffre a causa dell’ingiustizia, questo il motivo fondamentale che ci ha sostenuto e guidato nel prendere posizione con una precisa catechesi di condanna di tutta la
dottrina fascista che non poteva portare che a conseguenze deleterie e di compressione della persona umana.” <40
Ma vi sono anche, e sono i più numerosi, coloro che maturano gradualmente, sotto la spinta degli eventi impetuosi dal carattere dirompente. Scrive ad esempio don Luigi Frola: “Se ripenso a quel tempo – ero allora curato a Marmentino – mi pare di poter dire che fu la carità verso il prossimo e l’amor di Patria a farmi trovare naturalmente accanto ai «ribelli». Si trattò, dapprima, di aiutare i prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento e che passavano numerosi nella nostra zona per cercare rifugio in Svizzera. Erano francesi, inglesi, russi. Avevano bisogno di tutto. Venivano rifocillati, si fermavano una notte a dormire e ripartivano muniti di una carta geografica che li aiutasse a orientarsi o accompagnati da qualcuno che gli potesse insegnare la strada. Nel novembre del ‘43 in Vaghezza si costituì un gruppo di partigiani che facevano capo a Tito (Luigi Guitti). Il gruppo, inizialmente costituito da una
quindicina di persone, fu oggetto di rastrellamento e alcuni giovani furono catturati. Nella circostanza fui arrestato anch’io, perché sospettato di averli aiutati, come effettivamente avevo fatto. Fui tenuto una notte intera, freddissima, su un autocarro fascista al passo del Santellone in attesa di conoscere la mia sorte. Alla mattina fui lasciato in libertà.” <41
[NOTE]
40 AA. VV., Antifascismo, resistenza e clero bresciano, CeDoc, Brescia 1985, cit., pp. 121-122.
41 Ivi, p. 217.
Maurilio Lovatti, Op. cit.

Emblema della Resistenza cattolica, le Fiamme Verdi sono state delle formazioni partigiane nate a Brescia nel 1943; il nome si riferisce alle mostrine verdi degli Alpini, dai cui reparti proveniva la gran parte degli ex-militari che costituirono le primissime compagini. Fu soprattutto nella Lombardia orientale – nelle Valli, in particolare – e a Reggio Emilia che operarono, affondando le radici nel cattolicesimo sociale, nella Chiesa e in tutte le organizzazioni ecclesiastiche del luogo. Da queste parti, le altre formazioni ebbero un peso molto minore; comprese quelle organiche al Partito Comunista.
Sorte grazie all’iniziativa di Gastone Franchetti, tenente degli Alpini, e di Rino Dusatti, le Fiamme Verdi furono fin da subito operative nelle valli bresciane e costituite da tre battaglioni facenti capo al generale Luigi Masini: il “Valcamonica”, il “Valsabbia” e il “Valtrompia”. L’intera organizzazione prese le mosse da una riunione tenuta a casa dell’ing. Mario Piotti il 30 novembre del 1943. Durante questa seduta furono anche nominati i comandanti dei tre battaglioni (rispettivamente, Ferruccio Lorenzini, Giacomo Perlasca, Peppino Pelosi) e steso il regolamento.
Si trattava, più che altro, di un manifesto ideologico volto a evidenziare gli obiettivi profondamente militari delle Fiamme Verdi e a definirne un’azione orientata alla liberazione dagli occupanti nazi-fascisti piuttosto che a perpetuare finalità politiche o partitiche. Queste ultime, anzi, erano marginalizzate e rifiutate per dare risalto al solo e unico motto dell’organizzazione: «Morte al fascismo; libertà all’Italia».
Il proselitismo dei diversi partiti – e ogni dibattito a esso inerente – era fortemente respinto e considerato negativo in quanto suscitatore di divisioni rispetto al compito primario della lotta di liberazione, che richiedeva, piuttosto, coesione e unità di intenti. […]
Redazione, Le Fiamme Verdi, Fiamme Verdi Brescia

Apparentemente fuori da ogni legame geografico con l’alta Valtellina e l’alta val Camonica, la bergamasca Fonteno, sulla sponda occidentale del lago d’Iseo, diventa invece sede di un collegamento radio con le forze alleate fondamentale e non solo per le Fiamme Verdi; la presenza della missione del Soe inglese Anticer non può essere rinchiusa in un recinto preciso. La trasmittente, esisteva e funzionava dal maggio 1944 per opera di Giovanni Carnesecchi, Ugo, ventinovenne arruolato nelle forze inglesi del Soe. È un indispensabile collegamento fra i gruppi delle Fiamme Verdi e dei partigiani operanti fra la Valcamonica, l’Ovest bresciano e le valli limitrofe, sia della provincia bresciana che orobica, con il Comando alleato.
Poi anche in questa zona c’è l’osmosi tra i distaccamenti della val Camonica e i partigiani di GL della brg. Camozzi comprendendo anche gli sconfinamenti della 53a brg. Garibaldi 13 Martiri.
[…]
2 luglio 1944:
Z.O. 2 luglio 1944.
Da Comando Fiamme Verdi brigata Tito Speri.
Temporanealmente est impossibile aderire vostra proposta lancio ufficiale […]
A Capodiponte disarmo presidio 20 repubblicani Alt
Artogne fatto saltare ponte della ferrovia interrotte comunicazioni telefoniche telegrafiche.
Alt.
Artogne prelevato presidio guardia repubblicana portati via in ostaggio 1 maresciallo
et 7 militi Alt
In vari punti tagliate comunicazioni stradali et ferrovoarie alt
Tutta popolazione prende parte attiva difesa nostri gruppi alt
Intenso sabaotaggio produzione centrali elettriche che forniscono Toscana alt
Urgentissimo mandare armi et mezzi sabotaggio campi n 10 malga Fra et n 12 monte
Padrio.
Missioni alleate al Mortirolo, IsrecBs, fondo D. Morelli, b. 28, fasc. 7.
[…]
Il bresciano e la valle Camonica.
La contiguità geografica del gruppo dell’Adamello con l’Ortles non è la sola ragione dell’affinità organizzativa tra i gruppi dell’alta Valtellina e quelli dell’alta val Camonica. Autonomamente dalle reti informative del Regno del Sud e dal Vai, si organizza, dalla fine del novembre 1943, una formazione dalle caratteristiche tipicamente militari, le Fiamme Verdi, che si sviluppa nel bresciano e nelle sue valli e che trova nel gen. Luigi Masini il loro comandante.
La vicinanza geografica con la Valtellina produrrà osmosi continue tra le formazioni dall’una e dall’altra parte, ne fanno fede, tra gli altri, gli arrivi dalla vicina Svizzera organizzati dal colonnello Carlo Croce. Sconfinato in Svizzera dopo gli scontri sul monte san Martino, ha ben organizzato l’uscita degli uomini disposti a combattere in Italia con lui. Il ten. Clemente Larghi si trova internato nel campo di Limpac (Cantone di Berna) e ne era il comandante. Abbandona il campo l’11 luglio, si reca a Zurigo e da lì a Poschiavo, dove incontra altri italiani che sono in procinto di attraversare il confine «alla testata della val Fontana».
Massimo Fumagalli e Gabriele Fontana, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu

Ideate da Gastone Franchetti (Castelnuovo di Garfagnana, 1920 – Bolzano, 1944, abitante a Riva di Trento) come “blocco di tutte le genti della montagna che avrebbero espresso nella nuova Italia anche la loro nota, sia pure rude, ma di forza”. Il “Regolamento” avvertiva che le Fiamme Verdi continuavano la gloriosa tradizione dei battaglioni alpini italiani che non hanno conosciuto sconfitta. Aderivano al Corpo Volontari della Libertà, dipendevano dal Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.). Il programma era sintetizzato nel motto: «Morte al Fascismo – libertà all’Italia». Le formazioni erano apartitiche. Il comando delle Formazioni fu affidato a Luigi Masini (Fiori) generale degli alpini. Il movimento FF.VV. che si sarebbe sviluppato particolarmente in Lombardia e in Piemonte e nell’Emilia, nasce ufficialmente a Brescia in seguito ad un incontro tenutosi alla metà novembre 1943 in casa dell’ing. M. Piotti in via Aleardi. All’incontro erano presenti tra gli altri il gen. Masini, Enzo Petrini, Laura Bianchini, il colonnello Bettoni, Astolfo Lunardi, Giuseppe Pelosi, Giacomo Perlasca, Romolo Ragnoli, e delegati di Trento, Milano, Sondrio, Lecco e Como. Nel bresciano in un primo momento furono costituiti i battagioni «Valsabbia», «Valtrompia» e «Valcamonica». Il primo fu affidato a Giacomo Perlasca, coadiuvato da Mario Bettinzoli in qualità di Vice comandante, il secondo a Peppino Pelosi, il terzo rimase vacante, fino a quando non fu affidato a Romolo Ragnoli. In città Lunardi e Margheriti avrebbero continuato la loro attività con le squadre d’azione «Tito Speri». Dopo le repressioni, arresti e le fucilazioni del dicembre 1943 e gennaio-febbraio 1944 venne compiuto un faticoso e difficile lavoro di riorganizzazione. Durante la primavera e l’estate del 1944 la riorganizzazione va completandosi e la val Camonica è divisa in settori ove agiscono 15 gruppi così suddivisi: «C (cioè Val Camonica) 1: comandante G. Mazzon (nome di battaglia Silvio) settore Muffetto (dislocazione); C2: Giovanni P. Bettoni (Orlando) settore Muffetto; C3: Luigi Levi Sandri (Libero) settore Bazena; C4: Giuseppe Bonfadini (Pino) settore Bazena; C5:Filippo Piccinelli (Dario) settore Pizzo Badile; C6:Giacomo Mazzoli (Viviano) settore pizzo Badile; C7:Gianni Guaini (Giorgio) settore Pizzo Badile; C8: Giacomo Cappellini settore Concarena; C9: Ermanno Grassi settore Concarena; C10: Martino Poli settore Baitone; C11: Luigi Tosetti (Berti) settore Aprica; C12: Clemente Tognoli (Tino) settore Aprica; C13: Antonio Schivardi (Toni) settore Aprica; C14: Franco Ceriani (Paolo) settore Muffetto Bassinale; C15: Alceo Didu (Pirata – Alceo) settore Aprica Piz Tri. Il comando centrale della Valle (denominato C) era dislocato nella casa canonica di Cividate. Il comandante (pure denominato C) era Romolo Ragnoli (nomi di battaglia: Signorini, Felice, Libero Fiorentini, Vittorio), il vice com. era Lionello Levi Sandri (Cesare Morandi o Sandro ). Inoltre il Commissario politico era il dott. Angelo Cemmi (Camillo), l’ispettore generale era Enzo Petrini (Gianni o Bresciani). Luigi Ercoli provvedeva al collegamento con Brescia e Milano. Alimentate da lanci alleati e dal sostegno delle popolazioni e del clero locale, le Fiamme Verdi compirono numerose azioni di sabotaggio interrompendo strade, abbattendo tralicci di energia elettrica e pali del telefono, disarmando i presidi di militi e procurandosi armi. Resistettero a numerosi rastrellamenti anche contrattaccando e liberando prigionieri, e cercando zone franche. Dopo la metà di agosto 1944 le FF.VV. diventano divisione “Tito Speri”, e i vari gruppi sono riuniti in quattro brigate che prendono il nome dei caduti: “Antonio Schivardi”, “Ferruccio Lorenzini, “Giacomo Perlasca” e “Matteotti”. Le brigate a loro volta erano costituite in gruppi. In città era stata costituita la Brig. “Dieci Giornate” che svolgeva una vasta e complessa attività organizzativa di sostegno e aiuto alle formazioni armate a combattenti, preparare documenti e lascia- passare, raccogliere informazioni, procurare armi, diffondere la stampa clandestina, inviare elementi giovani in montagna, tenere collegamenti, raccogliere aiuti ecc. ecc. Coordinò anche l’attività di alcune zone circostanti di pianura che furono suddivise in settori: la zona del basso Garda (Desenzano), la zona di Gavardo e Bedizzole (Lonato e Calcinato), la zona della bassa centrale (Leno – Manerbio) e la zona di Chiari e del basso Sebino (Iseo – Rovato -Pontoglio). Ai primi di aprile fu costituita una seconda divisione FF.VV. denominata “A. Lunardi” costituita dalle brigate; E. Margheriti (Valtrompia), X Giornate (città e dintorni), Tita Secchi, (Bassa bresciana). La divisione schierò circa 1300 uomini. L’organizzazione dovette ridimensionare i suoi quadri nell’autunno e inverno 1944-1945, ma si rafforzò dal marzo 1945. Alla liberazione l’organico delle FF.VV. era costituito da due divisioni = la Tito Speri e la Astolfo Lunardi. La “Tito Speri” era composta da 5 Brigate: a) la Brig. “Schivardi” costituitasi nel settembre del ’44 e operante nella zona di Corteno, Mortirolo, del Tonale, Edolo, Malonno, ebbe una forza di circa 250 uomini. b) la Brig. “Tosetti” costituitasi nel marzo del ’45 e operante nella stessa zona della Schivardi ebbe anch’essa una forza di 250 uomini. c) la Brig. “Lorenzini” costituitasi nel settembre del ’44 operante nella val Grigna, nella vai d Lorio, a Borno, aveva circa 300 armati. d) la Brig. “Cappellini” formatasi ai primi di aprile del ’45 operava nella media Valle da Breno a Cedegolo con circa 350 armati. e) la Brig. “Lorenzetti” costituitasi anch’essa ai primi di aprile operava nella bassa valle, con circa 200 armati. I combattimenti più importanti furono quelli del Mortirolo (le due famose battaglie del febbraio e dell’aprile). La divisione ebbe circa 160 morti. Smobilitò il 7 giugno 1945. La divisione “A. Lunardi” era composta da quattro brigate: a) la “Perlasca” costituitasi alla fine dell’estate del ’44 era composta da circa 250 uomini ed operava in val Sabbia. b) la “Margheriti” ebbe circa cinquanta armati ed operò nell’alta Val Trompia. c) la “10 Giornate”. d) la “T. Secchi”.
Antonio Fappani, Fiamme Verdi (2), Enciclopedia Bresciana, 1 giugno 2017

Le Brigate Fiamme Verdi furono delle formazioni partigiane a prevalente orientamento cattolico, attive durante la seconda guerra mondiale, nella resistenza italiana.
Nate dagli intellettuali cattolici, si trasformarono in formazioni prevalentemente militari, operarono soprattutto in Lombardia, in Emilia furono direttamente guidate dalla Democrazia Cristiana.
Il loro nome derivava dal 3o Reparto d’Assalto “Fiamme Verdi”, parte del 3o Corpo d’Armata Italiano durante la prima guerra mondiale, operante sul fronte dell’gruppo dell’Adamello.
Si configurarono, nella resistenza italiana, organizzate come gli alpini, dai quali avevano mutuato le mostrine: operavano prevalentemente in montagna a livello locale, con radici popolari, con nessuna ideologia:
« Il volontario, di qualunque fede politica esso sia, rinuncerà ad ogni propaganda che non sia contro tedeschi e fascisti … »
(Regolamento della Brigate Fiamme Verdi)
Iniziarono ad operare nelle valli bresciane, nel novembre 1943, raggiungendo circa le 2.800 unità suddivise in tre battaglioni; fondatore fu il trentino Gastone Franchetti, nome di battaglia “Fieramosca”, tenente degli Alpini partito da Riva del Garda con una piccola brigata di giovani.
Già il 19 novembre per la città di Brescia veniva distribuito il giornale “Brescia Libera”, che diventerà nel marzo successivo Il Ribelle.
Il comando generale delle brigate venne assegnato al generale degli Alpini Luigi Masini.
Il 28 giugno 1944 “Fieramosca” venne catturato per l’ennesima volta per una delazione da parte dell’amico Fiore Lutterotti, e fucilato. Era prigioniero nel carcere di massima sicurezza di Bolzano assieme a Gino Lubich, fratello di Chiara Lubich, che era stato condannato a sei anni di carcere, torturato più volte e più volte minacciato di essere fucilato perché parlasse.
Ma Gino Lubich non si piegò mai; fu deportato in un campo di concentramento dove riuscì a sopravvivere. Nei primi giorni di novembre del 1943 giuse a Brescia, fuggito dal lager di Markt Pongau Teresio Olivelli che, attraverso un amico, prese i primi contatti con gli esponenti del movimento ribellistico. Quindi trasferitosi a Milano si mise a disposizione del Cln che gli affidò l’incarico di mantenere i contatti tra il Comando generale delle Fiamme Verdi e le formazioni dipendenti delle province di Cremona e Brescia.
Dopo la fucilazione di Astolfo Lunardi e di Ermanno Margheriti fondò il giornale clandestino “il Ribelle”.
Furono spesso tacciati come “clericali”, perché dimostrarono che si poteva imbracciare le armi pur non essendo comunisti; tuttavia Giorgio Bocca, nella sua “Storia dell’Italia”, non mancherà di riconoscere che: « … senza l’aiuto del clero tre quarti della pianura padana – Piemonte, Lombardia, Veneto – sarebbe rimasti chiusi e difficilmente accessibili alla ribellione… » (Giorgio Bocca – Storia d’Italia)
Redazione, Brigate Fiamme Verdi, … Bella ciao, Milano!

Lo scoutismo clandestino delle “Aquile Randagie” di Milano e di Monza è sicuramente una delle pagine più ammirevoli della Resistenza nel Nord Italia, in particolare proveniente da quel mondo cattolico così presente nella grande metropoli e nei suoi dintorni. Una delle leggi fascistissime infatti aveva decretato lo scioglimento del movimento Scout, le cui finalità educative erano peraltro in competizione con quelle dei giovani Balilla, ma anche incompatibili con quel progetto formativo. Alcuni giovani però si sottrassero a quell’obbligo di dissoluzione, e nella clandestinità iniziarono una incessante opera di resistenza passiva senz’armi, proseguendo nelle consuete attività dello scoutismo come i campi estivi, e creando dopo l’armistizio quella struttura segreta denominata OSCAR, la cui attività fu quella di riuscire a far espatriare le tante persone perseguitate dal regime, come gli ebrei, i renitenti alla leva, i ricercati politici. OSCAR nella sua incessante azione riuscì a salvare migliaia di uomini e di donne, e financo i persecutori di ieri, come certi esponenti delle SS, che, al termine del conflitto furono aiutati, come Eugen Dollmann. Nelle “A.R.” militò anche quel don Giovanni Barbareschi, all’epoca soltanto diacono, che fu inviato dal cardinale Schuster a piazzale Loreto per benedire i corpi dei partigiani lì crudelmente uccisi ed esibiti ai passanti.
Don Giovanni successivamente subirà pesanti torture da parte delle SS, riuscendo a mantenere il silenzio. Quel don Barbareschi che diventò partigiano aggregandosi alle Brigate Fiamme Verdi della Valcamonica, e ne divenne cappellano, e che insieme ad altri illustri antifascisti dell’epoca di sensibilità cattolica contribuì alla redazione del “Ribelle”, organo di stampa di quelle Brigate Partigiane, il cui motto era “Non vi sono liberatori, ci sono solo uomini che si liberano”.
Giovanni Bianchi e Andrea Rinaldo, La Resistenza dalla foce. Quale nazione per gli italiani postmoderni, Eremo e Metropoli Edizioni, Sesto San Giovanni, aprile 2017