Partigiani in Val Chisone

L’Alta Val Chisone vista dal Forte di Fenestrelle – Fonte: Wikipedia

In Val Chisone le organizzazioni partigiane nacquero molto presto. Infatti, a partire dal pomeriggio del 9 settembre 1943, furono organizzati i primi gruppi armati grazie all’opera di alcuni uomini carismatici come Maggiorino Marcellin; nel maggio del 1944, quest’ultimo diede vita ad una formazione con Ettore Serafino, Tullio Giordana, Tonino Guermani e Giovanni Gonnella (Ferrua) che verso la fine d’agosto risultò divisa in due brigate: la Monte Albergian in Val Chisone e la Monte Assietta in Val Susa. Entrambe le brigate si misero così alla ricerca dell’equipaggiamento necessario – armi e munizioni – nelle caserme della zona.
Contemporaneamente nella zona di Perosa Argentina nacque un altro gruppo che vide come maggiori esponenti i fratelli Gay.
In seguito ai rastrellamenti nazisti, molte delle bande che si erano formate si fusero. Ne furono un esempio la banda dei fratelli Gay e quella di Marcellin, che negli ultimi mesi del 1944 diedero vita alla 44a Divisione Alpina Autonoma “Val Chisone”, di cui Adolfo Serafino faceva parte con la tessera ad honorem n. 67. Al comando della Divisione Alpina vi fu Ettore Serafino, mentre Marcellin fu nominato ispettore della quarta zona nelle Alte Valli Susa con la brigata Giustizia e Libertà della Val Germanasca. Ferrua invece salì al comando della brigata Monte Assietta.
Fra tutte le formazioni che avevano un carattere prettamente militare, la Divisione Autonoma “Val Chisone” si distinse per il fatto di godere di una vera autonomia politica. L’autonomia da ciascun partito politico fu un’importante soluzione ai fini della convivenza fra persone che avevano idee differenti ma che si trovavano ad agire per un fine comune. Infatti dopo l’8 settembre nella Val Chisone si diffusero diverse tendenze politiche, altro elemento per cui questa vallata si distingueva dalle altre [1]. Mi è sembrato significativo ripercorrere qui le principali vicende che riguardano gli Autonomi della Val Chisone[2]. (1) Cfr la tesi di laurea di Roberta Martino, La società pinerolese nella seconda guerra mondiale, Università di Torino, 1999. (2) Cfr il diario tenuto da Ettore Serafino e pubblicato da Giorgio Groppo, Morire a vent’anni per un ideale. Vite di giovani partigiani della Val Chisone 1943-1945, Gribaudo Editore, 1990, pp. da 33 a 41. Emanuela Matino in Iti Ettore Majorana di Grugliasco (TO), Pinerolo, maggio 2006

Veduta di Perosa e Pomaretto – Fonte: Sentieri Resistenti

A cinquanta chilometri da Torino, le valli Chisone e Germanasca fanno parte delle valli valdesi, dove la lotta di Liberazione è legata alla storia della chiesa valdese e ai suoi rapporti con il regime fascista, come si può osservare anche nel museo storico valdese di Torre Pellice, a poca distanza da Perosa Argentina. Nell’autunno-inverno 1943-44, alpini dei disciolti reggimenti, montanari e antifascisti saliti dalla pianura costituirono la 1ª Divisione alpina autonoma della Val Chisone, articolata in diverse brigate, che ebbe come comandante il sottufficiale Maggiorino Marcellin, militare proveniente dalla campagna di Grecia e famoso alpinista e sciatore. Nei mesi che seguirono, la lotta partigiana fu caratterizzata soprattutto dall’ostinata difesa delle baite e dei vecchi fortini di frontiera che i resistenti avevano scelto come rifugio, nonostante le continue imboscate e i rastrellamenti tedeschi. Ricordiamo, ad esempio, quello del marzo 1944, quando, dopo sei giorni di resistenza a nazisti e fascisti che risalivano la valle facendosi scudo con la popolazione e incendiando baite e villaggi, le bande furono costrette a ripiegare e a scendere nella vicina val Troncea. Ciò nonostante, prima dell’inizio dell’estate, i partigiani riuscirono a occupare la valle del Chisone ‒ da Perosa Argentina al versante valsusino del colle del Sestrières ‒ dando vita a una zona libera che, fra alterne vicende, rimase tale da maggio ad agosto 1944, quando nuovi rastrellamenti costrinsero gran parte di loro a ripiegare. Alcuni, passando dalla Francia per poi tornare in Italia, cercarono di tenere la difesa del colle Mayt al fine di consentire lo sperato, ma non verificato, ingresso in Piemonte delle truppe alleate che nel frattempo erano sbarcate in Provenza. Durante uno di quei combattimenti, tra gli altri trovò la morte anche il comandante Enrico Gay, di Perosa Argentina, che fu catturato dai fascisti per essere impiccato pubblicamente nella piazza di Perosa, ma che morì prima per le ferite riportate. L’ultimo atto della guerra in val Chisone fu costituito dall’azione che i partigiani mossero contro le truppe tedesche e fasciste dislocate nell’alta val Susa che, per sottrarsi ai mitragliamenti aerei, non erano scese verso la pianura ma avevano risalito il colle del Sestrières per raggiungere Pinerolo e Torino lungo la Val Chisone. Nella notte tra il 26 e il 27 aprile tutta la valle, fino alle porte di Pinerolo, poteva considerarsi in mano ai partigiani. Memoranea

Da sinistra Maggiorino “Bluter” Marcellin e Giulio Nicoletta – Fonte: Sentieri Resistenti

«Esercito di liberazione nazionale. Brigata Val Chisone. Sede, il 10 agosto 1944. Al Waffen Grenadier Brigadier SS». L’ autore del messaggio, Maggiorino Marcellin, nome di battaglia Bluter – mutuato dall’ urlo del primo tedesco ferito -, non conosce la lingua dei suoi nemici. Scrive in francese. Al comandante nazista che, vista la difficoltà di piegare i partigiani della Val Chisone, offre salva la vita a loro e ai valligiani che li appoggiano in cambio della resa, risponde che la trattativa è inutile, «vista l’ assoluta mancanza di fede alla parola data che avete dimostrato in altre occasioni». E in ogni caso, «vos propos de déposer les armes sont inacceptables. Nos montagnes sont à nous». Le nostre montagne sono nostre. Marcellin non è un sovversivo, un rivoluzionario, uno stalinista. E’ un sergente degli alpini. Ai suoi ordini ha mille uomini, ognuno con la coccarda tricolore. Partigiani autonomi. Una piccola armata, la più consistente della Resistenza grazie alle armi sottratte a un deposito: dieci pezzi di artiglieria da montagna, mortai da 81, mitragliatrici pesanti. Nei primi giorni di agosto Bluter e i suoi uomini combattono l’ unica vera battaglia campale della guerra di liberazione. Non sono soli a reggerne il peso: i caccia britannici intervengono dalla Corsica a bombardare i carri armati tedeschi, dal fondovalle attaccano i giellisti di Antonio Prearo e i garibaldini di Pompeo Colajanni, il leggendario Barbato. Sono gli autonomi comunque a scrivere una pagina di storia trascurata, poco studiata, rievocata di rado. Quasi a dare l’ impressione che la dialettica tra comunisti e anticomunisti abbia ridotto nel tempo la guerra partigiana a scontro ideologico, in un gioco di convenienze incrociate, in una semplificazione interessata che allontana l’ autentica dimensione della Resistenza nelle valli piemontesi: una guerra di popolo. Per Pajetta e Geymonat, dirigenti comunisti, che salgono in treno da Torino a organizzare la bande, c’ è un Ignazio Vian – un militare – che per primo affronta i tedeschi sopra Boves, dove le SS di Joachim Peiper bruciano il parroco e l’ industriale del paese con il lanciafiamme. E c’ è un Dante Livio Bianco che fa indossare ai suoi uomini le mostrine verdi degli alpini, a indicare una continuità simbolica e legale: si combatte, oggi come ieri, agli ordini del re, contro un nemico che sin dai primi giorni sceglie una guerra di sterminio. Per questo Bluter non si fida del comandante nazista, e non si arrende. Il 10 agosto 1944 è l’ undicesimo giorno di battaglia in Val Chisone, la valle che dalla pianura torinese sale sino alle torri del Sestriere, da poco costruite a significare l’ invenzione e il successo di uno sport borghese, lo sci. Il 27 luglio il generale Alexander ha informato per radiogramma il comando regionale piemontese: «Diamo la massima importanza a tutte le bande di patrioti. Si preparino per sforzo violento e sostenuto contro vie di comunicazione e autocolonne tedesche». L’ ordine è interpretato come il preannuncio dell’ offensiva finale; e in effetti i britannici vagheggiano di sfondare la linea Gotica tra Bologna e Rimini, di chiudere la partita italiana prima dell’ inverno. I comandi partigiani passano all’ offensiva. Agosto è il mese delle principali battaglie della guerra di liberazione. Sull’ Appennino i tedeschi attaccano la piccola repubblica di Montefiorino, divenuta una testa di ponte per gli alleati alle spalle della Gotica. In valle Stura i giellisti della brigata Rosselli, al comando di un altro alpino, il tenente Nuto Revelli, attaccano la 90a divisione granatieri che sale verso il colle della Maddalena a contrastare gli alleati sbarcati nel Sud della Francia. Non si combatte una lotta di classe, ma un frammento della guerra tra il mondo libero e il nazifascismo; non si segue una trama eversiva, si eseguono le disposizioni del comando angloamericano. E i nazisti preparano le contromosse: solo in Piemonte schierano contro i partigiani quattro divisioni, due nel Cuneese, una in Val Susa, una in Val Chisone, appoggiate da 90 mila uomini di Salò. Già il 20 luglio Marcellin scrive nel suo diario: «E’ necessario prepararsi a resistere uno contro dieci: non c’ è altra via. Sciogliersi varrebbe a dichiarare la nostra debolezza. E poi dove riparerebbero mille uomini?». Gli autonomi di Bluter sono a casa loro, qui non si tratta di affrontare euzones o russi, è la loro terra che difendono. Le vedette del battaglione Monte Assietta seguono i lavori di fortificazione del genio germanico, a loro volta i partigiani scavano trincee, un battaglione occupa il forte di Finestrelle. Il 31 luglio entrano in linea i carri armati e gli Stukas, che bombardano in picchiata; i partigiani fanno rotolare massi sui tank nemici, «come Andrea Hofer sulle fanterie di Bonaparte» annota Giorgio Bocca nella Storia dell’ Italia partigiana. Ma poi entra in azione l’ artiglieria degli autonomi, dalla Corsica decollano due squadriglie britanniche; i tedeschi avanzano verso Sestriere sotto le cannonate e le bombe, le perdite sono gravi. Scrive Bluter: «Il morale del nemico, da informazioni giunteci da Perosa, è basso. Certi reparti fascisti rifiutano di tornare in linea, dicono che qui è peggio che in Croazia». Cavalleresco, Marcellin restituisce la salma di un ufficiale nemico in una bara avvolta dal tricolore con un nastro e la scritta: «La brigata Val Chisone a un alpino tedesco». Sull’ altro fronte non si fanno prigionieri, i partigiani sono fucilati o impiccati. Altri comandanti impartiscono l’ ordine di adeguarsi. Il 6 agosto gli autonomi cominciano la ritirata. Ogni reparto si asserraglia nella valle che conosce meglio. L’ 8 Bluter è in val Troncea, «che i francesi – scrive il colonnello Tullio Giordana, direttore della Gazzetta del popolo tra il 25 luglio e l’ 8 settembre – chiamano Tranchée; e per noi è diventata proprio una trincea». Il giorno dopo due parroci portano l’ ambasciata dei tedeschi, che chiedono la resa. Marcellin risponde che «nos montagnes sont à nous», e aggiunge un messaggio verbale: «Se bruciano le case, noi fuciliamo tutti quelli che catturiamo». Il 10 l’ avanguardia nazista è alle torri del Sestriere, ma Bluter si è spostato in cima alla Banchetta, il monte da cui scendono le piste olimpiche di Torino 2006, i suoi artiglieri sparano con l’ ultimo pezzo rimasto, finché la canna arroventata si fonde. Non resta che disperdersi, con l’ accordo di ritrovarsi il 28 agosto alle grange Planes, nell’ alta valle Argentera. E’ una caccia all’ uomo, una fuga continua, resa possibile dalla solidarietà dei montanari. Fu una guerra di montagna, combattuta da valligiani, da alpini, talora da alpinisti. Come Sandro Delmastro, caduto da partigiano, prima della guerra compagno di cordata di Primo Levi, che gli dedicherà un racconto intitolato non per azzardo «Ferro». In un incidente in parete, a guerra finita, morirà Dante Livio Bianco. Gino Viano «Bellandy», comandante della 6a divisione alpina di Giustizia e Libertà, è un ufficiale degli alpini istruttore di sci, che dal bell’andazzo – traduzione letterale dal piemontese che però non rende l’ idea – con cui sale in montagna prende il nome di battaglia. Willy Jervis, valdese, scalatore, dirigente della Olivetti e padre di tre figli, è catturato a tradimento, torturato, ucciso e impiccato a un albero dai fascisti, in Val Pellice, sessant’ anni fa: lo riconosceranno dalla Bibbia che porta con sé. Due rifugi alpini portano il suo nome; onore che condivide con Bianco e con un altro alpinista partigiano, il grande musicologo Massimo Mila. Aldo Cazzullo, I partigiani-alpini che fermarono la Wehrmacht, Corriere della Sera, 10 agosto 2004

Il viaggio di Ettore Serafino da Aosta alla val Pellice [Archivio famiglia Serafino] – Fonte: E-Review

Come scrive l’avvocato Serafino, la gente pensava che le forze partigiane organizzassero attacchi disordinati. La stessa opinione era condivisa dai tedeschi, ma in realtà il coordinamento della guerriglia è stato molto importante ai fini della vittoria. Per esempio nel mese di aprile “le forze partigiane funzionarono come tanti battaglioni e reggimenti di un vero esercito”, come è riportato nel diario di Ettore Serafino sopra citato.
Le azioni effettuate al comando di Marcellin portarono alla conquista paese per paese da Villaretto al Colle del Sestriere, in seguito alla cattura dei presidi nemici. Per difendere le proprie conquiste i partigiani si rinchiudono in trincee a vegliare di notte.
A Villaretto la 228a Compagnia comandata da Enrico Gay pone saldi posti di sbarramento fino a Fenestrelle. Sestriere invece è occupata dalla 231a Compagnia.
A differenza della divisione Giustizia e Libertà, gli Autonomi della Val Chisone preferivano azioni veloci e non sul luogo, bensì lontane dal luogo di provenienza. Ne è un esempio il colpo inflitto all’esercito della RSI il 18 settembre 1944. Quel giorno diciotto partigiani della banda “Catania”, scesi dalle sede di Cumiana, trascorsero un giorno a Torino e nella notte del giorno successivo riuscirono a introdursi nella Caserma della Polizia Ausiliaria in via Pesaro [3].
Importante fu l’opera del tenente Adolfo Serafino, fratello di Ettore Serafino. Perse la vita nell’attacco del 4 novembre 1944 nei pressi di Cantalupa, nella frazione di San Martino. Era l’alba di quel giorno e i partigiani erano riuniti nel cortile della grangia. Bevevano del surrogato di caffè, quando i nazisti li accerchiarono. I partigiani tentarono una sortita ma sei di essi morirono a causa dei colpi di mitra che ricevettero. Le Brigate Nere poi liberarono i prigionieri dei partigiani. (3) Cfr nota 1 [tesi di laurea di Roberta Martino, La società pinerolese nella seconda guerra mondiale, Università di Torino, 1999] Emanuela Matino, Op. cit.

Settembre 1944, partigiani in val Chisone [Archivio famiglia Serafino] – Fonte: E-Review

La situazione dell’alta valle allarmò i comandi tedeschi, consapevoli di quanto rendesse precari i
collegamenti tra la regione transalpina e la pianura padana e fosse tanto più rischiosa nella prospettiva di uno sbarco alleato nella Francia meridionale.
Il 16 luglio [1944], il cannoneggiamento delle postazioni partigiane sul monte Triplex fu preludio ad un attacco portato dal versante valsusino da truppe alpine tedesche, che riuscì ad essere sventato solo per l’intervento degli uomini di Serafino.
Il pericolo corso preoccupò d’altronde il comando della brigata, che si affrettò a preparare un piano dettagliato per la difesa, articolando quest’ultima in tre linee elastiche tra Perosa Argentina e Fenestrelle e una rigida in val Troncea, e per l’eventuale ripiegamento.
I timori dei vertici della “Val Chisone” non tardarono a rivelarsi fondati. Il 29 luglio ebbe infatti inizio l’operazione Nachtigall, una delle più micidiali condotte dai nazifascisti nell’Italia occupata.
Preceduto dal bombardamento della cresta tra il colle delle Finestre e il monte Fraitève, l’attacco iniziò da Perosa Argentina e, condotto da due autocolonne corazzate, provocò l’arretramento dei partigiani verso Fenestrelle. Con il supporto dell’aviazione e ancora dell’artiglieria, il 2 agosto venne aperto un secondo fronte sul monte Génévris, dove una colonna partita da Oulx impegnò a lungo la brigata pur senza conquistarne le posizioni. Il 3, appoggiata dall’aviazione una delle due autocolonne salì da Dépot verso il colle delle Finestre e poi discese a Laux, causando l’ulteriore arretramento delle difese a Usseaux. Il 5, un treno blindato cannoneggiò la cresta spartiacque dalla
val di Susa e un aereo bombardò Pragelato causando 5 morti tra i civili.
Il 9 agosto i nazifascisti, i cui rinforzi stavano sopraggiungendo dal vallone di Massello e dalle valli Argentiera, Germanasca, Pellice e di Susa, raggiunsero l’imbocco della val Troncea, dove la “Val Chisone” aveva concentrato i propri uomini. Constatato il quasi completo accerchiamento, il comando decise allora di suddividere la brigata in piccoli gruppi per farli filtrare attraverso la rete degli attaccanti. Anche se la manovra permise alla maggior parte dei partigiani di mettersi in salvo tra la val di Susa, la Francia e – attraverso la val Sangone – la zona di Cumiana, il bilancio della ritirata fu terribile: 20 giovani caddero in combattimento; 9 morirono di stenti in quota; 23 furono
catturati e passati per le armi o deportati. E drammatiche furono le conseguenze anche per i civili della val Troncea, che subirono la distruzione delle borgate di Pattemouche e Laval.
Lo sbarco alleato in Provenza, avvenuto il 15 agosto, determinò lo spostamento dei rastrellamenti nazifascisti a sud della valle Po e al tempo stesso infuse speranze nel comando della brigata, che si era posto in salvo con 30-40 partigiani sul monte Barifreddo, ai limiti della val Troncea.
Ipotizzando una prossima invasione del Piemonte attraverso i valichi alpini, Marcellin radunò gli uomini sul colle Mayt e di lì scese in Francia, dove a Vallouise incontrò un comando alleato. Egli dovette però rendersi conto che le sue aspettative non collimavano con i piani angloamericani e non poté che tornare sui suoi passi per poi rifare con i suoi uomini il cammino appena percorso, tornando in Italia attraverso il colle dell’Agnello e la val Varaita e raggiungendo infine la val Chisone dove s’insediò al Gran Dubbione.
A fine agosto, la suddivisione del territorio piemontese in zone militari aggregò le forze partigiane delle valli del Sangone, del Chisone, del Germanasca e del Pellice, affidandole al comando di Guermani insediato nella frazione Granges di Pragelato. Al tempo stesso, la “Val Chisone” fu ridefinita come I divisione Autonoma, sempre guidata da Marcellin e suddivisa nelle brigate “Monte Albergian”, capeggiata da Serafino, e “Valdora”, diretta da Gonella e poi dall’ufficiale Franco Faldella.
La “Valdora” ebbe come campo operativo la media e alta val di Susa. La “Val Chisone” fu invece suddivisa in bande: la “Enrico Gay”, comandata da Gianni Gay, fu schierata tra Villar Perosa e Perosa Argentina; la “Bruno Jourdan”, guidata da Poet tra Perosa Argentina e Roure; la “Mario Costa”, capitanata da Toye nei dintorni di Roure; infine, la “Aventino Pace”, affidata a Piero Catti (Bossi) e poi al tenente Giovanni Bertolotto (Berard), la “Fratelli Caffer”, assegnata a Juvenal e quindi a allo studente Rodolfo Sacco (Rodolfo Marassano), la “Antonio Catania”, diretta da Gavazzeni, e la “Guido Morello”, con a capo Daghero e poi Nicola Avramo, agirono nei dintorni di Cumiana.
Nel corso dell’autunno e del primo inverno, l’attività della “Val Chisone” assunse i caratteri della guerriglia, con ripetuti attacchi ai nazifascisti e sabotaggi alla ferrovia portati nella pianura tra Pinerolo, Orbassano e Torino. D’altro canto, i continui rastrellamenti del nemico inflissero alla brigata gravi perdite: 9 – tra cui Juvenal – a Cantalupa il 2 novembre; 12, oltre a tre catturati – tra cui Gavazzeni – due dei quali sarebbero stati passati per le armi, a Cumiana il 26 novembre; 5 – tra cui Daghero – ancora a Cumiana il 30 dicembre. Non solo, ma la “Aventino Pace” dovette essere sciolta, mentre la “Bruno Jourdan” e la “Mario Costa” si ridussero talmente da venir fuse in un’unica banda.
Dopo le corvées effettuate nella Francia ormai liberata durante i primi mesi del 1945 allo scopo di ottenere armi, munizioni, equipaggiamenti e denaro, la nascita del Corpo volontari della libertà fu all’origine di un’ulteriore riorganizzazione delle forze partigiane. La brigata “Valdora” fu aggregata nella 41^ divisione unificata alle formazioni Giustizia e Libertà e Garibaldi che agivano sul versante orografico destro della valle di Susa. La brigata “Monte Albergian” – reintitolata a Eugenio Juvenal – venne invece unita alla V divisione Giustizia e libertà operante in val Germanasca nella 44^ divisione “Adolfo Serafino”, il cui comando fu attribuito ad Ettore Serafino. Quanto a Marcellin
ricevette l’incarico di ispettore e fu incaricato di tenere i contatti con gli Alleati e il comando di zona. Sentieri Resistenti

Sta di fatto che le genti della montagna vissero direttamente, sulla propria pelle, i drammatici avvenimenti che condussero alla costruzione di uno Stato democratico e ne sono testimoni i diari, cui molti decisero di affidare i propri tormenti. Diari di intellettuali, come i pastori valdesi o i maestri elementari; umili contadini, determinati a fermare sulla carta le emozioni intese e il dramma che in quel momento stavano vivendo. Inutile cercare su questi manoscritti i grandi fatti che hanno lasciato eco di sé. Più facile individuare le ansie di chi si trovava sospeso tra la vita e la morte, con la consapevolezza che solo la casualità potesse avere un ruolo decisivo per determinare il destino. Vale la pena, a 60 anni di distanza, ricordarne qualcuno. Splendide pagine, le pagine di questi diari, scritte con mano incerta e parole consuete o talora con gli svolazzi della grafia ottocentesca (ancora usata dai più anziani) e termini aulici ed evocativi. Pagine semplici, ma fondamentali per chi ama ricostruire le vicende storiche sulla base non solo dei freddi documenti d’archivio ma dando rilievo al lato umano,più che a quello statistico. Guido Matthieu, pastore valdese di Pomaretto. “…Quattro sono uccisi: Baret Ferdinando, di anni 59. Conoscendo il tedesco può evitare che la propria casa sia incendiata, ma per impedire a un altro gruppo di soldati di appiccare il fuoco al fienile è da questi, senza altra formalità, colpito a morte. Baret Alberto, di anno 69, fratello del precedente. Vista la propria casa in preda alle fiamme cerca riparo in quella del fratello. Sta seduto su una sedia a sdraio, affranto e desolato, quando giungono gli uccisori del fratello i quali, pure senza altra formalità, lo freddano…” Bernard Arturo, di anni 40. Uscito dalla stalla, attraversa il breve spazio prospiciente, quando lo raggiunge una raffica che lo atterra. Bonaudo Alfredo, di anno 38, è seduto sull’uscio di casa, ha le sue carte di identità personali in mano, ma quei documenti non sono neppure guardati e viene colpito a morte. Il suo cadavere con quello del precedente viene trascinato verso le fiamme che divampano. La loro cremazione è evitata dai primi accorsi non appena la pattuglia incendiaria si è allontanata, non senza aver fatto bottino di quanto più prezioso ha trovato…” Giovan Battista Heritier (1858/19499 di Clèe(Roure), ultimo sindaco del comune valchisonese prima dell’avvento del Podestà nel 1925
“(26 marzo 1944) E veniamo ai guai di Bourcet: la domenica 26 calma la mattina, ma nel pomeriggio cominciarono gli incendi di Chasteiran Colet, Vayer, Gran Serre. A Chasteiran rimaneva salva una sola casa, perché isolata in mezzo ai prati, la scuola e qualche piccolo casolare. Prova della barbarie è stato il fatto del signor Charrier Ferdinando fu Giovanni, che era ammalato: venne preso dal pagliericcio da quattro soldati e portato fuori in mezzo alla campagna, fatta uscire sua moglie e incendiata la casa. Tutte queste miserie per aver avuto la disgrazia di vedere i ribelli stabilirsi nella scuola…”.
“…Il giovedì 12 ottobre 1944 una squadra dei tedeschi incendiò tutto il Greisonniere e il Sarret. A Sarret rimasero una cucina e la casa Daviot contro la Roccio Eclapà (roccia spaccata n.d.r). Oltre alla distribuzione dei fabbricati e delle raccolte ordinarie: fieno, paglia o tutta la mobilia, sono state bruciate grandi quantità di patate, grano che ancora si trovava nelle grange. A noi bruciarono tra 15 e 20 quintali di roba (…) Dopo tutti questi fatti i bravi tedeschi scendevano a Cleè di Mezzo, radunavano tutte le donne, facevano giurare che Cleè non aveva alcun ribelle, altrimenti avrebbero incendiato tutte le case…”.
Battista Guidot-Chiquet (1879/1966) di Laval.
“…Il 10 agosto 1944 ritornarono i tedesco-repubblicani per un nuovo rastrellamento in grande stile. Requisiscono una ventina di muli con i rispettivi conducenti per il trasporto dei loro materiali. L’11 agosto bruciano la frazione Lavai, compresa la casa parrocchiale e la chiesa, perché i partigiani vi avevano installato la loro infermeria…”.
“… Il 3 agosto fu bombardata Ruà con gli aerei. Furono distrutte completamente tre case e danneggiate diverse altre. Vi furono cinque morti; di due di essi furono trovati soltanto brandelli. Danni per due milioni. Il 20 agosto nuovo bombardamento senza danni materiali, ma ci fu un morto: Griot Giuseppe di Ruà, ucciso sulla sinistra del Chisone da una bomba che cadde sulla destra, lanciando un sasso che colpì il povero Griot…”
Anonimo contadino di Grange Bovile, alta Val Germanasca.
“Sono arrivati i tedeschi. Sono andati due o tre per casa; io ho fatto vedere il mio lasciapassare e poi gli ho dato pane, latte e salame… un fiasco di vino. Hanno mangiato, poi hanno chiesto se volevo fumare. Io le ho detto: ‘Ah, io niente fumare…’ Mio fratello però fumava e allora gli hanno dato un pugno di tabacco… loro ne avevano. Poi abbiamo chiacchierato un po’, ma non ci hanno detto grosso così; non ci hanno chiesto notizie dei partigiani. Poi allora, prima di andare via un maresciallo mi ha chiesto quanto faceva. Io gli ho detto che non faceva nella, ma lui non ha voluto sentire ragioni; ha tirato fuori da una di quelle tascacce che avevano un pugno di due soldi e di due lire; c’erano 28 o 30 lire.
Loro i soldi li avevano…”.
Gian Vittorio Avondo, La Resistenza sui monti di Pinerolo in ValChisone.it

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