In Veneto, nel luglio 1944, fu paracadutato il sottocapo radiotelegrafista Dario Leli

Radio ricetrasmittente militare (conservata da Claudio Leli, figlio di Dario Leli) usata durante la Resistenza dalla missione Margot-Hollis dell’OSS: responsabile il veneziano Pietro Ferraro, radiotelegrafista il modenese Dario Leli – Fonte: Camillo Pavan, art. cit. infra

Ma dopo il fatale 8 settembre 1943, Dario Leli non si era arreso alla sconfitta, aveva deciso di dare un contributo alla lotta di liberazione dell’Italia, ed aveva continuato la sua guerra non più in mare, ma nella pianura padana, ove tedeschi e fascisti, gli diedero una caccia spietata alla quale riuscì sempre a sfuggire, con il coraggio e l’intelligenza appresi alla scuola del suo amato “Sirena”.
Raggiunto il sud-Italia, nel territorio già liberato dagli alleati e sotto la sovranità del re Vittorio Emanuele, accoglie l’invito di Ferruccio Parri, che lo conosceva e ne apprezzava il coraggio e l’intelligenza, ad arruolarsi in una delle ”Missioni Militari” che venivano paracadutate in alta Italia per tenere i collegamenti fra gli anglo americani avanzanti da sud ed i partigiani che nell’Italia settentrionale combattevano contro i nazifascisti che la occupavano, fornendo ai comandi alleati preziose informazioni sul movimento delle truppe nemiche, la loro consistenza, il loro armamento, e quant’altro di importanza strategica.
Si trattava per lo più di formazioni miste di italiani ed anglo americani – ma non mancarono, come si vedrà, quelle composte da soli italiani, militari ma anche civili – normalmente composte da un comandante, un vice-comandante, un interprete, un radiotelegrafista ed un armiere. Ecco i nomi di alcuni capi missione inglesi: magg. John P. Wilkinson “Freccia” che operò sull’Altopiano di Asiago morendo poi in combattimento a Tonezza; cap. Paul Newton Brietsche che operò sul Grappa anche se, per la verità, fu molto criticato per aver ordinato l’impossibile difesa sulla cima della montagna durante il rastrellamento del 20/26 settembre 1944; cap. Harold W. Tilman (radio “Simia”) lanciato sull’Altopiano di Asiago con destinazione Cansiglio – noto scalatore, terminata la guerra conquistò molte vette e finì disperso sulle montagne dell’Himalaya.
Essi avevano il compito di istruire i partigiani italiani sull’uso delle armi alleate che venivano loro paracadutate, di inquadrare militarmente uomini coraggiosi ma poco inclini all’ordine ed alla disciplina, di studiare azioni di “commando” per sabotare impianti militari, linee di collegamento ferroviario, ponti e strade, di accogliere nuove “Missioni”, porre in salvo piloti di aerei alleati abbattuti ed ex prigionieri alleati che, dopo lo sfascio dell’esercito italiano, l’8 settembre 1943 si erano trovati improvvisamente liberi ma privi di ogni assistenza e soggetti alla caccia feroce dei nazifascisti.
Dario viene sottoposto ad accurata, dura preparazione: lunghe ore di volo in addestramento ed in zona di guerra, lanci con il paracadute. Alla fine, nel luglio 1944, quello decisivo – che gli fa meritare la medaglia d’argento – nel buio della notte, verso l’ignoto, senza alcun ricevimento organizzato a terra, nel Veneto pullulante di nemici: l’obbiettivo non è centrato, tocca terra a 50 chilometri di distanza ma riesce a raggiungere la città di Mestre, sede della Missione cui è destinato.
Si tratta della “Hollis”, una delle poche composte esclusivamente da italiani, dipendente dal O.S.S. (l’americano “Office Of Strategic Service”), con a capo l’Avv. Pietro Ferraro di Venezia (“Antonio”), un industriale che non esitò a mettere in pericolo la sua vita ed i suoi interessi per la liberazione dell’Italia. Al suo arrivo Dario Leli (questo il suo vero cognome erroneamente indicato “Lelli” nella documentazione militare che lo riguarda) assume il nome di battaglia di “Margot” (in ricordo della gatta avuta negli anni di Algeri) ed a conferma dell’importanza attribuita alla sua collaborazione la Missione – la cui attività non interessò solo il Veneto, ma si estese anche ad altre zone e fu fonte di preziose informazioni per i comandi alleati che la definirono “una delle più importanti del nord Italia” – verrà denominata “Hollis-Margot”.
Eloquente l’attestato 18 maggio 1945 rilasciato dall’O.S.S: “Si dichiara che Dario Leli è stato un dipendente del Governo degli Stati Uniti dal 24 gennaio 1944 ad oggi. I suoi servizi a favore del Quartier Generale furono molto preziosi per la causa degli Alleati e si intende qui esprimere l’apprezzamento della sua opera a favore degli Stati Uniti d’America”. Fra i componenti di questa Missione va ricordato il giovane padovano dr. Luigi Amati residente in città in via Risorgimento 10 e poi in via Savonarola, la cui preziosa opera viene così descritta nella scheda in cui l’ing. Ferraro “Antonio” ha, dopo la Liberazione, documentato il contributo dato dai suoi collaboratori: “…Ha rinunciato a quasi tutto il suo lavoro di inventore e tecnico nel campo delle materie plastiche, del cinema a colori e del magnesio metallico, settori in cui possiede numerosi brevetti, per garantirmi il funzionamento della radio…I primi contatti a distanza furono fatti dal Dario Lelli dopo che il dr. Amati gli diede precise istruzioni…Organizzò il funzionamento tecnico delle diverse radio nel bellunese e nelle varie sedi delle zone di Padova, Treviso, Venezia. Provvide a tutte le riparazioni, al trasporto dei vari materiali, si procurò i pezzi di ricambio, fece tutte le prove necessarie per il buon funzionamento, incurante del grave pericolo derivante da questa sua continua e intensa attività…Senza di lui avrei trasmesso la metà delle notizie…”.
Dura la vita dei componenti la Missione, continuamente costretti a cambiare i luoghi da cui l’esperto Sottocapo r.t. della Marina italiana spedisce i suoi messaggi: repubblichini e tedeschi gli danno una caccia spietata, ma Dario è imprendibile e sfugge a ben 7 rastrellamenti nel bellunese e nella zona di Preganziol (TV).
A Padova l’apparecchio dell’intrepido “Margot”, ospitato dall’ing. Marino Bertolini che mette coraggiosamente a disposizione il suo appartamento in città, in via S. Tommaso Becket n. 2, viene radiogoniometrato e gli uomini del famigerato maggiore delle S.S. italiane Mario Carità, capo della banda omonima che così triste ricordo ha lasciato nella città del Santo, vi irrompono. I partigiani si salvano da una uscita secondaria, ed i repubblichini trovano in casa solo una giovane signora (la moglie dell’ing. Bertolini) con il figlioletto, che, terrorizzata, chiede ed ottiene il permesso di uscire, permesso che le viene concesso di buon grado perché, pensano gli altri, è meglio aver libertà di movimento senza donne, bambini, ed i loro strilli, fra i piedi. Ed è così che la donna passa sotto il naso dei fascisti spingendo la carrozzina con sopra il bimbo adagiato sul materassino sotto il quale “Margot”, prima di tagliare la corda, d’accordo con la coraggiosa signora, aveva nascosto la sua piccola radiotrasmittente che fu così salva e continuò a svolgere la sua preziosa attività.
Ecco perché l’attestato dell’O.S.S. evidenzia “il coraggio e l’intelligenza” di Dario Leli riconoscendo che “la sua prima preoccupazione era di salvare gli apparati e garantire la continuità del servizio”.
Ora i figli Gemma, Claudio e Giacomo Leli custodiscono gelosamente questo prezioso reperto assieme ad altri documenti e foto del loro padre Dario, Sottocapo r.t. della Marina imbarcato sul sommergibile “Sirena”, il mitico “Margot” della Resistenza Italiana.
Gian Vincenzo Belli, L’astuzia di “Margot”, LaMaddalena.info, 15 dicembre 2017

In Veneto, nel luglio 1944, fu paracadutato il sottocapo radiotelegrafista Dario Leli, che riuscì a stabilire il collegamento radio con il comando alleato e organizzò una vasta rete informativa che operò anche a favore delle formazioni partigiane.
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale, Anno XXIX 2015, Editore Ministero della Difesa

Sante Bovo aveva quindici anni e mezzo quando iniziò a collaborare con la Resistenza, incoraggiato dall’amico Bruno Rossi, di qualche anno più vecchio e pure lui ex allievo delle scuole commerciali “Fabio Besta” di Treviso.
Dal novembre 1943 fu ricognitore e staffetta per conto del SIM (Servizio informazioni militare) il cui referente a Treviso era il s.ten. Galliano Boccaletto.
In sella alla sua bicicletta (marca “Benotto”) teneva i contatti con la fitta rete di agenti del Servizio e percorreva anche cento chilometri al giorno, con qualsiasi condizione atmosferica e su ogni tipo di strada, in ricognizioni lungo gli argini dei fiumi veneti per appurare lo stato di avanzamento dei lavori di fortificazione tedeschi in vista di un possibile sbarco alleato sull’alto Adriatico.
[…] Significativo al riguardo il modo con cui Sante Bovo spiega l’origine del titolo Chi me lo ha fatto fare, dato alle sue memorie: “un titolo curioso che mi è venuto spontaneo. Senza pensarci”. Un titolo, aggiungiamo, “senza punto di domanda”. Quella di Bovo non è una recriminazione, ma una fiera rivendicazione della sua scelta resistente.
Dopo aver ricordato la situazione venutasi a creare dopo l’8 settembre 1943: «Cose strazianti nel vedere la migliore gioventù, con l’8 settembre, sparpagliarsi. Senza più comandi, demoralizzata, braccata. E pieni di paura non sapendo cosa fare … […] Ma in questi casi non si possono servire completamente due padroni. E scelsi spontaneamente, come cosa naturale, la strada più dura. Quella della “RESISTENZA”».
[…] Liberato, dopo l’arresto del novembre ’44, Boccaletto si recò a Milano dove «entrò in contatto e prestò servizio come Ufficiale nel Servizio informazioni militari del Comando Alta Italia, Gruppo Montezemolo».
Rientrato a Treviso nel 1945 continuò l’attività di informatore ma fu nuovamente arrestato il 20 aprile 1945 dalle brigate nere, a Paese, in casa di Rino Contò, comandante della brigata partigiana democristiana “Zancanaro”. Portati al Pio X, i due subirono “penosi interrogatori” e “ogni sorta di torture” e saranno liberati il 27 aprile “ad opera delle Autorità Ecclesiastiche e di personalità civili”. (Relazione di mons. Attilio Andreatti, parroco di Paese, in Cronistorie di guerra … 1939-1945, p. 1192).
Oltre all’organizzazione del servizio informazioni, Boccaletto si impegnò anche nella costituzione di unità militari partigiane sia in provincia (battaglione Livenza e battaglione Castelfranco) sia in città dove, “fin dal lontano ottobre 1943”, contribuì alla formazione del battaglione Treviso.
In merito alla sua collaborazione con le Missioni Alleate, Boccaletto cita, per il primo periodo la missione “Lupi” e la “M.R.S.-Marini Rocco Service” .
È certa tuttavia anche la sua collaborazione con la missione Margot-Hollis, dipendente dal servizio segreto americano (OSS) e diretta dall’avv. veneziano Pietro Ferraro che, in uno scritto del 15.5.45, precisa: «Il Comitato di Treviso dava le notizie alla missione Rocco [del SIM italiano in collaborazione col SOE inglese]. Io ho ritenuto opportuno non interferire con questi servizi, ed organizzare un servizio indipendente con persone molto serie ed oneste che eseguirono esattamente i miei ordini». (Chiara Saonara, Le missioni militare alleate…, p. 310).
Quanto a Boccaletto, così Ferraro riassume il suo operato: «Mi ha fornito la casa da cui ho trasmesso per il mese di novembre [1944] da Treviso. Era capo del servizio informazioni del CLN di Treviso, e mi passava tutte le informazioni ricevute, e ne ricavava altre secondo le mie istruzioni, sino al suo arresto avvenuto a dicembre. Con me si è comportato in modo ottimo. […] ». (Saonara, Op. cit., p. 306)
Galliano Boccaletto (di Luigi e di Boccaletto Assunta), sarà decorato con medaglia d’argento al valor militare con questa motivazione:
«Giovane ufficiale di complemento, si votava fra i primi alla lotta di resistenza e alla costituzione di reparti partigiani.
Chiamato, per le sue spiccate doti di mente e di carattere, a dirigere un rischioso servizio informazioni, vi si dedica con ogni energia conseguendo, in lunghi mesi di dura e strenua lotta, brillanti risultati, nonostante fosse stato arrestato, rilasciato e posto sotto sorveglianza.
Catturato di nuovo, sopportava fieramente sevizie e torture finché l’avvento della vittoria lo salvava dalla fucilazione già decretata nei suoi riguardi.
Treviso, settembre 1943 – aprile 1945 / Decreto 22 marzo 1967 – G.U. 152/67».
(I trevigiani e Treviso nella guerra di liberazione… I decorati…, p. 37)
La radio della missione alleata Margot-Hollis
La missione fu operativa in Veneto dal luglio 1944 alla fine della guerra, inizialmente nella zona a sud-ovest di Belluno.
Da ottobre 1944 la Margot-Hollis operò con tre radio, nelle zone di Treviso, Padova e Venezia.
A Treviso « … funzionò in una casa fornita da Galliano Boccaletto, poi, scoperta la casa, in Villa Marcello a Preganziol, essendo stata requisita questa villa dai tedeschi, in Villa Rota a Preganziol; essendo stata requisita d’improvviso anche questa villa (in questa occasione furono perdute batterie, cifrari e antenne), in casa fornita da Gianni Zambelli a Treviso, infine in casa dello stesso Zambelli». (Saonara, Op. cit., p. 270).
Dal confronto con la testimonianza di Daulo Foscolo, collaboratore di Ferraro e “addetto alla cifra e al servizio della radio nella zona di Belluno da luglio a ottobre [1944]” (Saonara, Op. cit. p.277), si evince che in questa foto è riprodotta solo una delle componenti della radio «perché le radio erano formate da 3 pezzi e 4 batterie […] e poi le batterie bisogna caricarle quindi occorre il caricatore […] ».
(Intervista di Maria Teresa Sega, 22.3.2004, corredata da due foto di Eleonora Miller)
unedì 22 agosto 2016
Camillo Pavan, “Chi me lo ha fatto fare”. La Resistenza a Treviso nel diario di un partigiano ragazzino, Treviso 1945, la Liberazione, 22 agosto 2016

I trevigiani Boccaletto e Galante in quei mesi avevano svolto un buon lavoro, mettendo in piedi un’organizzazione di supporto all’attività partigiana distribuendo sul territorio una rete di contatti e un certo numero di stazioni radio per mantenere i collegamenti.
Il servizio si occupava essenzialmente di stampare documenti falsi per gli attivisti della Resistenza, soprattutto tessere della Todt e carte d’identità, e di raccogliere e diramare clandestinamente informazioni sui movimenti dei nazifascisti. Con un apparecchio ricetrasmittente militare paracadutato dagli inglesi, nascosti in qualche casa abbandonata, preferibilmente non lontano dalla stazione ferroviaria di Treviso, i compagni del servizio informativo montavano un’antenna e comunicavano con il fronte alleato, a sud, e con i comandi partigiani di montagna. Subito dopo la stazione doveva essere smantellata e trasferita altrove perché i radiogoniometri mobili dei tedeschi avrebbero potuto localizzare la trasmittente nemica nell’arco di un quarto d’ora.
Gianni Favero, Inesorabile piombo nemico. Diciotto frammenti tra il 1943 e il 1945, Piazza Editore, 2003

Daulo Foscolo è nato a Venezia il 3 agosto 1924. Aderisce e partecipa al movimento di liberazione collaborando con la missione militare alleata “Margot Hollis”. La villa di famiglia di Casteldardo nel bellunese diventa un attivo centro della Resistenza locale.
[…] Quindi dal ’43 lei proprio vive là a Casteldardo?
… vivo. Mi telefonano però nel luglio del ’44, c’è anche Pivato, mi telefona Ferraro <4…
Facevano parte della missione Margot-Hollis.
Margot-Hollis, che aveva due trasmittenti: una a Venezia, a casa mia, da mia madre, che la curava Luciano, e l’altra mi è stata consegnata con il radiotelegrafista per poter trasmettere da un altro punto, che era il bellunese; però non era Casteldardo all’inizio. Poi Casteldardo diventa il punto dove io andavo… perché quando andavo a Casteldardo assolutamente tutti pensavano a casa mia; quindi seguo quella radio dal luglio del ’44. Nel frattempo, nel bellunese, arriva un lancio, una missione inglese, di un grossissimo personaggio.
Un’altra missione, inglese. La Margot-Hollis era americana invece?
La Margot-Hollis era italiana veramente, perché il capo missione era Ferraro. Che poi è stato mio padrino quando mi son sposato, ma questo è stato puramente casuale, perché siccome non ero mai stato cresimato, mi ha detto “Ti cresimo io” e mi ha portato a fare la cresima.
La Tina Merlin, che era di Trichiana e faceva la staffetta lì, racconta di essere stata alla villa, di aver incontrato Giuliana.
Ma io credo di averla vista 200 volte!
Lei cita delle missioni, oltre alla Margot-Hollis, che ebbero come punto di riferimento la vostra casa di Casteldardo. Dice: “l’inglese Simia del maggiore Tilman”…
È la prima che arriva. Arrivata questa missione inglese, gli americani vogliono essere presenti anche loro con una missione. Allora io lascio la Margot-Hollis e vado a ricevere gli americani… erano i primissimi giorni di settembre.
Di che anno?
’44.
E come mai questa decisione di passare con gli americani?
Beh, non è che avessi lasciato l’altra… l’altra la controllavo, nel senso che sapevo dov’era,… però io divento il responsabile della missione americana, che è quella del maggiore Benucci, e vivo con loro fino alla fine della guerra.
Vive con loro dove?
Ah… dove capitava.
In clandestinità quindi.
Ah sì sì, dove capitava… sulla neve certe notti… perché noi siamo stati molto seguiti, venivamo identificati molto facilmente coi radiogoniometri.
Sì, ne parla anche Pivato.
Bisognava star molto attenti, cioè far trasmissioni estremamente rapide, poi partire subito, immediatamente, camminar ore.
Quindi lanciavate la trasmissione… il messaggio diciamo, e dopo cambiavate zona per non essere identificati?
Sì, perché dopo poco cominciavano ad arrivare camion di tedeschi.
E siete sempre riusciti a fuggire?
Siamo sempre riusciti a fuggire. Io ero diventato un animale, se posso dire… a tutto vantaggio degli animali, oltre che mio!
Cioè riusciva ad adattarsi nelle varie situazioni.
Sì, conoscevo molto bene la zona ormai, ero proprio… proprio selvatico.
Era anche molto giovane.
Beh, ormai avevo… sì, sì, ero molto giovane, però avevo fatto un anno, quindi sa…sono esperienze che valgono… un giorno vale una settimana… come ordini di grandezza. Quando ero con gli americani – che poi io li ho salvati da un rastrellamento – mi era capitata una malattia che nessuno aveva capito… proprio nessuno… Avevo febbre a 38/39 tutto il giorno, tutto il giorno. Né mi è servita a molto la penicillina: quando è arrivata la missione americana il capitano Benucci mi ha detto: “Senti guarda queste sono delle pasticchette che tu non sai… ricordati che se ti ammali… prendere questo, sono straordinarie, fanno andare via tutto”. Poi, tutta una serie di lanci americani…
Quindi dopo le trasmissioni c’erano i lanci?
I lanci sì.
E quindi voi recuperavate il materiale dei lanci e poi lo distribuivate alle brigate?
Alle brigate.
A tutte le brigate o ad alcune?
Fino a un certo punto, perché gli americani hanno avuto un momento di dubbio, se continuare a lanciare armi alle brigate…
Garibaldine, diciamo.
Garibaldine, chiamiamole così, tendenzialmente erano molto legate al Partito comunista…
Con Benucci viene creata una, l’unica credo nel bellunese, brigata di “Giustizia e Libertà”, quella che diventa poi la brigata nostra. Racconto come: mi ero creato una certa amicizia con l’amante del prefetto.
Di Belluno?
Di Belluno, sì… lei mi ha salvato la vita perché mi ha detto un certo giorno… mi ha avvertito. Io ero a Belluno, perché avevo anche delle carte italiane, dove risultavo lavoratore tedesco, che mi davano grandissima libertà di movimento… Casteldardo era occupato dai tedeschi… io andavo a Casteldardo ed ero ricevuto dal comandante tedesco con gli onori del proprietario. Io ero il conte Foscolo.
Certo, quindi con un certo rispetto per il suo titolo e anche per il suo nome forse.
Beh, per la tradizione tedesca ero Graffo <5; mangiavo dal comandante, parlavo il tedesco, quella volta lo parlavo forse un po’ meglio… lo parlo ancora.
L’aveva studiato al liceo, il tedesco?
Eh sì, perché quella volta si studiava il tedesco… C’era la professoressa… adesso non mi ricordo il nome, che era molto, molto seria, lo faceva imparare bene.
E quindi le è servito studiarlo. Lei faceva un po’ il doppio gioco, cioè faceva…
Anche di più! Perché uno che era amante dell’amante del dottor Aua…
Amante dell’amante del prefetto!
Beh, in quel momento, pressati dai rastrellamenti, salvati una volta … ho detto: c’è solo un sistema, andare a Casteldardo; in fondo c’è movimento, carri di fieno, buoi che si muovono, insomma ci si traveste. Voi vi travestite da contadini, io sono lì ma non ci salutiamo… lì avete la mia protezione dal comandante…
E chi erano questi travestiti da contadini? Partigiani?
Era la missione americana.
Ah, la missione americana! Dice Pivato, che c’era anche un ufficiale americano nascosto in villa.
Sì, questo. Non avendo più un rifugio ed essendo braccati – i tedeschi avevano fatto bruciare credo centinaia di case – viene in villa.
Dopo il rastrellamento quindi.
Eravamo braccati, l’unica soluzione…
… è andare a Casteldardo.
Sì, perché nessuno può pensare che ci sia una missione americana…
C’erano anche i tedeschi dentro la villa, al pianoterra?
Pianoterra, secondo, terzo piano. Era occupata da una divisione tedesca, saranno stati 300-400 persone… E allora sono andato e ho portati lì gli americani. Improvvisamente ho avuto la notizia, che mi è venuta dalla prefettura, che siamo stati individuati, perché abbiamo fatto un errore, abbiamo cominciato a trasmettere da lì tirando su due finestre questo filo, e siamo stati radiogoniometrati.
Quindi vi hanno individuati.
Vengo avvertito che alle ore… arriveranno a Casteldardo, durante la notte. E allora pigliamo i nostri… pigliamo le batterie, i sacchi da montagna… era d’inverno, era grosso modo febbraio del ’45. Di notte attraversiamo il Piave, gelato. E siamo andati in una villa dove io sapevo che potevo andare, mi conoscevano. Erano i Tattara, torinesi.
Sempre lì nel bellunese.
Sì, era nell’agordino. E lì siamo stati fino alla Liberazione.
Quindi vi siete rifugiati là con la radio.
La radio, sì. Naturalmente spostandoci di notte e andando a finire in tanta malora per trasmettere, per non essere individuati. Lì abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, continuavano i lanci. Lì in quel periodo particolarmente era stata organizzata questa brigata alpina, diciamo così, col fazzoletto, invece che rosso, tricolore…
E come si chiamava la brigata?
In questo momento non mi viene in mente… poi finisce la guerra…
[…] Le testimonianze su Casteldardo che parlano della Giuliana, dicono che era proprio un punto di riferimento, sia per le missioni alleate che anche per la Resistenza del bellunese; come tenevate i contatti con l’esterno? C’erano le staffette? Per esempio la Tina Merlin sostiene di essere venuta a Casteldardo varie volte come staffetta.
Sì, ma c’erano parecchie staffette, venivano anche fino a Venezia, a Treviso. Anch’io ho fatto una volta la staffetta. Sono andato a Treviso una notte, è stata la notte del gran bombardamento di Treviso.
Ah, ecco, quella notte, anche Pivato ne parla.
Io quella notte sono arrivato a Treviso in un camion, chiedendo un passaggio; avevo tutta una serie di indirizzi di persone alle quali sapevo che potevo rivolgermi. E qui a casa, io lo ricordo perché c’era la città che fumava.
Dice Pivato che “la radio nel frattempo era spostata a Treviso in casa di Altan”, Carlo Tullio Altan.
Le radio erano due: quella di Venezia è stata spostata a Treviso. Io, fino alla fine della guerra, sono stato a Belluno, dove muore tragicamente mio fratello. Via radio Luciano mi avverte “vengo”.
[…] Quindi come facevate a trasmettere?
Ci collegavamo con Brindisi e poi loro se volevano trasmettevano a Radio Londra.
Radio Londra serviva solo per i lanci: avevamo la frase celebre “gli abeti sono verdi”, mi ricordo; ho aspettato un lancio per 36 ore, perché Radio Londra non era sempre alla stessa ora, finché a sera ho sentito “gli abeti sono verdi” e sono andato…
Quindi, qualcuno vi aveva prima comunicato la parola d’ordine, il messaggio in codice?
Certo, attraverso la Margot-Hollis, che era quella che era venuta con me inizialmente e con la quale trasmettevamo notizie del bellunese, di varie cose, o notizie che ci dicevano di dover trasmettere; sapevo che con “gli abeti sono verdi” arrivava il comandante… arrivava la missione americana e mollavo la Margot-Hollis. Era il mese di giugno, luglio anzi… no, i primi di settembre: ai primi di settembre del ’44 io sono autorizzato e con un lancio mi mandano la targhetta e divento americano, perché gliel’avevo chiesto io al comandante: “Ma senti capo: io organizzo tutto (ho 6-7 uomini), 6-7 targhette non le possiamo avere, ma io vesto la divisa americana, io voglio la targhetta americana”.
E così è stato inquadrato, diciamo, nell’esercito americano. E poi sono arrivati gli americani?
E poi ero nell’Oss. Gli americani mi hanno fatto avere la medaglia di bronzo per quella volta che li ho salvati da un rastrellamento.
E com’è successo questo?
Erano i rastrellamenti del periodo tragico, dell’autunno del ’44.
Quando c’è stato il rastrellamento del Cansiglio o quello del Grappa?
Ma rastrellamenti… con gli uomini a loro disposizione, credo che rastrellamenti ce n’erano tutti i giorni; erano diventati più specializzati… cercavano le radio in definitiva, perché i partigiani non li beccavano mai.
Quelli del Cansiglio sono riusciti a salvarsi, quasi tutti?
Sì, si spostavano, si muovevano… era più difficile. Dopo il primo periodo, capito com’era, c’era sempre “Radio Scarpa”, si veniva a sapere che qualcosa si stava muovendo e ci si spostava. Poi, sa, allontanandosi dalle strade, in zone di bosco, uno si salva, riescono a salvarsi i caprioli dai cacciatori!
Eravate anche forti, riuscivate a fare lunghe marce, a scalare le montagne….
Io sono sempre stato un camminatore di montagna, potevo camminare molto…
E quindi ha salvato gli americani portandoli fuori dalla zona del rastrellamento?
Sì, ma io sono rimasto indietro.
Ha fatto andare avanti loro ed è rimasto indietro?
Sono passato quando avevano superato una vallata, sapevo che li avrei visti su una certa cresta, eravamo distanti 700-800. Io ho sparato 3-4 colpi di pistola, per richiamare i tedeschi…
Quindi ha avuto uno scontro a fuoco con i tedeschi?
Ma no, ho tagliato la corda!
È riuscito a scappare.
Li ho deviati un po’ insomma. Sa, è come per un bambino imparare un gioco, anche se era un gioco un po’ pericoloso…
Lei come lo viveva, con quale spirito?
Beh, diciamo, spirito politico sicuramente, però sempre con un grande distacco. Cioè il decidere di andare… di vivere con gli americani in casa propria occupata dai tedeschi e viverlo… e viverlo in termini…
[…] E arrivavano giù i paracadute. Ma poi dovevate recuperare queste cose? Cosa c’era?
Il materiale. C’era un paracadute personale del capo, pieno di sigarette, cioccolate, e dopo gli altri con armi… la carabina classica…
E poi le nascondevate da qualche parte?
Venivano distribuiti subito.
A varie brigate?
A varie brigate. Poi si sono un po’ fermati perché queste brigate sono aumentate.
Rina Nono racconta di quando stampavano, con Pivato e altri, questo giornalino clandestino che si chiamava “Fedeltà all’Italia”, lei non se lo ricorda?
Io vado via ai primi di settembre del ’43 perché sono richiamato all’8 settembre… […]
Venezia, abitazione dell’intervistato – 22 marzo 2004
[NOTE]
4 Piero Ferraro, Medaglia d’oro della Resistenza, Avvocato. Di ispirazione azionista fu comandante della Missione Alleata Margot-Hollis, votata alla raccolta di informazioni in beneficio del comando alleato e al supporto alle brigate partigiane operanti sul settore della Carnia e del Grappa; si veda Le missioni militari alleate e la Resistenza nel Veneto. La rete di Pietro Ferraro dell’OSS, a cura di C. Saonara, Venezia, Marsilio,1990.
5 Il titolo di Graph (Graffo) equivale nell’araldica tedesco-prussiana a quello italiano di Conte.
Maria Teresa Sega, Intervista a Daulo Foscolo, Memoria resistente, Iveser, 2004

[…] La meno nota, ma molto interessante figura di animatore di studi sul futuro è stato Pietro Ferraro il quale, sulla scia di “Futuribles” francese, costituì una associazione e avviò la pubblicazione di una rivista italiana intitolata “Futuribili”. Pietro Ferraro era nato a Venezia nel 1908 e si era laureato in giurisprudenza a Padova., collaboratore del quindicinale del Guf patavino, “Il Bò” nel 1935. Nel 1938 fondò a Bolzano la Società italiana per il magnesio e le leghe di magnesio, e data l’importanza ai fini bellici della sua attività venne esonerato dal prestare servizio in guerra. Dopo l’8 settembre 1943 Pietro Nenni lo mise in contatto con l’Oss (il servizio segreto americano che operava nelle zone occupate dai nazisti). Dal luglio del 1944 Ferraro fu il responsabile di una missione militare chiamata Margot Hollis, composta da italiani e dipendente dall’ufficio informazioni americano, che collegò, per mezzo di quattro radiotrasmittenti, diverse formazioni partigiane venete e friulane al Comando supremo delle operazioni nel Mediterraneo.
Accanitamente ricercato dal nemico, continuò fino alla Liberazione una opera attiva, decisa e coraggiosa, infliggendo duri colpi al nemico nelle sue retrovie e disorganizzandone a più riprese l’efficienza. Nella fase finale, in collaborazione con formazioni di patrioti, otteneva dal Comando tedesco di Venezia che la città e il porto venissero lasciati intatti. Un contributo per il quale a Ferraro è stata assegnata la medaglia d’oro al valore.
La vasta documentazione della missione Margot Hollis comandata dallo stesso Ferraro, attiva nel Veneto e nel Friuli dalla metà di luglio 1944 agli inizi di maggio 1945, è stata donata, nel 1977, dalla vedova di Ferraro, Mynna Cini Ferraro, all’”Istituto Veneto per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea”. La documentazione è tutta in originale e comprende: carte geografiche e topografiche delle zone interessate, cifrari, telegrammi in cifra con relativa decifrazione, sia in partenza che in arrivo alla missione, appunti, notizie, lettere contenenti informazioni, anche in cifra; relazioni finali, stese da Ferraro, sull’attività della missione, di alcuni gruppi ad essa collegati, dei singoli agenti e collaboratori, richieste motivate di riconoscimenti per l’attività svolta dalla missione; articoli di giornali sulla missione e su altre ad essa collegate; un abbozzo di Ferraro per una storia della missione Margot. Il fondo mantiene l’ordinamento originario in fascicoli in parte intitolati dallo stesso Ferraro, ed è liberamente consultabile. Anche sulla base di questi documenti nel 1990, l’editore “Marsilio” ha pubblicato il volume Le missioni militari alleate e la Resistenza nel Veneto – La rete di Pietro Ferraro dell’OSS. A cura di Chiara Saonara, Venezia, 1990.
Dopo la Liberazione Pietro Ferraro ha ripreso la sua attività professionale, dirigendo alcune società industriali, tra cui il Cotonificio di San Giusto, le Cartiere del Timavo, di cui era proprietario, e le Cartiere di Arbatax. Oltre all’attività vera e propria di industriale, Ferraro diede un importante contributo allo sviluppo degli studi sulla civiltà moderna, sull’uso dei calcolatori, anticipando molte delle teorie economiche e scientifiche sulla globalizzazione.[…]
Giorgio Nebbia, Pietro Ferraro (1908-1974), Altronovecento, n° 13, dicembre 2008

Patria Indipendente cit. infra

Nel titolo dell’opera si racchiude l’odissea bellica e umana durata 10 anni, dal 1936 al 1945, di Antonio Cortejosa Vallejo. Antonio nasce il 3 gennaio 1912 a San Fernando (provincia di Cadice, Spagna), figlio di Gaspar Cortejosa Bancalero, militare di carriera dell’Armada (la Marina da guerra spagnola) e di Ana Vallejo Arraez.
La situazione socio-economica della penisola iberica, agli inizi del ventesimo secolo, non è certamente tra le più floride e così Antonio, il primo settembre 1928, a sedici anni, seguendo le orme paterne, entra nella Marina da guerra spagnola, destinato alla nave scuola per radiotelegrafisti “Carlos V”, di stanza a El Ferrol nel nord della Spagna.
A Cartagena frequenta poi un corso di specializzazione superiore per capo radiotelegrafista ed è poi imbarcato, nell’agosto 1932, sull’incrociatore “Republica” e in seguito sull’incrociatore “Libertad”. Ed è a bordo di quest’ultima nave militare quando lo sorprende, il 17 luglio 1936, la sollevazione franchista contro il governo repubblicano.
Partito da El Ferrol, il “Libertad”, nell’intenzione del comandante e degli ufficiali, avrebbe dovuto raggiungere Cadice il 19 luglio ed essere consegnato al comandante militare della piazza, il franchista generale Lopez Pinto. Ma nelle ore immediatamente precedenti l’arrivo a Cadice, Antonio è di turno al radiotelegrafo e riceve dal ministero della Marina di Madrid l’ordine di opporsi al tradimento degli ufficiali.
Non esita un momento, avverte i suoi commilitoni e prende parte attiva nella sollevazione dell’equipaggio e dei sottufficiali: assumono il comando della nave e mantengono il “Libertad” fedele alla Repubblica. Per questo, alla fine della guerra civile, Antonio Cortejosa Vallejo verrà processato in contumacia dai tribunali franchisti (causa n° 557/39) e il 21 giugno 1945 dichiarato “ribelle”.
La fine della guerra civile lo trova a bordo del cacciatorpediniere “Ulloa”, mentre quanto rimaneva della squadra navale repubblicana navigava, con destinazione Bizerta, per consegnare la flotta ai francesi. Imprigionato, è dapprima inviato al campo di concentramento di Meheri Zebbeus, in Tunisia, e poi al lavoro forzoso come elettricista nelle officine ferroviarie della Transahariana. Dopo il 13 maggio 1943, con l’entrata delle Forze Alleate a Tunisi, è rimesso in libertà.
Ai primi di settembre del 1943 frequenta un corso per paracadutisti ad Algeri, al termine del quale viene paracadutato nella zona di Spilimbergo (Ud) quale operatore radio della missione Caprara, del servizio di informazione francese.
Perso il contatto con il capo missione, rientrato tra le linee alleate, riesce in maniera avventurosa a raggiungere la sede del Comando Regionale (Intelligence service) a Venezia, dove incontra i primi rappresentanti della Resistenza italiana e ne conosce gli aspetti organizzativi.
Ben presto viene dirottato sul Grappa, dove si stanno organizzando le prime formazioni partigiane la sua esperienza, sia militare sia di esperto in trasmissioni radio, può rivelarsi preziosa.
Aggregatosi alla brigata Matteotti, al comando di Angelo Pasini, viene incorporato al battaglione “Buozzi”, dislocato in Val Dumela al comando del tenente Livio Morello “Neri”, assumendo il nome di battaglia “Don Antonio” e ne diviene commissario.
Partecipa attivamente alle attività del Battaglione distinguendosi, come attesta “Neri”, nell’asportare e distruggere tutte le cartoline precetto della chiamata alle armi per la classe 1926 e organizzando l’assalto a una colonna tedesca che trasportava viveri, distribuendoli poi alle popolazioni delle valli, private delle carte annonarie per la loro collaborazione con i partigiani. Spesso si improvvisa anche medico curante per i compagni feriti.
È sempre presente, assieme al comandante del “Buozzi” Morello e al vicecomandante Barbisan “Reno” alle riunioni organizzative e decisionali della “Matteotti”.
[…] Con l’abbandono del Grappa e la riorganizzazione delle forze superstiti in pianura, Antonio trova ospitalità a Montebelluna (TV) e conosce Ernesto Isetta, partigiano e futuro prosindaco della liberata Montebelluna, del quale il 29 giugno ’46 sposerà la sorella Virginia.
Da gennaio ’45 fino alla Liberazione opera con Piero Ferraro, comandante della missione Hollis Margot del servizio di informazione americano (OSS) che collegava, per mezzo di quattro radiotrasmittenti, diverse formazioni partigiane venete e friulane al Comando supremo delle operazioni del Mediterraneo, consentendo di seguirne e coordinarne i frequenti spostamenti e riposizionamenti.
Si distingue per la sua abilità nell’uso degli apparecchi radio, che viene molto apprezzata, e sebbene non sia più in prima linea offre un contributo importante, e sempre pericoloso, alla lotta partigiana, fino alla fine della guerra. […]
Comitato provinciale Anpi Treviso – Sezione Anpi Montebelluna, Il “garibaldino spagnolo” che combatté in Italia, Patria Indipendente, 3 luglio 2020