Partigiani tra Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia

La zona di Carrega Ligure (AL) – Fonte: Mapio.net

Negli anni Quaranta erano molte le strade per introdursi nei movimenti antifascisti: le scuole, le grandi e le piccole fabbriche e le realtà locali, dove lo spirito democratico dei vecchi antifascisti non era, nonostante i vent’anni di dittatura, venuto meno. La mia scelta maturò in famiglia, tra i miei compagni d’infanzia e nella piccola fabbrica di cordami della Doria, nella Valbisagno (Genova), di proprietà dei “signori” Vicini e Boglione. Il primo era una persona tranquilla, che passava molte ore in fabbrica, il secondo un tipo borioso con una accentuata inclinazione per la camicia nera, che indossava prevalentemente il sabato, giorno di paga dei dipendenti. L’organico dello stabilimento era composto prevalentemente da personale femminile. Pippo, il capo-operaio, un uomo sui trent’anni, di poche parole, ma gran lavoratore proveniva dalla Valpolcevera.
Ricordo un fatto molto significativo: il giorno in cui l’Italia entrò in guerra a fianco dei nazisti, ci fecero sospendere il lavoro e sul piazzale antistante la fabbrica ascoltammo il discorso di Mussolini.
Molti dei presenti applaudirono; Pippo, invece, pensieroso, rimase nel più assoluto silenzio mentre le sue mani erano in preda a un lieve tremolio che nessuno mai aveva notato prima di quel giorno. Al rientro in fabbrica si attardò con un gruppetto di noi operai dicendo che non era un giorno di festa, ma l’inizio di un lungo periodo di lutti e di sofferenze per tutti. Infatti, e non potrò mai dimenticare quell’infausto giorno, nella tarda serata Genova venne sottoposta a un brutale bombardamento aereo dall’aviazione, se non ricordo male, francese. II giorno dopo venni a sapere che, oltre alle ingenti distruzioni, vi erano state centinaia di morti e di feriti. Fu agghiacciante a così poche ore da quella ineffabile dichiarazione di guerra!
Nei giorni successivi Pippo ritornò sull’argomento e, come sa fare un uomo maturo che si rivolge a dei ragazzi molto giovani (eravamo quasi tutti sotto i diciotto anni), ci descrisse con precisione e con semplicità in che cosa consisteva in realtà il fascismo, chi erano i Savoia, i nazisti, il perché della guerra…
La mia curiosità mi portava spesso a fargli delle domande sulle sue esperienze di vita: era sempre disponibile ad ascoltarmi, ma molto cauto nelle risposte.
Un giorno, mentre lavoravamo insieme nel magazzino, mi disse che al centro di Genova si potevano comprare delle armi per la difesa personale e mi propose l’acquisto di una rivoltella Beretta 6.35, con cinque proiettili, per la somma di 10 lire, l’equivalente di due giorni e mezzo di paga. Quest’arma, che oggi può apparire ridicola, nel 1940 era considerata un gioiellino.
Il problema era come giustificarmi con mia madre: 10 lire in meno nella busta paga, e le non comuni necessità di quel brutto periodo erano molte. Non si deve dimenticare che spesso si era costretti a comprare i generi di prima necessità alla “borsa nera”. Faticai molto, ma alla fine riuscii a calmare e a convincere la mia adorata e buona mamma.
Il tempo trascorreva senza grosse novità, a parte i continui bombardamenti sulla città. Pippo ci parlava spesso di cospirazione, parola a noi sconosciuta, che ci riempiva il cuore di emozione, ma anche di ansia. In aggiunta ai continui bombardamenti aerei, il 9 febbraio 1941 la morte giunse dal mare. Mi è impossibile dimenticare l’assordante cannoneggiamento della flotta inglese schierata di fronte a Genova proprio come un plotone d’esecuzione di fronte al condannato. La città tremò per molto tempo come se si fosse trattato di un terremoto.
Le distruzioni furono immani, i morti e i feriti centinaia e alcuni dei danni prodotti da quell’attacco dal mare si possono vedere tuttora.
Il mio distacco da quella realtà avvenne un sabato pomeriggio del mese di maggio 1943, quando mi recai in ufficio per ritirare la busta paga e il signor Boglione mi consegnò anche il libretto di lavoro, dicendomi che ero licenziato e che dovevo recarmi subito in un certo ufficio per essere inviato a lavorare in Germania, secondo quanto stabiliva un recente bando rivolto ai maschi italiani nati nel primo semestre del 1926.
Da quel giorno la mia preoccupazione fu quella di non cadere in una retata o incappare in un posto di blocco, motivo per cui di giorno non discesi più alla Doria né a Prato.
Andavo spesso a San Cosimo e a San Martino di Struppa dove ci si conosceva tutti e molti si trovavano nella mia stessa situazione.
Nei giorni successivi al 25 luglio 1943, il fatidico giorno della disfatta del fascismo, io e alcuni compagni andammo spontaneamente a scrivere sui muri con carbone di legna, slogan contro i nazi-fascisti e a incollare su muri e pali della luce i volantini contro il fascismo, la famiglia reale e la guerra lanciati dagli alleati e raccolti da noi nei boschi.
Non potrò mai dimenticare il caos che si verificò, particolarmente nei giorni dall’8 al 15 settembre 1943. La baraonda fu indescrivibile tanto da non poter, lì per lì, renderci conto di ciò che in realtà stava accadendo. Fu un fuggi fuggi generale senza idee, senza scopo, senza meta. Il Re, per dileggio soprannominato “sciaboletta” a causa della piccola statura, Badoglio e il governo molto “coraggiosamente” fuggirono (probabilmente d’accordo con i tedeschi) al Sud, già liberato dalle forze anglo-americane, lasciando il popolo italiano e le forze armate in balia degli invasori. Più codardi di così non si poteva essere!
Fu proprio in quei giorni di confusione che, unitamente ai miei vecchi compagni, ci dedicammo al recupero di armi e munizioni. Dopo averle riassettate e oliate le nascondemmo in un rifugio sicuro.
Le cose cominciarono a chiarirsi col passare delle settimane; arrivarono notizie dal Piemonte dove molti reparti militari dell’esercito italiano abbandonarono le caserme con le armi e salirono sui monti per combattere i nazisti e i repubblichini mentre, contemporaneamente, la Repubblica di Salò stava organizzando la Guardia Nazionale Repubblicana, la X° MAS, le Brigate Nere.
Alla fine di novembre, accompagnati dal Perito, un vecchio cattolico antifascista, partirono per le Langhe e altre Valli del Piemonte, quattro giovani della classe 1922 per raggiungere le brigate partigiane. Nel mese di gennaio due di loro, Virgilio e Polovio, ritornarono a casa motivando il rientro con i continui rastrellamenti e la rigidità del clima.
Poco tempo dopo si presentò la possibilità di entrare, tutti insieme, nella lotta di liberazione tramite l’organizzazione genovese denominata “OTTO”, diretta dal professor Ottorino Balduzzi, noto come uno dei maggiori promotori della Resistenza in Italia.
Il progetto consisteva nel formare un gruppo di giovani, armarli e trasferirli in montagna. La guida e l’organizzazione venne assegnata a Virgilio, che aveva accumulato un po’ di esperienza nelle Langhe. Andammo a ritirare le armi dietro la chiesa di San Pantaleo, nel quartiere di Staglieno, presso compagni di lotta fidati. Ritornammo, sempre accompagnati e protetti da tre membri dell’OTTO, percorrendo, per sicurezza, l’acquedotto civico fino a San Cosimo per circa una decina di chilometri. I tre, giunti all’altezza del Giro del Fullo, ritornarono verso il centro, noi raggiungemmo San Martino di Struppa, alla periferia di Genova, e quindi la frazione di Gave, dove, a suo tempo, avevamo costruito un sicuro e robusto rifugio e avevamo occultato il materiale bellico recuperato successivamente all’8 settembre. Pochi giorni dopo vennero assegnati a ciascuno di noi fucili e munizioni per pulirli, lubrificarli e custodirli.

Fonte: I Partigiani d’Italia

Al momento della partenza per Voltaggio, dove il nostro gruppo avrebbe dovuto essere accorpato alla brigata “Giancarlo Odino”, nome del partigiano medaglia d’oro fucilato al Turchino, il gruppo venne giudicato troppo numeroso e, quindi, facilmente individuabile anche durante uno spostamento notturno. Gli organizzatori decisero di dividerlo in due gruppi. Io partii una settimana dopo col secondo gruppo, accompagnato da un membro della OTTO. Viaggiammo di giorno, arrivando nel tardo pomeriggio sulle pendici del monte Tobbio, in comune di Voltaggio.
L’accoglienza da parte del primo gruppo fu festosa, anche perché era viva la curiosità di sapere se ci fossero state delle reazioni alla loro partenza, forse un po’ troppo chiassosa. Parlammo poi della vita dura in montagna e delle difficoltà da affrontare.
Non so come spiegarmelo ma, purtroppo, fui subito sopraffatto da un intimo disagio e da forti timori. Dormii pochissimo, malgrado avessi camminato dieci ore di seguito, e riflettei sul da farsi. Decisi di dire a Virgilio, il cui nome di battaglia era ora Castagna, che non me la sentivo di rimanere a causa della grande disorganizzazione. Il buon amico e compagno mi disse: «Qui, sia per te che per il gruppo, se non hai la necessaria serenità, non puoi rimanere. Del resto, da tempo pensavo che uno di noi sarebbe dovuto rimanere a San Cosimo per tenere il collegamento con l’organizzazione del centro.» Effettivamente era una necessità, ma sono certo che Castagna non volle mettermi a disagio nei confronti dei miei compagni.
Ritornato a San Cosimo il senso di disagio non scomparve, anzi sentivo nell’aria un reale pericolo. Spesso ritornavo con il pensiero al primo impatto sulle pendici del Tobbio; vedevo la casupola col suo disordine, uomini in continua agitazione e con i nervi a fior di pelle. Tutto questo contrastava con ciò che mi ero immaginato prima di arrivare in quella zona. Pensavo che la Resistenza avesse bisogno di persone con una esperienza organizzativa consolidata, che potessero trasmettere a noi giovanissimi coraggio e sicurezza. Questo non lo avvertii a Voltaggio. In tutta coscienza, rimasi, malgrado l’età e l’inesperienza, molto turbato a motivo di quel caos e per il totale, evidente abbandono. Ho ancora davanti agli occhi i giovani partigiani stipati come animali in cascine e catapecchie, scarsamente armati e affamati come lupi. Confesso di essere stato contento di aver lasciato quella zona, assolutamente inidonea alla guerriglia. Alcuni di quei poveri ragazzi vennero, poco dopo, catturati e trucidati dai nazi-fascisti. Una parte venne spedita in Germania a morire nei campi di sterminio.
Trascorrevo le giornate nelle fasce, i terrazzamenti della collina genovese, con la mia piccola pistola in tasca, illudendomi che fosse la mia salvezza. La notte dormivo spesso fuori casa per evitare possibili retate.
Un giorno arrivò la notizia che il nostro gruppo, trovandosi in grosse difficoltà a causa delle continue puntate dei nazi-fascisti, venne trasferito verso levante e, più precisamente, a Frassinello, in Valbrevenna. Non era un buon segno. Il peggio comunque, arriverà poco dopo per un atto di leggerezza compiuto da un nostro compagno: il gruppo organizzato con tanta fatica e tanto rischio venne irrimediabilmente sciolto.
Tutto ebbe inizio nelle vicinanze di Avosso, quando il partigiano Saetta, detto anche Braccino, per il suo braccio destro attaccato dalla poliomielite, fermò un carro che trasportava tabacco e sigarette, un genere tesserato, destinato alla popolazione. Senza riflettere sulla gravità dell’atto, fece deviare il carro verso Valbrevenna. Va precisato che nemmeno un grammo di tabacco venne sottratto, ma il fatto fu clamoroso e la notizia arrivò rapidamente al Comando della VI° Zona che venne indotto a prendere immediati e severi provvedimenti.
Reggio, comandante del Distaccamento Maffei, accantonato nel paese di Paio (Pareto) in alta Valbrevenna, con una squadra raggiunse Frassinello con l’ordine di disarmare il gruppo responsabile del fatto. La sorpresa fu grande sia per il nostro gruppo, quando vide apparire sulla porta un uomo armato che intimava: «Fermi tutti e mani in alto», che per Reggio, che si trovò di fronte un gruppo di persone disarmate che stavano consumando un frugale pasto.
A mio parere, il fatto più grave era consistito nel totale abbandono delle armi nel vicino cascinale, negligenza imperdonabile! Nello sconcerto generale alcuni dei miei compagni riuscirono a gettarsi dalla finestra e ad allontanarsi rapidamente, gli altri vennero fatti prigionieri e accompagnati al Comando; tra questi c’era anche lo sfortunato Polovio.
L’operazione rientrava nel normale controllo del territorio conseguentemente al quale i comportamenti negativi dovevano essere stroncati sul nascere. I partigiani, con il loro rigoroso comportamento, si erano conquistati l’amicizia e la fiducia delle popolazioni delle vallate e dei monti della Liguria. La disciplina era il pilastro portante dell’organizzazione, quindi nessuna tolleranza per le iniziative individuali non indispensabili. Chiedere e mai pretendere era la regola. Chi non si atteneva alla “legge della montagna” arrecava soltanto discredito al movimento e offesa a quella popolazione che aiutava i partigiani secondo le proprie possibilità e nel contempo condivideva con loro il pericolo dei rastrellamenti e delle rappresaglie.
I restanti partigiani dello sventurato gruppo che, durante l’azione di Reggio, riuscirono a sottrarsi alla cattura, decisi e animati da un forte spirito di ribellione verso i nazi-fascisti, ritornarono a riunirsi a San Cosimo.
Fin dal primo incontro, fatta la debita autocritica per gli ultimi accadimenti, stabilimmo all’unanimità di ritornare in montagna per rientrare nel pieno della lotta.
Spesso riflettevo sull’accaduto di Frassinello soprattutto, sul disagio che mi aveva attanagliato sulle pendici del monte Tobbio. Due situazioni differenti che, però, mi fecero capire come il sentimento ideale e il rigore morale dovessero procedere di pari passo con l’organizzazione e la disciplina, o meglio, con l’autodisciplina. Nel mese di ottobre decidemmo di partire per raggiungere le formazioni garibaldine della VI° Zona. I più anziani entrarono nella Brigata Volante Severino guidata dal Comandante Gino, mentre noi, più giovani e con poca esperienza venimmo inviati al campo reclute presso la Casa del Romano, vicino al monte Antola, un distaccamento di ambientamento reclute per gli ultimi saliti in montagna e facente parte della 3° Divisione Garibaldina “CICHERO”.
L’esperienza fatta nelle formazioni garibaldine è stata molto positiva; ovviamente ci sono stati momenti di grande pericolo e di privazioni, superati anche grazie al clima di fraterna solidarietà che creavano i Commissari nelle riunioni serali accanto al fuoco.
Un giorno di quell’esistenza, durissima sotto ogni aspetto, ma vissuta con la coscienza delle proprie idee e con rigore morale, è valsa, per le esperienze fatte e per gli insegnamenti ricevuti, un mese di vita. Sono convinto di aver beneficiato dei principi fondamentali di vita e di civismo che allora mi vennero inculcati e che favorirono anche le mie scelte successive, come quelle di tanti altri miei compagni di lotta.
Giovanni Battista Bazurro “Ermes”, La Resistenza in Liguria in Il Partigiano racconta – Dalla formazione Partigiana “Giancarlo Odino” alle Brigate Garibaldine “Berto” e “Volante Severino”, con il nome di battaglia “Castagnino” prima, e “Ermes” dopo – Come entrai, giovanissimo, nella Resistenza. Le difficoltà incontrate e i limiti organizzativi di alcune formazioni partigiane, Comitato Genovese Italia/Vietnam

Quanti morti nel rastrellamento di fine agosto? 20 caduti partigiani secondo il Comando regionale, ma è chiaramente una cifra al ribasso, buona per la propaganda. In seguito qualcuno dirà 68, altri 48. Ma in fondo non importa.
Le formazioni sono ancora efficienti, di fatto il rastrellamento è fallito.
Sulle cime i ragazzi e le ragazze con il fazzoletto rosso al collo sono ancora in armi, con qualche martire in più da vendicare e dei prigionieri e prigioniere da liberare, scambiandoli con tedeschi e fascisti catturati.
«Han liberato la Olga e la Giulia! Loro c’erano a Cerreto di Zerba, han visto ammazzare Diego e Chicchiricchì».
Il battaglione Casalini, che stava in Val Borbera, nell’Alessandrino, ha tenuto per tre giorni la stretta di Pertuso, sbarrando il passo ai soldati di Salò. Ne hanno anche catturati alcuni e siccome erano poveracci arruolati a forza li han trattati bene e poi lasciati andare. Alla fine i nostri han dovuto ritirarsi e disperdersi. Un gruppo di feriti e infermiere è stato catturato dai tedeschi e dai soldati di Salò. Finché son stati in mano loro tutto bene, ma poi sono arrivati quelli delle Brigate Nere e se li son fatti consegnare. Quelli non ci son mai quando c’è da combattere, vengono dopo, a violentare, bruciare e fucilare. Dal gruppo dei feriti han tirato fuori Chicchiricchì, che comandava un distaccamento del Casalini; e poi Diego, che comandava la 51° brigata Garibaldi. Erano feriti tutti e due. Ai fascisti non gli è parso vero di aver preso due garibaldini famosi. Ma non gli è bastato, no, han messo al muro anche Cencio il polacco e Silurino, che era solo un ragazzino.
E si è saputo poi che Chicchiricchì si chiamava Virgilio Arzani aveva 22 anni ed era un ex-ufficiale dei bersaglieri, iscritto all’Azione Cattolica. Invece Diego si chiamava Angelo Aliotta. Era un operaio di quarant’anni, tra i fondatori del Partito comunista, i fascisti aveva iniziato a combatterli da ragazzino, ai tempi degli Arditi del Popolo. Li han fucilati insieme. E dopo che li hanno ammazzati ridevano. La Olga ha detto che cantavano «Chicchiricchì non canta più!».
Sentiranno cantare il mitra. Di quelli non bisogna lasciarne vivo uno.
«Pochi uomini, poche fucilate e ritirata nei rifugi, possibilmente catturare armi, munizioni e quanto il nemico sorpreso e colpito abbandona. Se veramente il nemico vuol varcare i nostri paesi dobbiamo fargli pagar cara la sua marcia».
A metà ottobre 1944 Bisagno spedisce a tutte le formazioni della Zona un elenco di indicazioni pratiche sul come affrontare nuovi rastrellamenti. Nascondere nei boschi raccolti e bestiame con l’aiuto della popolazione per evitare siano requisiti, dividersi in piccoli gruppi, colpire e scappare, nascondersi in piccoli rifugi preparati in precedenza. Logorare il nemico, evitare lo scontro frontale e continuare a disturbarlo fino a costringerlo a ritirarsi.
Anche perché molti soldati nemici di combattere ne han poca voglia in generale, di combattere i partigiani in particolare anche meno. Han mandato in zona gli alpini della divisione Monte Rosa, poveracci presi l’8 settembre e posti di fronte alla scelta tra restare nei lager o combattere per Mussolini. Ma appena arrivati sulle montagne dell’entroterra ligure capiscono che disertare è facile, basta tirare un colpo in testa all’ufficiale, se è un fascista convinto, e via! Ma più spesso si diserta tutti insieme senza preoccuparsi dei gradi. Raggiungere i partigiani è facile e una volta trovati via la divisa ed è fatta, poi chi vuole resta con loro e chi vuole va a casa sua.
Su 19.000 alpini della Monte Rosa disertano in 8.000. In tutti i reparti regolari di Salò c’è almeno un 15% di diserzioni secondo il generale Graziani che li comanda. I tedeschi, che sanno bene che razza di servi penosi si son trovati, dicono addirittura il 25%.
Marzo e Bisagno pensano che con nemici del genere i volantini e i giornali di Bini siano più utili delle armi. E così bombardano il nemico con quelli.
«Lasciate soli i fascisti prima che sia troppo tardi; venite tra noi: sentirete allora di esser tornati in Italia».
Di fronte alle diserzioni ormai in massa il comando della Monte Rosa decide di abbandonare la Val Trebbia, di ritirare i presidi da Bobbio e Gorreto, concentrando le forze a Torriglia.
È allora che Bisagno ha l’idea….
Marzo se lo vede comparire davanti in divisa da ufficiale della Monte Rosa.
«Vado a Torriglia a fare un giro, ci vediamo tra due o tre giorni»
«Ma cosa diavolo…»
«Ti ricordi cosa ha detto quell’ufficiale della Monte Rosa prigioniero? Quello che vuole passare con noi… È l’attendente del maggiore del suo battaglione, quel Paroldo, dice che è stanco di Mussolini e dei tedeschi. Io voglio parlare con il maggiore e con i suoi ufficiali, proporgli di passare dalla nostra parte»
«Ma tu sei completamente matto!»
«Pensaci Marzo… un battaglione intero… settecento uomini, con le armi, i muli, i soldi della cassa del reparto…senza morti, senza neanche sparare…»
«Di tutte le idee assurde che ho sentito…»
«Me la hai raccontata tu la storia di quel commissario politico delle Brigate Internazionali che durante la battaglia di Guadalajara, è entrato da solo nel cortile di palazzo Ibarra e ha convinto ad arrendersi almeno un centinaio di soldati italiani»
«Ragazzo, quel compagno ha convinto si i soldati ad arrendersi, ma mentre ci stava parlando è stato ammazzato da un ufficiale fascista»
«Ma ha salvato almeno cento persone… e dobbiamo provare a fare lo stesso. Quelli della Monte Rosa non sono un branco di assassini come le Brigate Nere, son nostri fratelli ingannati o sotto minaccia che dobbiamo liberare».
«E vuoi star giù due o tre giorni? E io qui ad aspettarti come un coglione?»
«No tu devi prepararti un discorso convincente da fare al maggiore Paroldo, io farò in modo che lui voglia parlarti e tu dovrai convincerlo a passare con noi»
Dopo tre giorni di attesa che gli son sembrati secoli, Marzo sente le grida di gioia dei suoi uomini. «Bisagno è tornato!». Il commissario si fa largo tra i partigiani festanti fino ad arrivargli davanti.
«Marzo tra due giorni hai un appuntamento con il maggiore Paroldo».
Ufficialmente il motivo del colloqui organizzare uno scambio di prigionieri. Bisagno si consegna come ostaggio mentre Paroldo va a colloquio con Marzo. A poca distanza, con il dito sul grilletto per evitare brutte sorprese, sono schierate una delle compagnie della Monte Rosa e la brigata Jori della Cichero, guidata da Croce.
È il 3 novembre 1944. Marzo da fondo alle sue doti dialettiche.
«Ma come può un ufficiale italiano, un ufficiale degli alpini, dare la caccia ad altri italiani? Come potete restare al servizio degli invasori tedeschi? Ammazzare, bruciare e violentare assieme alle Brigate Nere? Alla fine della guerra verrà fuori tutto quello che sta succedendo e allora si vedranno le responsabilità…».
Paroldo tituba, parla di onore, divisa, giuramenti…
«Il giuramento che avete fatto ai fascisti e ai tedeschi dopo l’8 settembre vi è stato estorto con la minaccia di tenervi nei lager e poi quando lo avete prestato non sapevate che non sareste stati mandati contro un esercito straniero, ma contro il vostro stesso popolo insorto».
Però la legalità, la gerarchia, il dovere…
Marzo cala l’asso nella manica e fa venire avanti l’attendente del maggiore. Un ragazzo che dopo alcuni giorni con i partigiani già voleva diventare dei loro, conquistato dall’idea di darsi una disciplina, delle regole, ma senza «signorsì», «signorno», «at-ten-ti!», e cazzate varie.
«Ecco il suo attendente, lo liberiamo. Può tornare con lei, se lui lo desidera»
«Signor maggiore, io resto qui»
Paroldo sbarra gli occhi, il suo attendente che disubbidisce…
«Ma che succede? Ti han stregato?»
«Signor maggiore la parte giusta è questa qui… L’Italia è questa qui…»
«La parte giusta…». Cosa succederebbe al mondo se tutti quelli che hanno una divisa cominciassero a chiedersi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Marzo incalza…
«Signor maggiore lei ha la responsabilità dei suoi uomini.… Io le prometto che chiunque lo desidererà potrà tornare alle proprie case, gli altri potranno unirsi a noi, diventare partigiani come gli altri e combattere contro i tedeschi e i fascisti, in nome del governo di liberazione nazionale».
Forse ad un maggiore dell’esercito era meglio dirgli «in nome del governo del Re», ma a Marzo la frase gli si sarebbe strozzata in gola. Va bene fare il commissario politico, ma c’è un limite anche alle stronzate che riesci a dire per vincere una guerra.
Ma funziona anche così. Paroldo se ne va con gli occhi rossi e pieno di dubbi.
Li risolve il giorno dopo. Convoca i propri ufficiali e propone loro di unirsi alla resistenza. Sono gli stessi ufficiali che Bisagno si è lavorato nei tre giorni in cui se ne è andato in giro per Torriglia travestito da uno di loro. La proposta venne accettata dalla maggioranza e attuata il giorno successivo. I tedeschi aggregati al reparto vengono fatti prigionieri, i magazzini e la cassa del battaglione svuotati e il loro contenuto portato in montagna. Su 700 tra alpini e ufficiali circa 120 scelgono di tornare nelle fila repubblichine, altri 120 guidati da Paroldo (che assumerà il nome di Trebbia) passano alla Cichero, gli altri provano a raggiungere le proprie case o si imboscarono tra i contadini.
È il 4 novembre 1944.
«Neanche a farlo apposta gli alpini passano con noi nel giorno della festa dell’unità nazionale e delle forze armate»
«Bisagno, a me è sempre stata sul gozzo questa festa militarista, ma se l’unità nazionale è sparare tutti insieme ai fascisti e le forze armate siamo noi, allora… festeggiamo!»
A fine ottobre anzi i partigiani sono circa 4.500 in tutta la VI Zona. Si tornano a liberare i paesi: Gorreto, Ottone, Torriglia, Rovegno, si ricostruiscono le giunte libere. Altre si formano nella valle del Vara, presidiata dalla brigata Coduri. La formazione conta 600 uomini, teoricamente fa parte della divisione Cichero e occupa la zona a sud-ovest del suo schieramento, in realtà ha un’altra storia, non è nata dal gruppo di Bisagno, Marzo e Bini sul Ramaceto, ma da quello messo insieme dal comandante Virgola (Eraldo Fico) e dal suo commissario Leone (Bruno Monti). Sono entrambe comunisti e la loro brigata ha un’identità più nettamente operaia e comunista delle altre. Ma hanno anche loro un cappellano, Don Bobbio, molto stimato da Virgola e Leone; mentre il capo delle staffette, Rum (Bernardo Traverso) è iscritto all’Azione Cattolica. Rum dirà che Virgola «aveva gli occhi buoni proprio come Bisagno». Entrambe carismatici, coraggiosi, adorati dalla propria formazione, i due sono così simili da non sopportarsi. Bisagno non accetta che Miro, comandante di Zona dia ordini alla sua divisione, allo stesso modo Virgola rifiuta di ubbidire agli ordini di Bisagno per la propria brigata.
Ciascuna delle due parti finisce per tirare in ballo la politica. Bisagno accusa Virgola e Leone di essere dei settari che vorrebbero imporre l’adesione al PCI a tutti i partigiani della propria formazione, loro ricambiano accusandolo di discriminarli nella distribuzione dei materiali paracadutati dagli alleati e di farsi strumento delle manovre degli anticomunisti come Banfi, il comandante della brigata Berto che confina con la loro. Le dicerie e le voci sono amplificate dai vari combattenti che liberamente passano da una brigata all’altra. In 10 se ne vanno dalla Berto alla Coduri? Vedete che non sopportano quel dittatorello reazionario di Banfi! In altri dieci passano da Coduri alla Berto? Vedete che l’eccessiva propaganda di partito sfalda le formazioni!
E Marzo in mezzo, che un po’ prova a mediare e un po’ si incazza con gli uni e con gli altri. Manda al comando di Zona rapporti secondo cui Banfi è davvero un reazionario che andrebbe rimosso dal comando e al contempo risponde a tono agli attacchi di Virgola e Leone contro Bisagno. Finirà per scambiarsi lettere di insulti con il suo compagno di partito e collega commissario Leone ancora trent’anni dopo la fine della guerra. […]
Tommaso Baldo, Resistenza – Da alpini a partigiani. Bisagno, Marzo, Marietta e altri racconti. Storie di una divisione partigiana, Global Project, 7 maggio 2021

Val Brevenna – Fonte: Mapio.net

“Avevamo fama di essere intransigenti, ma anche onesti. La gente lo sapeva e ci distingueva da quelli che a volte andavano a mangiare nelle osterie e se ne andavano senza pagare. In val Brevenna c’era chi faceva così; non facevano la guerra: sopravvivevano. Ancora oggi lì i partigiani non hanno buona fama. Noi no: puliti, fucile lucido, educati, soldi in tasca. Battista in questo era esemplare. Sapeva che dovevamo affrontare situazioni difficili, in parte compromesse da altri. Facevamo una guerra dura, d’attacco. Le scie di quelli che sparano sono già abbastanza pesanti, non c’è bisogno di aggiungerne di nuove”. Parole di Ezio Bartoli (1923-2016), partigiano Martìn (con l’accento sulla i, in genovese), compaiono ne “La sega di Hitler”, una biografia della brigata Balilla pubblicata nel 2004 dallo storico Manlio Calegari (1).
Questa piccola brigata “volante”, di cui il sopra citato Battista era il comandante, dal 14 al 16 settembre del 1944 si fermò a Clavarezza, prima di trasferirsi all’Alpe, in San Clemente e poi, definitivamente, alla fine di quel novembre, in val Polcévera, sino al 25 aprile 1945.
Assieme all’altra volante, la Severino, che agì in val Bisagno (e che a sua volta trascorse qualche settimana in val Brevenna, a Frassineto, nell’aprile ’45), la Balilla fu scelta dal comando della Sesta Zona operativa (così definita in base alla suddivisione territoriale prevista dal Comitato di liberazione dell’Alta Italia) per portare la guerriglia a ridosso della città.
Ma non è questa l’occasione per parlare della Balilla: quel che ci interessa è che in val Brevenna – “ancora oggi”, come sostiene Martìn – dei partigiani non ci sarebbe un buon ricordo. In effetti nelle carte d’archivio e nelle memorie di paese è rimasta traccia di smargiassate, prepotenze, requisizioni di generi alimentari o bestie da soma.
In certi casi, furti veri e propri: partigiani garibaldini giunsero a disarmare altri partigiani accusati di ruberie, come a Carsegli, in val Pentemìna, e a Frassinello, nell’estate e nell’autunno del 1944 (2). E poi, in vista della fine della guerra, numerose esecuzioni di militari della Repubblica di Salò (parliamo di alcune decine) e di civili, spesso donne, ritenute spie al soldo del nemico, talvolta vittime di stupro prima di essere giustiziate.
Malgrado ciò, sono una trentina i valligiani di Valbrevenna che, tra il 1945 e il 1947, ricevono dalla commissione regionale di riconoscimento delle qualifiche partigiane un attestato di partecipazione alla lotta di liberazione, come partigiani o patrioti (3).
Di questi, appena un terzo aveva effettivamente preso la via dei monti e le armi per combattere i nazifascisti. I più ottengono un riconoscimento per aver prestato aiuto – più o meno volentieri – a sbandati e partigiani (come Eugenio Reghitto, 1882-1966, e Severa Queirolo, 1888-1973, coniugi di Nenno), a militari alleati (come Linda Navone, di Cerviasca, 1908-1970), o perché arrestati in occasione di uno dei rastrellamenti nazifascisti (come Luigi Fontana, della Cà, classe 1926, catturato assieme al fratello maggiore e rinchiuso alla Casa dello Studente di Genova), o per danni e furti subiti nel corso di quei rastrellamenti.
Tanti altri, pur avendo corso rischi d’ogni genere senza tirarsi indietro, non compaiono da nessuna parte: come Margherita Banchero, vulgo Irene, classe 1922, che dal suo paese, Mareta, si prestò in più d’una occasione a fare da staffetta per i partigiani del comando di Tassaie; o come Giacumin di Cavagè (Giacomo Poirè), classe 1885, oste a Frassinello, come racconta un quindicenne di allora, nostra fonte prediletta: “Ti o sé che u Giacumin o ghe n’ha fèto tanta, pulenta, ai partigièn, che arrivavan a tutte le ore, eh?
Da mangià nu l’è che ghe n’éa tanto… Arrivavan magari a seia a dex’oe, unz’oe, e lé u se metteiva lì e u feiva a pulenta. Poi mangiavan quello che gh’ea, eh? Perché no gh’ea tanto. Poi, t’ariveivan lì, careghi de armi, te l’imbelineivu in sce tòe. L’ean anche un po’ sensa senso, perché perlomeno e armi mettile in t’en postu che seggian ‘n pittinin ciù ascuse. Ma o Giacumin o ghe n’ha fèto tanta, pulenta…”.
Si trattava dei partigiani che poi vennero disarmati dagli altri partigiani e che a quel tempo alloggiavano in un cascinale ai margini del paese; alla sera andavano a mangiare nell’osteria.
Giacumin, per conto suo, aveva perso un figlio, il primogenito, Riccardo, classe 1916, alpino morto in Russia il 31 gennaio 1943 come tanti altri ragazzi della valle.
Una settimana dopo, quando ancora non si era saputo di Riccardo, era rimasto vedovo(4).
Un turista di lingua tedesca, un ex capitano dell’impero germanico nella I° Guerra Mondiale che frequentava Frassinello (“l’ea un che gh’ea cau camminà, o sciu Carletto, comme ghe dimmu nuiatri, perché parlava ben l’italiano”), una sera nell’osteria aveva detto a Giacumin e agli avventori che era giunto il momento di collaborare. “Ean tempi miga da parlà tanto e u Giacumin o g’ha dito: ‘Cun i tedeschi no, perché sun i nostri nemixi’, eh! Erano parole… A parte che erano amici, du resto ti ghe metteivu poco a purtate via… ci voleva anche un po’ di polso a dirci di quelle cose lì.
Ti peu anche passala brutta!”.
“Un’otta u Giacumin, cu a conteiva – racconta ancora la nostra fonte –, i partigèn i g’han dito: ‘Giacumin, gh’ei miga quarchedun cu g’ha fèto quarcosa, cu g’agge fèto quarche mala assiun o che? Perché se mai nu dì che niatri anemmu e o levemmo subito da mezu’, eh?
E o Giacumin o g’ha dito: ‘Mi, nu, guardi: se g’ho avìu quarcosa, me l’arangiu mì, g’ha dito”.
Giacomo Poirè non è l’unico oste della valle a fornire assistenza e supporto a partigiani, fuggiaschi e renitenti alla leva: a Chiappa fu il caso di Nesto, Ernesto Rossi, mentre a Senarega c’era l’osteria di Giuseppe Bacigalupo, il figlio del quale, Aldo, classe 1920, risulta riconosciuto tra i partigiani combattenti nati in valle (5).
Grazie alla variegata documentazione giunta sino a noi, sappiamo pure che il 25 settembre 1944 l’ufficio informazioni del nono comando militare provinciale della GNR (la guardia nazionale repubblicana, uno dei corpi militari della Repubblica di Salò) informò i vertici della brigata nera genovese che “certo Repetto Giovanni, proprietario di osteria in val Brevenna, procura mezzi e denaro a formazioni ribelli operanti in val Trebbia e val Brevenna” (6).
In conclusione, è interessante riportare per intero una corrispondenza epistolare che ci restituisce al meglio il clima di diffidenze, incomprensioni e paure che governava i rapporti fra i partigiani e gli abitanti della valle.
Si tratta di uno scambio di bigliettini a stretto giro di posta l’uno dall’altro e che coinvolse il responsabile del “SIP” per la Val Brevenna e due partigiani di un distaccamento di stanza a Dova Superiore, in alta val Borbéra (7).
Il SIP, servizio informazioni e polizia, ossia la polizia partigiana, si occupava di sequestri di persona a scopo di autofinanziamento, di scambi di prigionieri, di spionaggio e controspionaggio, ma anche e soprattutto, come vedremo, di disciplina interna.
Responsabile per la val Brevenna era il partigiano “Vittorio”, alias Costante Bagnasco (1915-1981), di Torriglia, il quale il sabato 14 aprile 1945 si rivolge al comando divisione “Cicchero Pinan” (in realtà Pinan-Cichéro) e al comando SIP della stessa divisione: “Ieri due partigiani a nome Audace e Rino il primo intendente, e l’altro magaziniere del distaccamento Verardo si presentavano dalla famiglia Banchero Palmiro di Pareto per il prelievo di un mulo avendo da effettuare con urgenza trasporto di viveri e medicinali a Dova, senonché la moglie, non essendo a casa nessuno di uomini, le rispose che non avrebbe potuto consegnarglielo. L’Audace subito a questo si oppose, dicendole che non era il momento di rifiutarsi alla consegna di quanto ci aveva chiesto, perciò inasprendosi sempre più la discussione, è giunto al poco cortese gesto di dare uno schiaffo alla moglie del Banchero. Dopo qualche minuto chiamato dalla figlia un partigiano del S.I.P. fu raccontato il triste fatto. Quindi propongo immediata punizione al partigiano Audace, come voi ritenete necessario, senonché il trasferimento di distaccamento. Intanto pregherei codesto Comando a fare le scuse ufficiali alla famiglia Banchero Palmiro di Pareto notificando la severa punizione del partigiano questo per scolpare le formazioni partigiane, dell’atto maleducato di uno di quei pochissimi elementi che purtroppo vi sono nelle nostre formazioni”.
La moglie di Palmiro Banchero (1888-1969) era la Maria di Mattelin (Maria Rozzano, 1892-1952); avevano sette figli, il penultimo dei quali (ovvero, curiosamente, il sesto), Quinto Banchero (1930-2020), ricordava quell’episodio così: «Mio fratello Carmelo era del ’15, era nei pontieri, era stato catturato dai tedeschi in Montenegro all’8 di settembre ed era finito in campo di concentramento in Germania (è venuto a casa nel ’45, di maggio). Mario, mio fratello del ’20, era appena andato a Carrega – perché ogni tanto li prendevano, bisognava andare –, a portare dei materiali, della roba di mangiare per i partigiani. Dopo due giorni vengono da mia mamma, che c’ha detto: “C’ho già un figlio in guerra, prigioniero; quell’altro è venuto l’altro ieri da Carrega”, ma intanto il mulo l’han voluto prendere. Non si poteva dire di no, capisci com’è? Quasi tutti i giorni bisognava andare, portare di qua, di là» (8).
Quella che segue, invece, fu la risposta del partigiano Audace (Natalino Vergante, 1924-1975, di Novi Ligure), controfirmata dal suo compagno Rino (Luigi Sciaccaluga, nato nel 1925, giovane falegname genovese di Marassi). Risposta che, oggi, in tempi di #MeToo, farebbe impallidire qualsiasi catcalling e che ci dice quanta strada c’era ancora da fare, in quell’Italia che stava nascendo dalla Resistenza, lungo la via dell’emancipazione femminile.
“Caro Vittorio, scusami se sono partito senza venirti ad avvertirti di quel fatterello che mi è successo a Paio, è la prima volta che mi succede una cosa simile, cioè di trovare sulla mia strada una donna così, ed è una cosa che dispiace perché si sa che le donne hanno la lingua lunga e non sanno quello che dicono; ed io, per non dire noi, partigiani, non si può tollerare certe offese. Bisogna cercare di rispettare i borghesi, ma farsi rispettare se non proprio in certi casi materialmente, moralmente almeno credo sia giusto. Oggi avevo dato parola che il mulo sarebbe giunto di ritorno a Paio, mi è dispiaciuto molto per la mia mancata parola ma il mulo secondo disposizioni del commissario lo porterà domattina un nostro partigiano; avverti se non ti dispiace la signora del mulo. Che la signora se daltronde gli ho dato un leggero schiaffo se lo è meritato e che non stia tanto a pensare vuol dire che un’altra volta imparerà a rispettare di più i partigiani. In tutti i posti che sono stato la popolazione mi è stata sempre più che amica e perciò non vorrei che a Paio esistesse una mia nemica, io voglio che mi siano tutti amici perciò dì a questa signora che mi scusi; e che io cercherò di dimenticare le parole troppo ofensive che mi son sentito dire. Scusami Vittorio se ti disturbo. Saluti / il partigiano Audace / Saluti / partigiano Rino”.
(1) Manlio Calegari, “La sega di Hitler”, Selene editori; pagina 85; prossimo alla ristampa, si può trovare anche online a questo link: https://www.netpoetry.it/la-sega-di-hitler/.
(2) Paolo Giardelli e Mauro Valerio Pastorino (a cura di), “Val Brevenna: segni, memorie e identità nel corso della storia”, 2017, capitolo ventinove: “La Resistenza”, pp.357/361.
(3) Archivio ILSREC, fondo DV, busta 18.
(4) Archivio parrocchiale di Frassinello, stato delle anime del 1944.
(5) Quanto alle osterie della valle, si rinvia qui: https://www.ilbaulevalbrevenna.com/post/le-ventitr%C3%A9-osterie-della-val-brevenna?fbclid=IwAR3ZhO2TsEOl9XN2TmNr6m713i5sjxoPU6FKSQK3RJlR7DqOoUIwMsJjuwc.
(6) Archivio ISEC (Sesto San Giovanni), fondo Fontanella, fascicolo 184.
(7) Archivio ILSREC, fondo AM, busta 12, fascicolo 22.
(8) Testimonianza di Quinto Banchero, agosto 2013.
Lorenzo Torre, Se g’ho avìu quarcosa, me l’arangiu mì. Partigiani e contadini in Val Brevenna 1943-1945, Il Baule Val Brevenna, aprile 2020

Val Borbera – Fonte: Mapio.net

La Val Borbera fu punto nevralgico dello schieramento partigiano ligure-piemontese, nucleo principale della Resistenza alle spalle di Genova e pertanto obiettivo primario di tutti i principali rastrellamenti messi in atto dai nazifascisti.
Sulla catena del monte Antola, i ribelli trovarono sicuro rifugio e tra le genti della valle, radicato sostegno. Sin dai giorni dell’Armistizio, nel settembre 1943, Carrega e la vecchia locanda “Driulin” nella borgata di Capanne, divennero luogo d’aggregazione e d’incontro per le nascenti formazioni partigiane.
Tra queste la banda “Scintilla”, impegnata in combattimento già nel dicembre 1943.
Dopo i rastrellamenti dell’agosto 1944, anche il comandante partigiano Aldo Gastaldi “Bisagno”, vi insediò il proprio comando. Il 23 settembre 1944, in una storica riunione all’osteria di Capanne, tutti i responsabili militari partigiani delle formazioni liguri ed alessandrine, sancirono la riorganizzazione della VI zona operativa, estesa dal Turchino, alla Val Borbera, dalla Val Scrivia, al Novese, all’Ovadese, alle Valli Staffora, Trebbia, all’Oltrepò Pavese, ad alcune zone delle province di La Spezia, Parma, Piacenza. Il comando fu affidato ad un partigiano jugoslavo, Anton Ukmar “Miro”, veterano della Guerra di Spagna.
La VI zona si dimostrò ben organizzata sotto ogni aspetto ed i partigiani tennero testa al nemico, infliggendo anche cocenti sconfitte, nonostante le impari forze in campo. Le principali formazioni della VI Zona, schierate in territorio Alessandrino, furono la Divisione Garibaldi “Pinan-Cichero”, attiva tra Novese e Tortonese (comprendente le Brigate “Oreste”, “Arzani”, “Po-Argo”, “Val Lemme-Capurro”, la 108° “Paolo Rossi”, Sap di Novi Ligure); la Divisione Garibaldi “Mingo”, attiva tra la Val Lemme e l’Ovadese (comprendente le Brigate “Buranello”, “Pio”, “Olivieri”, “Macchi” e “Vecchia”); la lombarda Divisione “Aliotta”.
Da ciò la sua importanza cruciale per il movimento partigiano: caposaldo per il controllo di una vastissima zona che dominava i collegamenti con la Pianura Padana.
Movimenti che fecero di Carrega l’obiettivo centrale di tutti i principali rastrellamenti nazifascisti, soprattutto nell’inverno del 1944.
Il 23 gennaio 1945, ingenti forze tedesche tentarono più volte di raggiungere Carrega per distruggere i comandi partigiani, liberare i prigionieri germanici e catturare i militari Alleati, la cui presenza in zona era ben nota ai rastrellatori, informati dai rapporti delle spie.
Ribelli ed Angloamericani combatterono, fianco a fianco, per alcuni giorni e respinsero ogni attacco.
Le missioni Alleate
La Val Borbera, come la vicina Val Curone sorgono in territori montani aspri ed, in tempo di guerra, spesso difficilmente accessibili, collegati solo da impervi sentieri e ripide mulattiere. Tra questi Carrega, dalla quale era possibile spostarsi dalle zone d’azione delle diverse formazioni partigiane dell’Alessandrino, del Genovesato, del Pavese e del Piacentino, senza praticamente mai scendere a valle.
Fattori di grande importanza strategica, che portarono sui monti di Carrega diverse missioni Alleate, d’alto livello militare ed operativo, paracadutate in alta Val Borbera a partire dal settembre 1944, con il compito di contribuire allo sviluppo ed all’organizzazione militare dei gruppi partigiani, anche con aviolanci d’armi, esplosivi, cibarie, medicinali, vestiario, denaro.
I paracadute della prima missione Alleata, nome in codice “Walla Walla”, toccò terra il 9 settembre 1944, a San Clemente, per trasferirsi il 22 settembre a Carrega. Il capitano Wheeler ed i suoi 14 uomini vi resteranno sino a dicembre. Tra loro anche agenti dei servizi segreti, con l’incarico di monitorare l’orientamento politico dei partigiani. Altra missione fu la “Meridien”, giunta in valle l’11 settembre. Nel gennaio 1945, scesero sulle pendici innevate del monte Antola, i paracadutisti della missione inglese “Cover M12”, comandata dal colonnello Mac Mullen, che ebbe tra i suoi componenti anche lo storico Basil Davidson, e dell’americana “Pee Dee”, guidata dal maggiore Leslie Vannoncini, con lui tutti militari, figli d’emigrati italiani. Le avanguardie dell’esercito Alleato fraternizzarono con la popolazione e con i partigiani condivisero tutto: il freddo, la fame, le malattie, i combattimenti e lunghe marce nella neve. Nacquero così solide amicizie che dureranno anche dopo la guerra.
Redazione, La Val Borbera in Guida ai Luoghi della Memoria in provincia di Alessandria, Pubblicazione realizzata nell’ambito del Progetto Interreg “La Memoria delle Alpi

Val Trebbia – Fonte: Mapio.net

I soldati americani [della Missione Walla Walla] appena atterrati credono di doversi difendere immediatamente dai nemici: restano sorpresi quando scendono dal monte e trovano un autobus che li trasporta per trenta chilometri fino al comando di zona. I partigiani sperano che la missione possa provvedere alle loro enormi necessità per quanto riguarda armi, munizioni, vestiario, medicine.
Alcuni giorni dopo il lancio, la val Trebbia, in cui si sono provvisoriamente installati, è al centro di un rastrellamento nazifascista che mira alla distruzione delle bande ribelli.
Anche gli americani sono coinvolti negli scontri del 13 agosto 1944. Il 20 agosto il fronte partigiano cede alla pressione del nemico e gli uomini si sparpagliano sulle montagne circostanti. Gli americani si rifugiano in una zona seminascosta, poi il 22 agosto si spostano a Gorreto, presso il comando della sesta zona operativa partigiana. La pressione nemica però aumenta.
Una colonna di alpini li tiene costantemente sotto il fuoco di mitragliatrici e mortai. Durante la ritirata la missione si ricompone e si sposta a San Clemente in val Borbera dove arriva nei primi giorni di settembre.
L’11 settembre si sposta ulteriormente a Casalbusone e, dopo un accordo tra il capitano Wheeler e il comandante della divisione garibaldina Cichero Bisagno Aldo Gastaldi, la missione si sposta a Carrega dove sono già insediati i comandi di zona e di divisione.
A Carrega piazzano la radio ed iniziano un’attività ad ampio raggio tra le formazioni partigiane.
Aa.Vv., Aiuti dal cielo. Le Missioni Alleate in provincia di Alessandria (1944-1945), Isral

La Divisione Cichero è stata una formazione partigiana garibaldina che ha combattuto sulle alture di Genova durante la Resistenza. La Divisione Cichero agiva nel settore a levante della Camionale, oggi Autostrada A7, sull’Appennino ligure-piemontese.
Da essa usciranno quasi tutte le personalità di spicco della resistenza genovese, soprattutto grazie al ferreo rigore morale che da sempre caratterizzò la formazione, i cui uomini erano uniti più da legami personali che non di partito. Infatti, pur rimanendo saldamente nell’ambito garibaldino, molti furono i non comunisti, primo tra tutti il leader indiscusso Bisagno.
La formazione si contraddistinse anche per un ottimo rapporto con la popolazione della valli in cui si trovò a combattere, grazie anche al fatto di aver sempre vigilato sui gruppi di sbandati dediti più al saccheggio che alla guerra partigiana.
Le origini
Il primo nucleo di sbandati da cui la formazione ebbe origine si radunò dal settembre 1943 nella zona di Favale, nell’entroterra chiavarese: si trattava di una decina di uomini in tutto. La storiografia fa risalira già a questo periodo embrionale la stesura di Sutta a chi tucca (1), raro esempio di canto partigiano in dialetto genovese, sull’aria di un inno rivoluzionario sovietico (2). Già dal novembre, si rese necessario uno spostamento verso Cichero, alle pendici del Monte Ramaceto, perché il gruppo, in rapido aumento numerico, era diventato troppo vistoso.
Vengono intanto stretti rapporti col gruppo del Monte Antola, in seguito noto come Distaccamento La Scintilla. Questo gruppo confluì a Cichero nel marzo 1944, rendendo necessaria una riorganizzazione della banda, divenuta ormai di dimensioni considerevoli. Il gruppo viene suddiviso in tre distaccamenti: uno, denominato in seguito Severino, resterà a Cichero, uno, denominato in un primo momento Lupo e successivamente Peter si sposterà a Pannesi, l’altro, denominato Torre, tornerà nella zona dell’Antola, inglobando gli uomini della disciolta Banda dello Slavo.
Da Banda a Brigata
Il continuo incremento di uomini e di prestigio, portarono la Banda Cichero a raggiungere presto le dimensioni di una Brigata. Il riconoscimento ufficiale arrivò il 20 giugno 1944, con la nascita della 3° Brigata Liguria. Il fenomeno di quella che verrà poi definita VI Zona Operativa è in controtendenza con i continui problemi delle formazioni della III Zona. Ai tre distaccamenti iniziali, si uniscono altri due gruppi, uno attivo nel tortonese, il Battaglione Casalini, e l’altro nel pavesino, oltre ad un buon numero di contadini militarizzati.
Da Brigata a Divisione
La crescita esponenziale continua, e già nel mese di agosto si rende necessaria una nuova ristrutturazione, che porta alla nascita della 3° Divisione Cichero.
L’organizzazione interna poggia sulla 3° Brigata Jori, sorta su quella del Distaccamento Torre, ed attiva nella zona dell’Antola e dell’Alta val Trebbia; la 57° Brigata, che in seguito prenderà il nome di Berto agiva invece in Val d’Aveto; nelle valli Borbera e Curone si stava invece organizzando la 58° Brigata, nata dalla fusione del Peter e del Casalini, ed in seguito nota come Brigata Oreste. Quest’ultima formazione, nell’autunno successivo, fu scissa per formare la Brigata Arzani. Da segnalare, nel mese di novembre, l’ingresso nella Cichero della quasi totalità degli alpini del Battaglione Vestone della Monterosa.
La Divisione si dota anche di una Sezione Stampa, che cura la redazione de Il Partigiano, giornale ufficiale della Cichero ed in seguito di tutta la VI Zona Operativa. Saranno 15 le uscite dall’agosto 1944 alla Liberazione.
Altre formazioni della VI Zona
In stretto contatto con la Cichero, agivano anche altre formazioni garibaldine, direttamente dipendenti dal Comando Zona.
La 59° Brigata di Manovra Caio, formazione nata dall’evoluzione della Banda dell’Istriano. Questa formazione , originaria del versante parmenense, si era spostata dalla Val Nure alla Val d’Aveto in seguito a dissapori con la Banda del Montenegrino (Brigata Stella Rossa). Nel febbraio 1945 fece per un breve periodo ritorno nelle zone d’origine, nel tentativo di riorganizzarle in seguito ad un pesante rastrellamento.
La Brigata Coduri era invece nata dalla Banda Virgola, gruppo di ribelli radunatisi dal settembre 1943 nella zona del Monte Capenardo. La formazione, nonostante la lontananza geografica, strinse da subito rapporti con la Cichero, nella quale entrò ufficialmente a fine settembre ’44. Nonostante la buona collaborazione, non mancarono incomprensioni, derivate dal fatto che la Coduri, formazione peraltro di matrice marcatamente comunista, tendeva ad operare molto vicino ai centri abitati. Nell’aprile 1945 la Coduri ottenne il rango di Brigata di Manovra e, a Liberazione avvenuta, addirittura quello di Divisione.
Nella zona agiva la Brigata GL-Matteotti, accusata di scarso livello morale e militare e disarmata per ben due volte dagli uomini di Bisagno, nell’estate ’44.
Inoltre esistevano anche due Battaglioni Matteotti-Valbisagno, sorti a partire dal settembre 1944 dalla fusione tra la Banda Zorro, una decina di uomini dislocati da qualche mese presso il fiume Lavagnola, ed altri elementi socialisti della zona inquadrati nella altre formazioni.
Le Brigate Volanti
Dopo il rastrellamento del settembre 1944, venne presa la decisione di dislocare due formazioni agili e ben armate all’interno dello schieramento nemico, portando la guerriglia nelle valli cittadine.
La prima a raggiungere la posizione stabilita dai Comandi fu la Brigata Volante Severino, dall’ottobre ’44 attiva in Valbisagno. Inizialmente la Brigata era formata da una dozzina di uomini scelti, provenienti dall’omonimo distaccamento della Brigata Berto. Alla vigilia della Liberazione la formazione contava su quasi un centinaio di uomini, suddivisi in 3 distaccamenti, più altrettanti sappisti ausiliari.
La Brigata Volante Balilla invece raggiunse la Valpolcevera nel novembre ’44, con una ventina di uomini scelti. Si trattava di quasi tutti ex gappisti di Bolzaneto, inquadrati prima nel Distaccamento Musso prima della 57° Brigata, poi denominato Distaccamento Balilla ed in seguito passato alla Brigata Jori. La base operativa era situata sul Monte Sella. La formazione arrivò alla Liberazione con una cinquantina di effettivi, suddivisi in tre distaccamenti, più circa 160 sappisti ausiliari.
La scissione
Le dimensioni della Divisione Cichero erano continuate a crescere, così come la fama di Bisagno. Forse anche per limitare l’influenza di quest’ultimo, nel marzo 1945 venne decisa una scissione.
La derivante fu la Divisione Pinan – Cichero, formazione a tutti gli effetti indipendente dalla formazione madre, della quale però, già nel nome, veniva riconosciuta la comune matrice. La nuova Divisione operava nei territori già controllati dalle brigate Oreste ed Arzani, cui veniva affiancata anche la Brigata Po-Argo.
Redazione, La Divisione Cichero, www.tuttostoria.net

La Missione Americana Pee Dee 2
La zona delle operazioni è molto vasta e va da Voghera a Genova, a Sestri Levante, alla val d’Aveto, a Bobbio, a Varzi. Frequenti sono le riunioni con i comandanti dei reparti; si organizzano 115 lanci, si organizzano squadre (pagate) di uomini per preparazione dei campi, la raccolta e il trasporto. La mancanza di scarpe e vestiario viene definitivamente risolta: non ci saranno più partigiani costretti ad andare in missione nella neve con i piedi fasciati da stracci di tela di sacco. La missione riceve rinforzi in uomini.
Nei dintorni di Cabella si prepara un nuovo campo per lanci.
Nell’imminenza dell’offensiva finale della liberazione gli istruttori alleati si sparpagliano per tutti i reparti partigiani per addestrare gli uomini sulle nuove armi e per combattere fianco a fianco nelle ultime azioni. Il 25 aprile il capitano Vanoncini scende con i suoi uomini a Genova; il tenente Bartolomeo con i partigiani della Pinan-Cichero libera la valle Scrivia; il capitano Taylor accompagna l’Americano [Domenico Mezzadra] nell’attacco a Voghera e ai centri dell’oltrepo pavese.
Aa.Vv., Aiuti dal cielo. Le Missioni Alleate in provincia di Alessandria (1944-1945), Isral

L’altro scenario fondamentale per il partigianato alessandrino era quello appenninico, dove qualche mese dopo la disfatta della Benedicta si trovavano raccolti nelle valli circa mille partigiani distribuiti principalmente in tre formazioni: la VIII divisione GL Paolo Braccini fra la val d’Erro e la valle Orba; la II divisione Ligure-Alessandrina nell’alta valle Orba e il battaglione Garibaldi Casalini, aggregato alla III divisione Garibaldi Pinan Cichero. Nonostante i duri rastrellamenti di agosto durante l’autunno del 1944 si realizzò la tappa significativa dell’autogoverno : l’occupazione di alcune valli appenniniche aveva infatti imposto ai comandanti partigiani di provvedere all’amministrazione delle popolazioni locali, consistenti in circa ventimila persone, affrontando celermente una serie di problemi economici che rischiavano di avere serie ripercussioni anche sulle attività militari. Così spettava ai partigiani dimostrare che gli uomini della Resistenza erano in grado di organizzare la vita civile nelle zone liberate con criteri completamente diversi da quelli dei fascisti: nelle vallate del Tortonese vennero elette, dopo un adeguato lavoro di educazione alla democrazia, le Giunte popolari comunali che avrebbero dovuto occuparsi del riassestamento delle finanze comunali, delle prestazioni veterinarie, dell’adeguamento dei salari e di tutti quei servizi essenziali che prima erano competenza dei funzionari fascisti.
L’entusiasmo che caratterizzava la vita partigiana sull’Appennino non rifletteva invece sull’attività del CLN, in cui non si riuscì mai a completare la fusione tra le diverse anime politiche per sottoporle a un indirizzo comune: se da una parte i partiti moderati, non avendo la forza di proporsi come guida del movimento di resistenza alessandrino, tendevano a procrastinare l’azione più decisa del Comitato ai giorni della Liberazione, momento in cui si sarebbe dovuta garantire la «legalità» del potere del CLN, i partiti di sinistra, nonostante la maggiore consistenza numerica, tendevano ad occuparsi dell’esclusivo potenziamento delle proprie organizzazioni. A ciò si deve poi aggiungere che l’azione era esposta alla obiettiva difficoltà che in un piccolo centro come Alessandria questi uomini erano conosciuti e controllati da anni per la loro avversione al fascismo. Anche i tentativi intrapresi nei piccoli centri della provincia incontrarono notevoli difficoltà: dove si tentò di organizzare dei Comitati Militari (nei centri più vicini ai gruppi armati come Casale, Novi e Tortona) furono spesso ostacolati dall’atteggiamento stesso dei comandi partigiani, restii ad accettare direttive, suggerimenti e controlli da parte di organismi civili. Le formazioni si erano infatti ormai affermate prepotentemente come un secondo centro di potere rispetto ai CLN, e anzi, sotto un certo profilo la loro libertà di azione era anche superiore: si era giunti così alla costituzione di un Comitato Militare provinciale (di cui faceva parte anche Edoardo Martino, inizialmente in rappresentanza degli Autonomi, poi della DC) che avrebbe avuto il compito di coordinare l’azione militare delle diverse formazioni. Tuttavia la mancanza di accordo e di indirizzi comuni tra i partiti ostacolò anche l’azione di coordinamento militare tra le varie formazioni.
[…] Intanto l’inverno e la necessità dei tedeschi di rendere sicure le vie necessarie alla ritirata delle truppe che risalivano dal centro Italia rendeva tutto molto più problematico per i partigiani sull’Appennino, privi oltre che delle armi anche degli indumenti adatti a sopportare la stagione. I fascisti avevano anche imparato a combattere contro i partigiani, riuscendo a colpire con continue puntate piccoli gruppi isolati, incrinando la fiducia dei combattenti; le formazioni si scioglievano, o si frazionavano in piccoli gruppi che potessero muoversi più agevolmente.
All’inizio del 1945 il quadro generale del movimento partigiano era ancora confuso: dopo sedici mesi di guerra restavano da risolvere questioni fondamentali. In particolare era prioritaria la necessità di stabilire regolari rapporti tra le formazioni, per cui era indispensabile costituire il comando della VII zona che ancora non aveva iniziato a svolgere il suo compito. Da lì sarebbe discesa la soluzione all’altro problema di assoluta rilevanza, cioè la delimitazione delle zone di influenza delle singole formazioni e soprattutto dei confini tra VI zona ligure e VII zona piemontese.
A novembre, dietro sollecitazione del CMRP , si erano svolti i primi incontri tra i comandanti, ma non vi avevano partecipato i comandanti GL e autonomi, e il risultato era stato una serie di «proposte» che vennero puntualmente disattese. Gli incontri si intensificarono su tutto il territorio della provincia tra dicembre ‘44 e gennaio ’45, ma i dissidi si moltiplicavano anche per via dei contrasti personali tra i comandanti delle formazioni: comunque a febbraio il Comando di zona venne costituito con un comandante garibaldino, un vicecomandante delle brigate GL, un militare come membro tecnico, un intendente sempre garibaldino e un commissario politico lasciato alle formazioni democristiane .
L’accordo era evidentemente debole, minato dall’assenza di un rappresentante delle Matteotti, ma per intanto permetteva di rapportarsi alla pari con i liguri prestabilire le rispettive zone di influenza: e infatti cominciarono i problemi sull’Appennino, con un susseguirsi di smembramenti e ricostituzioni di gruppi partigiani, in cui si distinse per irrequietezza Giuseppe Merlo.
Nel frattempo il confronto con le forze nemiche si era fatto inevitabile in prossimità delle principali vie di comunicazione che congiungevano la Liguria e la pianura Padana: gli ultimi rastrellamenti del marzo 1945 furono volti proprio a mantenere il controllo delle vie di comunicazione, ma ormai era impossibile ricacciare lontano dal fondovalle i gruppi di partigiani: la battaglia si accese intorno alle strade di maggiore importanza, ormai dalla Liguria era partito l’ordine di attaccare. Intanto l’effervescenza partigiana fece rifiorire l’iniziativa delle bande di pianura: l’imminenza dell’insurrezione caricava sulle spalle di tutti la responsabilità dell’occupazione delle città e dell’amministrazione della popolazione .
Le giornate della liberazione furono cariche di tensioni. Tortona, Ovada e Novi Ligure furono tra i primi centri ad essere liberati: i partigiani della Pinan Cichero erano a Tortona fin dal 24 aprile, anche se in Val Borbera si continuava a combattere e nella notte del 25 aprile i nazifascisti tentassero ancora una sortita. Il 26 aprile, comunque, Tortona era definitivamente liberata. Nello stesso giorno veniva liberata anche Novi Ligure dopo due giorni di trattative in cui era stato mediatore il parroco di Tassarolo.
A Ovada invece entrarono in scena le brigate della divisione Mingo, che costrinsero la guarnigione tedesca a lasciare la città nella notte del 24 aprile.
All’alba del giorno successivo il convoglio carico di soldati tedeschi giungeva ad Acqui Terme, dove da qualche giorno affluivano anche le forze del corpo d’Armata Lombardia e gruppi della X Mas, cui andava aggiunta l’intera divisione San Marco, circa diecimila uomini ben armati. La divisione Viganò, cui spettava la liberazione della città, poteva invece contare al massimo su 800 uomini. Il comandante Mancini rifiutò l’offerta dell’appoggio alleato tramite un bombardamento, che esponeva la città e la popolazione alla rappresaglia delle truppe nazifasciste in ritirata. Nel pomeriggio del 25 vennero intavolate le trattative tra il CLN, il comando partigiano e i nazifascisti, tramite la mediazione del vescovo Giuseppe Dell’Omo, con la conclusione di una tregua di cinque giorni per permettere a tutte le truppe di abbandonare la città in direzione di Alessandria.
Proprio sul capoluogo di provincia la pressione delle forze nazifasciste in ritirata si andava facendo insopportabile. Infatti, fatta eccezione per Casale, occupata dalle SAP e da cui i distaccamenti tedeschi avevano potuto ripiegare direttamente verso la Lombardia, tutte le truppe provenienti dall’Appennino convergevano su Alessandria e Valenza.
Lodovico Como, Dall’Italia all’Europa. Biografia politica di Edoardo Martino (1910-1999), Tesi di Dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Anno Accademico 2009/2010

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