Le formazioni partigiane Rinnovamento

Cimitero partigiano della Certosa di Pesio (CN) – Fonte: Pietre della memoria (stesso riferimento per le prossime immagini)

GIOVENALE GIACCARDI, Le formazioni « R » nella lotta di liberazione, L’Arciere, Cuneo 1980; pp. 376-XXXI.
La vasta storiografia intorno alle formazioni partigiane piemontesi si è recentemente arricchita di un nuovo contributo di particolare interesse e di rilievo non solo locale. Il libro, opera di Giovenale Giaccardi, è incentrato sulle vicende di alcune formazioni autonome che, dal gennaio 1945, si denominarono « R », cioè Rinnovamento, e che si trovarono ad agire nel triangolo Cuneo-Mondovì-Fossano e nelle zone di montagna limitrofe con diramazioni fino a Torino e a Genova.
Gli avvenimenti e i problemi esaminati dall’autore, piuttosto complessi e talvolta intricati nei loro sviluppi, vanno dal giugno del 1944 all’aprile del 1945; il periodo iniziale della formazione è infatti solo brevemente riassunto anche perché già oggetto di precedenti ricerche (soprattutto nel libro di Mario Donadei, Cronache partigiane. La banda di Valle Pesio, Cuneo, L’Arciere, 1973). Certamente il testo di Giaccardi contribuisce in modo determinante alla ricostruzione di vicende che finora erano state oggetto di scritti prevalentemente memorialistici e che qui vengono studiate, con estrema minuzia, sulla base di una nutrita e in gran parte inedita documentazione proveniente dall’archivio delle formazioni « R » integrata non raramente dalle dirette testimonianze dei protagonisti.
La caratteristica fondamentale delle formazioni « R », cioè un atteggiamento di autonomia portato al massimo grado (« autonome persino dalle autonome » furono definite) che le portò a riconoscersi legate solo al CLN piemontese e organicamente dipendenti dal Comando militare regionale piemontese, si spiega sia con le loro origini sia con gli sviluppi che assunse la lotta di liberazione nelle zone da esse controllate.
Le formazioni « R » furono infatti il risultato di un duplice apporto, militare e politico. All’inizio vennero costituite in gran parte da ex militari che, dal settembre 1943, si stanziarono ed organizzarono in Valle Pesio sotto il comando di Piero Cosa, capitano di complemento degli alpini.
Indubbiamente l’organizzazione e la disciplina di tipo militare che anche in seguito caratterizzarono, sia pure senza inutili rigidezze, i vari gruppi, furono determinate dall’origine e dalla composizione della prima banda.
Sul piano invece più squisitamente politico risultò determinante la presenza, dal febbraio del 1944, di Dino Giacosa che aveva conosciuto il carcere fascista ed il confino e si era da poco staccato dalla banda GL di Duccio Galimberti.
L’arrivo di Giacosa certamente contribuì a specificare in senso positivo l’autonomia di cui i componenti delle formazioni si facevano forti. Come ampiamente sottolinea e documenta Giaccardi, se autonomia non significò in alcun caso mancanza di una visione politica dei problemi da affrontare, è tuttavia indubbio che Giacosa fece pesare sugli orientamenti generali una precisa ideologia, quella del M.U.R.I. (Movimento unitario per la ricostruzione d’Italia) che, sorto nel periodo appena precedente la guerra, ebbe un’effimera esistenza anche nell’immediato dopoguerra. Non è qui il caso di illustrare gli scopi e le posizioni del M.U.R.I., sostanzialmente intessuto di un liberalismo progressista meno lontano, per certi versi, di quanto si potesse allora pensare dal Partito d’Azione; ma non pare irrilevante che quando, sul finire del 1944, per ragioni tattiche risultò essenziale costituire una sorta di movimento politico, il G.U.R.N. (Gruppo unitario di rinnovamento nazionale), esso ricalcasse le formulazioni del M.U.R.I. D’altra parte il nuovo gruppo politico garantì alle formazioni « un’autonomia non sospetta » e contribuì « a qualificare in senso schiettamente democratico le formazioni che combattevano sotto l’insegna di Rinnovamento » (p. 137). L’interesse del libro sta quindi e soprattutto in quei capitoli che analizzano alcuni aspetti specifici della lotta partigiana dei gruppi « R » al di là della cronaca delle azioni e delle vicende strettamente belliche, la quale, se dimostra il grande contributo fornito nella guerra di liberazione, spesso si riduce solo ad una semplice e minuziosa elencazione. Appare così ampiamente giustificato il grande spazio assunto dallo studio dei rapporti tra le varie formazioni e in particolare di quelli, spesso difficili, con le Divisioni GL guidate da D.L. Bianco, con le quali, tra l’altro, venne raggiunto nell’estate del 1944 un accordo fonte di non poche incomprensioni e destinato a cadere nel giro di qualche settimana.
Ed ancora mi pare si debba sottolineare l’importanza, di rilevanza regionale, del lavoro svolto dal servizio X (cioè di controspionaggio e di informazione), dei rapporti con le missioni degli Alleati, delle trattative condotte con i tedeschi per lo scambio dei prigionieri, dell’indagine sociologica dei componenti delle formazioni, resa possibile dalla straordinaria abbondanza della documentazione disponibile.
Infine va sottolineata la presenza in appendice di una parte dei documenti utilizzati dall’autore nell’indagine (ma perché non pubblicarli nella loro completezza?).
Un lavoro del tipo di quello intrapreso da Giaccardi non è certo privo di limiti (e non potrebbe non esserlo data la complessità di molte situazioni indagate), ad esempio certe oscurità dovute forse alla volontà di esaminare in termini eccessivamente analitici alcune vicende, oppure mancanza di un esauriente studio dei rapporti tra bande partigiane e la popolazione delle valli cuneesi. Tuttavia essi non risultano tali da inficiare un’opera condotta con correttezza metodologica, senza indulgenza verso valutazioni non sorrette dalla forza dei documenti e priva di suggestioni memorialistiche; e ciò è tanto più da sottolineare in quanto Giaccardi fece parte delle formazioni di cui ora ha scritto la storia.
Rolando Anni, Le formazioni « R » nella lotta di liberazione in La Resistenza Bresciana, rassegna di studi e di documenti, n° 13, Aprile 1982, Istituto Storico della Resistenza Bresciana

[…]
“Perché… nulla vada perduto: Dino Giacosa, una vita per la libertà e la giustizia”, di Vittoria Grimaldi. Paola Caramella Editrice, Torino, 2009.
“M.U.R.I. 1938. Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano” di Adriana Valabrega, Feltrinelli, 2013.
[…] Dino Giacosa, avvocato, antifascista e partigiano, è stato una delle figure più importanti dell’antifascismo italiano. Nato a Torino nel 1916, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Torino. Completa gli studi laureandosi nel 1939 a Genova, città dove ha dovuto trasferirsi per motivi di lavoro (è segretario di direzione presso l’Enpi, Ente nazionale prevenzione infortuni ligure). Fervente antifascista, nel 1938 fonda con Luigi Passadore e Franco Valabrega il Movimento unitario rinnovamento italiano (Muri), gruppo cospirativo clandestino operante fra Piemonte e Liguria. Giacosa si trasferì immediatamente dopo a Milano, lavorando alla locale sede Enpi. L’attività del MURI fu scoperta dalla Polizia segreta fascista, l’OVRA, nel 1940. Giacosa fu arrestato e deferito, con una trentina di suoi compagni, al Tribunale speciale che, nel 1940, lo assegnò al confino nell’isola di Ventotene. Dopo due anni, l’avvocato riuscì a sottrarsi alla sanzione e a raggiungere, nel Cuneese, il gruppo di antifascisti capeggiato da Duccio Galimberti. Giacosa lavora presso lo studio legale di Galimberti, con il quale stringe una forte amicizia e una solida collaborazione nell’organizzare l’attività antifascista nel Cuneese. Dopo l’8 settembre 1943, presso Valdieri, in località Madonna del Colletto insieme a Galimberti e a Dante Livio Bianco è fra gli organizzatori della banda partigiana “Italia libera”, con la quale ben presto si sposta tra la valle Stura e Grana, in località Paralup.
Allontanatosi dal gruppo in seguito a divergenze, si sposta in Valle Pesio, ove nel febbraio 1944 entra in contatto con la formazione autonoma “Valle Pesio” comandata da Piero Cosa, poi confluita nel Gruppo Divisioni Autonome Rinnovamento, che contribuisce a riorganizzare diventandone commissario politico. Dà vita al Gruppo unitario di rinnovamento nazionale (GURN), organizzazione foriera di un progetto di rinnovamento politico-istituzionale da affiancare alla lotta militare, e al Servizio X, struttura segreta con mansioni di reclutamento, informazione e collegamento. Nel dopoguerra l’avvocato Giacosa si è impegnato nella propaganda politica repubblicana e federalista. Nel 1947, con prefazione di Ferruccio Parri, è uscito un suo volumetto dal titolo Tesi partigiana: considerazioni sommarie sui principi che governano la condotta della guerra partigiana in Italia. Brillante avvocato, muore a Cuneo nel 1999. Vittoria Grimaldi ha pubblicato Perché nulla vada perduto; Dino Giacosa: una vita per la libertà e la giustizia, per la prima volta nel 2000, riscoprendo ed analizzando la storia e la figura di Giacosa.
Il movimento di pensiero e d’azione MURI (Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano) un movimento antifascista, democratico, repubblicano antimonarchico, liberalprogressista secondo gli insegnamenti di Mazzini, Gobetti e dei fratelli Rosselli. Il suo primo nucleo risale al 1937 con il significato di movimento unitario di ricostruzione italiana. Fu fondato nel 1938 da Dino Giacosa e Franco Valabrega di Torino insieme a Luigi Passadore di Genova e Alberto Cassin di Busca, era contrario alla dittatura fascista e alle leggi razziali antisemite del 1938. Dino Giacosa (Torino, 11/07/1916 – 28/6/1999) combatté con Duccio Galimberti nella “Banda Italia Libera” di Madonna del Colletto, e successivamente a Val Pesio; Franco Valabrega (Torino, 11/8/1916 – 23/8/1980) combatté come vicecommissario partigiano nell’XI Brigata Garibaldi in Val di Lanzo insieme a Gianni Dolino; Luigi Passadore (Genova, 6/7/1917) dottore in legge; Alberto Cassin (Busca (CN), 3/2/1916 – Auschwitz inverno 1944) dottore in chimica, impiegato. Il Muri nasce come organizzazione clandestina antifascista e si forma inizialmente a Genova, città in cui Giacosa lavora e studia.
A Torino la diffusione avviene grazie alla collaborazione di Franco Valabrega ed in poco tempo il Muri si allarga formalmente ad Alessandria, Asti, Novara, Chivasso, Savona, Milano, Lissone, Verona, Brescia, Treviglio, Firenze, Livorno, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Nella primavera del 1940 il vertice dell’organizzazione fu arrestato dalla polizia e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato che lo prosciolse in istruttoria, passando i casi alla Commissione per il confino che inviò numerosi aderenti, fra cui lo stesso Giacosa, al domicilio coatto.
L’8 settembre 1943, Giacosa era a Cuneo, lavorava presso lo studio Galimberti. Aderì immediatamente alla lotta armata e, dopo un breve passaggio alla banda Italia libera di Madonna del Colletto, nel febbraio 1944, si unì alla banda di Valle Pesio del capitano Piero Cosa, ponendo così le basi delle Formazioni autonome Rinnovamento. Il Muri, formato da antifascisti di Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma e altre città italiane, era organizzato a catena, e ogni murino conosceva solo due persone associate con le quali poteva comunicare tramite parole-chiave tenute segrete.
L’attività antifascista coinvolgeva giovani e meno giovani di tutte le classi sociali, studenti, avvocati, piccoli industriali, insegnanti, artigiani, commercianti, religiosi e liberi pensatori, cristiani, ebrei, valdesi, per organizzare azioni di sabotaggio e attivare un’azione educativa sulla popolazione, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia, anche tramite volantini che contenevano i principi della lotta antifascista: contro il regime, contro la censura, contro le imposizioni antilibertarie, il razzismo, la violenza dei fascisti, e contro il re Vittorio Emanuele III che non sapeva imporsi per rendere l’Italia libera e unita. I murini – come accennato sopra – vennero scoperti a causa di infiltrati e spie fasciste dell’OVRA, e condannati al carcere e al confino, nel giugno 1940. Gli ideali morali e politici di resistenza al fascismo e al totalitarismo da parte degli associati al Muri. un movimento politico unitario democratico e repubblicano, furono le linee guida di molti partigiani che continuarono dopo l’8 settembre 1943 la lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca combattendo nelle diverse formazioni soprattutto GL, garibaldine, o autonome “Rinnovamento”, in Piemonte, ma anche in Liguria e in Lombardia.
Gli ideali di uguaglianza, libertà e giustizia, espressi nel Decalogo del giusto, il manifesto dei murini, dovevano essere realizzati in uno spazio storico di libertà internazionale ed europea come avevano insegnato Giuseppe Mazzini nella Giovane Europa (1834) e Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene (1941). Terminata l’emergenza bellica, il Muri rinacque in veste ufficiale schierandosi in posizione di centro, fra i movimenti indipendenti, dandosi un assetto improntato alle normali regole democratiche. Era diretto da una Presidenza e da un Comitato, disponeva di una serie di uffici centrali (sede principale a Torino), di sezioni (Piemonte, Liguria, Toscana e Calabria); ebbe, nel primo periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, un suo giornale politico chiamato Movimento. Il giornale era un settimanale, redatto a Genova. Il Muri pare terminare la sua attività nella tarda estate del 1946 dopo un periodo di crisi.
Massimo Zucchetti, Perché nulla vada perduto dell’antifascismo, Contropiano, 23 maggio 2017

Abbiamo tratto ispirazione anche da questi lavori per intraprendere lo studio dei microcosmi culturali delle bande di nostro interesse, scegliendo però una strada metodologica diversa. Alle testimonianze abbiamo sostituito una lettura su più livelli della documentazione a nostra disposizione. <33
Le relazioni più significative di comandanti e commissari sono state infatti poste a un triplice esame.
[…] È quanto si è riscontrato ad esempio nell’analisi dei documenti dei comandi autonomi e GL all’indomani degli accordi di val Pesio.
In particolare ci riferiamo ai testi dell’8 agosto e a quello del capitano Piero Cosa del giorno seguente, in cui si manifestano una serie di «pregiudiziali» politiche che nel primo caso hanno un chiaro sapore antigaribaldino, nel secondo marcano una distanza di Cosa dall’unità con i GL. <34
La lettura del contesto inoltre non si riferisce solo alle vicende esterne, ma tiene conto anche della natura delle comunicazioni interne ai comandi. Il contesto di una corrispondenza confidenziale tra due comandanti che si scambiano liberamente opinioni sulle modalità guerriglia, sulle altre formazioni o su singoli partigiani sarà diverso da quello tra due comandanti appartenenti a formazioni diverse o a quello tra “centro” e “periferia”. <35
Abbiamo notato quindi l’esistenza di un doppio registro nella scrittura dei documenti, che potrebbe far ritenere in alcuni casi la presenza di istanze e prospettive se non contraddittorie almeno contrapposte. Questo quadro è ulteriormente messo in crisi dal cambiamento di idee, di prospettive e di programmi che vivono le formazioni, in primo luogo i suoi vertici a livello locale.
[NOTE]
33 Non trascurando parte della memorialistica “minore” che siamo stati in grado di recuperare. Pensiamo ad esempio a Gildo Milano, Nebbia sulla Pedaggera, Magema Edizioni, Carcare, 2005; Icilio Ronchi Della Rocca, Ricordi di un partigiano: la resistenza nel Braidese, Franco Angeli, Milano, 2009; Adriano Balbo, Quando inglesi arrivare noi tutti morti: cronache di lotta partigiana: Langhe 1943-1945, Blu, Torino, 2005; Giovanni Rocca, Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Canelli, Art pro Arte, 1984.
34 Si veda il paragrafo “Il fallimento degli accordi di val Pesio e la rottura “Mauri”-Cosa”
35 Pensiamo per il primo caso a D. L. Bianco e Giorgio Agosti, la cui corrispondenza del periodo resistenziale è stata pubblicata a cura di G. De Luna, Un’amicizia partigiana. Lettere 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, e a quelle tra “Mauri” e Cosa (almeno fino a fine settembre). Per il secondo a quelle che scrive “Mauri” al CMRP o al CFA del Piemonte.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

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