Sulla missione Youngstown e la FIAT

Fonte: Wikipedia

Prima della partenza per la Francia furono organizzate intense sessioni di addestramento e istruzione, ed io provvidi al briefing finale a Siena. Il 28 settembre [1944] il gruppo partì in base agli ordini del Generale Lyman Lemnitzer [uno dei responsabili inviati a negoziare con i fascisti italiani durante l’Operazione Sunrise e la resa tedesca nel 1945], ed arrivò ad Annecy il pomeriggio dello stesso giorno. Craveri fu accompagnato immediatamente al confine svizzero a prendere possesso della sua nuova centrale di collegamento con il CLNAI e con l’OSS/Svizzera: la posizione doveva inoltre consentirgli una maggior vicinanza con le missioni ORI di Milano e Torino. Il gruppo Goff cercava di infiltrarsi in Piemonte per raggiungere una delle formazioni comuniste e si mise al seguito del Tenente Milton Wolf, ma quando il gruppo decise di infiltrarsi in borghese, il Tenente tirò dritto per Grenoble […] Sebbene l’OSS avesse una sua stazione ad Annecy, questa non era stata avvisata dell’arrivo del gruppo, e Bonfiglio dovette quindi proseguire fino al magazzino rifornimenti di Lione. Quando vi arrivò apprese che il deposito era stato trasferito a circa 200 miglia di distanza. Quando finalmente Bonfiglio ritornò dai suoi, il Maggiore Tozzi ed i membri del gruppo Papaya 2 erano partiti con quattro guide alla volta della Val Pellice. Facevano parte del gruppo il Guardiamarina Peck, il soldato semplice Berruti e l’operatore radio-telegrafista Sal Amodeo. Tozzi aveva fatto varie indagini in merito alle guide che Renato gli aveva inviato per scortare la missione. Casualmente, una delle staffette di Renato (Guy Giovanni) che si trovava in zona e rispondeva alla descrizione di una delle guide era in realtà venuto a consegnare un pacco e non come guida per la missione. La decisione di Tozzi di procedere senza indugio era in un certo senso strana, in quanto Logan, la sua radiotrasmittente, era entrata in onda il 2 ottobre con il seguente messaggio: “Arrivati a Aguilles. Niente Renato. Abries rasa al suolo. Tutti i valichi per l’Italia chiusi. Informate Renato della nostra presenza. Può raggiungerci via Comando francese. Abbiamo un contatto con Sisteron? A che punto è la squadra Youngstown?
Max Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani. 1942-1945, Libreria Editrice Goriziana, 2006

[..] una parte degli uomini che erano stati raccolti da Pavone, furono rilevati da Craveri per l’ORI (Organizzazione per la Resistenza Italiana), che egli reclutò per l’OSS ( Office of Strategic Services) dopo essere stato avvicinato a Capri nel settembre dal generale Donovan. Lo aiutava nell’impresa uno scienziato napoletano, il dottor Enzo Boeri, le cui simpatie politiche (come quelle di Craveri) oscillavano fra il PDA e il PLI. Coordinata dall’OSS, l’ORI operava spesso in più stretti rapporti con i CLN e i partiti politici che non le SF (Special Force) britanniche. Fin dal settembre l’ORI collaborò alla spedizione della prima missione alleata (Law) nel Nord. Trasportata da un sottomarino e diretta a Lavagna in Liguria, essa era guidata da un nipote di Matteotti, Guglielmo (Minot) Steiner, e comprendeva Fausto Bazzi e Guido De Ferrari. Alla missione si aggiunsero poi Piero Caleffi del PDA di Genova e altri, tra cui il radiotelegrafista Giuseppe Cirillo che più tardi proseguì la sua attività presso la direzione milanese della Resistenza. Nell’ottobre l’ORI di Craveri stabilì un contatto radio con il servizio informazioni clandestino della Otto, appena organizzato a Genova da Ottorino Balduzzi, sostenitore a quell’epoca del PDA. [..] Parri fu in grado di servirsi frequentemente dei servizi della Otto e di comunicare grazie a essa con gli Alleati. Sia l’ORI che le SF si servirono in seguito regolarmente del servizio informazioni della Franchi che le succedette, istituito da Edgardo Sogno e da altri autonomi. Donato Peccerillo, I partigiani mancati del Sud, ANPI Brindisi

Di gran lunga più diffuse, insieme agli autonomi, erano le formazioni “Matteotti”, di generica ispirazione socialista. Nel Moncalvese operò la IX Brigata, comandata da Emilio Colombo, con vicecomandante il callianese Pietro Beccuti e commissario Alfio Mengoli “Nemega”. In seguito fu inquadrata nelle Divisione “Italo Rossi” e assunse l’ordinativo di II Brigata, al comando di Beccuti con Luigi Fiorino commissario. Alle “Matteotti” appartennero anche due delle bande partigiane più note in Monferrato e finite tragicamente per mano dei nazifascisti: la VII Brigata comandata da Antonio Olearo, il mitico “Tom”, e la VIII agli ordini dei fratelli Agostino e Pietro Lenti di Camagna. I patrioti della “Lenti”, catturati in una cascina della Madonna dei Monti, furono fucilati a Valenza il 12 settembre 1944, mentre Tom e i suoi uomini, catturati a Casorzo, trovarono la morte alla cittadella di Casale il 15 gennaio 1945. Una banda delle “Matteotti”, la VIII della IX Brigata, formatasi nella frazione Santa Maria, offrì importante supporto militare e logistico a una missione anglo-americana, denominata “Youngstown”. Composta di quattro ufficiali italiani che operavano per conto dell’OSS della V Armata statunitense e comandata dall’alessandrino Giansandro Menghi (“Capitano John”), la missione, che aveva base nella Cascina Girino, coordinò una serie di aviolanci per fornire ai partigiani attivi in zona armi, munizioni ed esplosivo. Nella valle tra Santa Maria e Cioccaro furono anche lanciate numerose fiale di penicillina, ancora sconosciuta in Italia. Il tenente Giancarlo Ratti era incaricato di tenere i contatti con la “Matteotti”. Della banda facevano parte una quindicina di uomini e una donna, la staffetta Carmelina Demaria. Il padre di chi scrive queste note, allora diciassettenne patriota dell’VIII Banda, fornì un eccellente posto di osservazione, su un bricco in territorio di Grazzano da cui si dominavano a 360 gradi tutti i paesi vicini. Nell’ambito della “Youngstown” fu più volte a Santa Maria un giovane albese ufficiale di collegamento della II Divisione autonoma “Langhe”. Allora lo si conosceva solo per la sua attività di partigiano, ma nel dopoguerra avrebbe scritto alcune delle pagine più significative della letteratura contemporanea: si chiamava Beppe Fenoglio.
Alessandro Allemano, Vicende della resistenza nella zona di Moncalvo in Temi di storia, 8 marzo 2017

Reclutare uomini non serve se non si hanno armi. Oltre a quelle recuperate dai fascisti (tra defezioni e assalti alle caserme o presidi) la parte più consistente arriva dagli Alleati, che in tutto il nord Italia da 152 t. di materiale lanciato nel maggio passano 361 t. nel giugno e a 446 nel luglio. 617
Il supporto indispensabile degli Alleati sul piano materiale permette di far seguire all’aumento dell’organico un notevole sviluppo militare, che è inoltre aiutato dalla presenza di missioni inglesi nel cuneese e nelle Langhe a partire dall’inizio dell’estate [1944]. 618
[…] Colti tutti di sorpresa, mentre “Otello” segue una strada autonoma, i comandanti dei tre gruppi dell’Alessandrino decidono, dopo un’attenta valutazione, di passare con “Barbato”, anche su consiglio del capitano John, capo della missione alleata “Youngstown” nell’alessandrino, 856 il quale persuade i partigiani ad unirsi alla VIII zona per ricevere più armi, tanto più che “Otello”, destinatario di diversi aviolanci – secondo quanto riportato dal commissario della 45ª brigata – non sarebbe dell’intenzione di dividere le armi con le altre formazioni non autonome. 857
617 T. Piffer, Gli Alleati e la Resistenza, cit., p. 330. Un periodo positivo per i lanci confermato dalle relazioni delle formazioni autonome, “Relazione sull’attività svolta nel periodo dal 12 al 30/06/44”, s.f., 5.7.44 in AISRP, B AUT/mb 1 i
618 Oltre alla nota missione di “Temple” presso “Mauri”, sono presenti la missione del maggiore “Hope” presso la VI divisione autonoma “Asti” a Cisterna; la missione “Youngstown” con sede a S. Maria di Mocalvo, composta di quattro ufficiali italiani che operano nell’OSS della V armata americana. Capo di questa missione è il capitano “John”, che si scoprirà essere un alessandrino, cap. Gian Sandro Menghi; e un gruppo di commandos inglesi che combattono a fianco degli autonomi nelle Langhe comandati dal cap. Mac Donald, in P. Maioglio, A. Gamba, Il movimento partigiano nella provincia di Asti, cit., pp. 79-80
856 Il “cap. John” è in realtà l’alessandrino capitano Gian Sandro Menghi, che insieme ad altri quattro ufficiali italiani, tra cui il ten. Giancarlo Ratti, operava nell’OSS alle dipendenze della V armata americana. La sede della missione era a S. Maria di Moncalvo, in P. Maioglio, A. Gamba, Il movimento partigiano nella provincia di Asti, cit., p. 80
857 «[…] considerato che tutti gli aviorifornimenti per la zona del Monferrato vengono effettuati presso il comando zona già costituito e che pertanto la nuova zona non avrebbe legami di sorta in proposito, considerato anche che per tendere alla effettiva unicità dei comandi è necessario impedire l’eccessivo frazionamento delle zone, i suddetti rappresentanti hanno deciso di mettersi a disposizione del già costituito comando di zona ed invitano le altre formazioni del settore a fare la stessa cosa», “Promemoria per la riunione dei Comandanti di formazione del Settore”, Comando VIII Divisione Garibaldi – Asti, Il commissario politico alla Delegazione, 18.2.45 in AISRP, MAT/ac 14 b, p. 4

Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Facoltà Lettere e Filosofia, Corso di laurea magistrale in Storia e civiltà, Anno Accademico 2012-2013

Maggio 1945. Nei giorni burrascosi dopo la Liberazione, un’ambulanza lascia il centro di Torino, varca il Po, risale la collina, si ferma in una casa di cura. Il passeggero trasborda su un’automobile che si dirige verso il Monferrato. Lungo la strada la vettura viene fermata per un controllo, ma l’aspetto dell’uomo, un vecchietto apparentemente disturbato, non desta sospetti e il viaggio termina ad Alfiano Natta. Quel vecchio è Vittorio Valletta, l’amministratore delegato della Fiat oggetto di un procedimento di epurazione con l’accusa di aver collaborato con i nazifascisti, e per circa due settimane si nasconderà nella casa di un suo stretto collaboratore, l’ingegner Paolo Ragazzi. Lì scriverà il primo dei due memoriali difensivi destinati alla Commissione d’epurazione del Cln.
Il curioso retroscena raccontato da Gianni e Franco Ragazzi, figli di Paolo, è tra le novità contenute nel libro dell’avvocato e storico casalese Sergio Favretto, Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza (edizioni Seb27) che, sulla scorta di documenti finora inediti, conferma e mette in nuova luce le vicende e il ruolo dell’azienda torinese nel biennio 1943-45, specie in relazione all’appoggio riservato ma concreto alla lotta di liberazione. Il saggio prende le mosse dall’archivio di Giancarlo Ratti, ex ufficiale degli alpini, partigiano e poi capo della missione “Youngstown” dell’Oss in Piemonte, paracadutato in Monferrato nel novembre 1944 con il compito di organizzare l’attività di intelligence a favore degli alleati e intessere una rete di rapporti con la Resistenza. Dalle sue carte inedite, consegnate all’autore poco prima di morire – una miniera di fotografie, mappe, appunti e disegni, minute, messaggi interni, lettere – affiora un significativo intreccio che collega la Fiat di Valletta, le missioni alleate dello statunitense Oss e dell’inglese Soe, le bande partigiane in Piemonte, il movimento operaio in fabbrica.

Paolo Ragazzi – Fonte: la Repubblica Torino

E spicca la figura chiave di Paolo Ragazzi, braccio destro dell’ad dell’azienda, membro della Resistenza con il nome di battaglia “Lino Rovere”: «Dall’archivio Ratti – scrive Favretto – emerge come Ragazzi fu il tramite per il finanziamento da parte della Fiat di alcune formazioni partigiane, mantenne i rapporti con le missioni inglesi e americane in Piemonte e fu il punto di raccordo anche di altri contributi collaborativi degli industriali piemontesi. Ragazzi venne poi reclutato dall’Oss; organizzò postazioni ricetrasmittenti all’interno degli stabilimenti Fiat; predispose un efficace piano di pronto intervento da avviare subito dopo la Liberazione, con aiuti in viveri e carburante per tutta la popolazione di Torino». Fu lui, ancora, l’«interlocutore diretto in Fiat» del colonnello John Stevens, responsabile delle missioni alleate in Piemonte.
Un ruolo e un complesso di iniziative che inducono l’autore a domandarsi se non sia limitativo etichettare l’atteggiamento della Fiat (che in quei frangenti incerti giocava su più tavoli) come una riconversione utilitaristica, spingendolo anzi a ipotizzare una più nobile ispirazione: «Ragazzi e Valletta – si chiede Favretto – agirono solo per calcolata opportunità, o furono mossi dalla sempre più pervasiva voglia di nuovo e di libertà, culturale ed economica?». Sulla base delle carte, il ricercatore casalese descrive un’azienda che, mentre già si interroga sulle prospettive della ricostruzione postbellica, finanzia i partigiani, fornisce agli Alleati informazioni sulla produzione destinata ai tedeschi e indicazioni per il suo sabotaggio, opera attraverso i suoi legali per impedire che i lavoratori vengano trasferiti in Germania o siano costretti ad aderire alla Rsi, si impegna per ottenere la liberazione degli arrestati, già nel ’44 si sostituisce alle istituzioni pubbliche provvedendo – scrive Ratti in una sua memoria – «all’approvvigionamento dei grassi, grano, vino ecc. necessari non solo al mantenimento dei suoi operaie famiglie, ma anche di parte del rimanente della popolazione».
Claudio Mercandino, la Repubblica, Torino, 17 marzo 2017

Giancarlo Ratti – Fonte: la Repubblica Torino

[…] saggio dello storico casalese Sergio Favretto intitolato “Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza” […] Con quest’opera Favretto ci regala un approfondimento inedito sulle vicende resistenziali piemontesi. In vista della Liberazione, le formazioni partigiane, le SAP e i GAP urbani cooperarono con le missioni inglesi del SOE ed americane dell’OSS. Favretto muove dalla preziozissima lettura ed analisi contestualizzante di molte carte e documenti lasciati dal partigiano ed agente OSS Giancarlo Ratti; insegue con spiccata curiosità storica e significative testimonianze dirette lo svilupparsi delle vicende dall’8 settembre ’43 al maggio ’45. In questa cornice, Favretto esplora in modo nuovo e proficuo il ruolo del gruppo Fiat, nelle sue varie articolazioni. La proprietà, la dirigenza e le maestranze. Dai documenti, dalle testimonianze, dalla ricostruzione puntuale dei fatti emerge una storia recuperata, in parte nuova ed avvincente. Giancarlo Ratti era il capo della missione italo-americana Youngstown dell’OSS (Office of Strategic Services), paracadutata nel Monferrato a fine 1944, per un’operazione più ampia e coinvolgente tutto il Piemonte, in contemporanea con le varie missioni inglesi del SOE ( Special Operations Executive) e in raccordo con le formazioni partigiane. Braccio destro era Giansandro Menghi, alessandrino. A Torino, ancora fra Resistenza e missioni alleate ed intelligence, si collocano le figure del partigiano cattolico Ennio Pistoi e di Aminta Migliari, responsabile del SIMNI. Analizzando le carte lasciate da Ratti, emergono dati e circostanze puntuali, informazioni e documenti che si collegano anche al ruolo di Fiat a sostegno della Resistenza piemontese. Il tutto, attraverso la strategia di Vittorio Valletta e l’azione diretta dell’ingegnere Paolo Ragazzi, suo fedele manager; attraverso il ruolo assunto dall’avvocato Mario Dal Fiume e la posizione antifascista e dialettica di Antonio Banfo e Salvatore Melis; attraverso l’apporto coraggioso di Mario Tarallo e molti altri operai delle SAP, dei GAP e delle cellule del CNL aziendali. Franco e Gianni Ragazzi, figli di Paolo, con documenti inediti e ricordi precisi, hanno permesso all’autore di ricostruire uno scorcio di storia aziendale Fiat e di storia sociale a Torino, per lungo tempo opacizzata in un mix indistinto di luoghi comuni. Emerge, dunque, un interessante intreccio relazionale e documentale, riassumibile con il seguente paradigma: Giancarlo Ratti, memoriali di Vittorio Valletta, Paolo Ragazzi, Fiat, missioni alleate e intelligence, movimento in fabbrica e Resistenza piemontese. Opportunamente, viene inserita una breve incursione fra le pagine di Beppe Fenoglio. Con un’analisi storicizzante, si declina il rapporto fra le missioni inglesi e il partigiano Fenoglio, in contiguità fra vissuto e letteratura, con inediti sul ruolo del maggiore inglese Godfrey Leach del SOE. Viene ripresa, con nuovi dettagli, la drammatica vicenda dell’uccisione di Banfo e Melis, operai della Fiat Grandi Motori, avvenuta il 18 aprile 1945 alla vigilia della Liberazione per mano dei fascisti torinesi. Emergono i ruoli di Remo Garosci e Livio Bianco della Reale Mutua Assicurazioni, del banchiere Camillo Venesio di Banca Anonima di Credito, realtà finanziarie non piegate al regime fascista e pronte a scrivere pagine nuove. Un pezzo di storia rivisitato con meticolosità, utilizzando documenti riemersi e testimonianze dirette. Nel biennio 1943-1945 il Piemonte, Torino, la Fiat si rivelano contesti fattuali, storici e sociali di grande significato. La fabbrica, il mondo cattolico con il cardinal Maurilio Fossati e vari parroci impegnati, la città nel suo insieme, sono lo scenario per l’ultima battaglia contro il tedesco e la RSI […] Documenti, testimonianze, verbali, sentenze, immagini, molti inediti: è questo il paradigma di elementi che ha permesso all’autore del presente saggio di ricostruire la sottile trama esistente fra la Fiat, le missioni alleate e la Resistenza nel biennio 1943-1945. Agnelli, Valletta, Ragazzi, Ratti, Menghi, Banfo, Melis, Dal Fiume, Garosci, Peccei, Tarallo, gli agenti e i militari inglesi del SOE e quelli americani dell’OSS, le formazioni partigiane e le SAP interagirono in vista della Liberazione. Fu una cooperazione silenziosa e prudente. La fabbrica, con i dirigenti e gli operai, fu protagonista; Torino e il Piemonte ne furono il contesto. La proprietà e il movimento sindacale non vollero cedere al tedesco occupante e alla RSI: vari scioperi seguirono quelli del marzo 1943, aiuti tecnici ed economici vennero messi a disposizione; partigiani e agenti alleati operarono all’interno degli stabilimenti di Mirafiori e Grandi Motori; molti furono i dirigenti e gli operai impegnati in prima persona nella Guerra di Liberazione. Casalenews, 17 febbraio 2017

Testo della testimonianza resa da Aurelio Peccei, dirigente Fiat, al processo del 1946, contro i fascisti alla Corte di Assise Speciale di Torino.
“Alle nove di sera, fui portato nei locali dell’ultimo piano di via Asti, che erano riservati agli interrogatori notturni, appunto perché lontani da orecchie che potessero sentire i lamenti dei seviziati. Durante quest’interrogatorio Serloreti interveniva saltuariamente, lasciando però il compito di trattare la mia causa al De Amicis che era assistito dalla stessa squadra di agenti, di casa Littoria. L’interrogatorio durò fino alle 2,30, quando gli agenti furono chiamati fuori per altri importanti operazioni ed io restituito alla cella. Durante l’interrogatorio, oltre ai soliti trattamenti, fui per due volte sottoposto al supplizio denominato “gondola di Stalin”, sevizia questa particolarmente dolorosa che il maresciallo De Amicis si vantava di averla imparata in Croazia e che consisteva nell’appendermi legato ai polsi ed alle caviglie con catenelle ad un moschetto issato sopra due tavoli. Mentre ero in tal modo sospeso, gli agenti continuavano a percuotermi. Ad un certo punto le catenelle che mi legavano mani e piedi si ruppero e caddi di peso a terra. Malgrado questa involontaria interruzione il De Amicis si mise subito alla ricerca di un’altra catenella senza però trovarla. Ad ogni modo si dimostrarono intenzionati a proseguire le sevizie. Non risulta che il Serloreti abbia assistito al supplizio della “gondola di Stalin”, però terminata la stessa, venne nella stanza e mi annunciò un colpo di scena e cioè che era stato arrestato un mio complice …portarono infatti dentro un giovane che seppi più tardi chiamarsi Maurizio “ lo spagnolo” che però non riconobbi, perché non l’avevo mai visto ed a cui Serloreti indicò i miei polsi seviziati e il mio viso percosso dicendo che se non parlava avrebbe subito la stessa sorte”.
Francesca Banfo, intervista resa a giugno 2016 sull’uccisione del papà Antonio e del cognato Salvatore Melis.
“Quel giorno, a Torino, era stata programmata una generale astensione dal lavoro in tutte le fabbriche per protestare contro i fascisti della RSI, contro le violenze e le azioni di guerra; le SAP e i partigiani, le varie GAP ed i movimenti operai, le commissioni del CLN aziendali, avevano definito una prova generale in vista della imminente Liberazione. Io, da pochissimo tempo, aiutavo come commessa nella panetteria Sandrone, a pochi metri di casa, in via Scarlatti n. 4 bis, ad angolo con via Monterosa. Mentre servivo in negozio, un cliente raccontò come alla Grandi Motori, nel mattino, mio padre rispose apertamente a Cabras, comandante della Guardia Repubblicana della provincia di Torino, e chiese che si ponesse termine alle violenze ed alla catture degli antifascisti ed operai. Appresi come mio padre, all’invito esplicito di Cabras sul perchè dello sciopero, disse: “Scioperiamo perchè la mattina, quando ci rechiamo al lavoro non vogliamo più vedere i morti per le strade, vogliamo che finisca la guerra e con essa i massacri; non vogliamo più rappresaglie, vogliamo vivere in pace”.
Ancora Francesca che parla: “Papà, dopo il turno del lavoro, rientrò a casa in via Scarlatti, accompagnato dal genero Salvatore Melis. Memore di quanto sentii in panetteria, gli suggerii di lasciare l’abitazione e raggiungere la mamma a San Mauro Torinese. Non mi diede retta e mi tranquillizzò. Dopo cena, papà con il piccolo Davide di appena tre anni, con il genero Salvatore e il nipotino Giovanni andarono a passeggiare in strada. Esitarono sui gradini di casa. Ricordo di aver nuovamente insistito perchè si allontanasse e non mi diede retta. Andammo a riposare. Ma io non ero affatto tranquilla. All’improvviso suonarono il campanello all’uscio. Chiesi chi fossero e mi risposero “…siamo amici di papà, siamo del partito di papà…( era un’avvia simulazione)”. Papà e Melis intuirono e scesero in cortile e poi in cantina, io dovetti aprire e mi puntarono il mitra in volto. Erano tutti giovani, con il viso coperto…In casa restai con i fratelli e sorelle…misero tutto sottosopra…poi se ne andarono, senza catturare papà e Salvatore…Dopo poco, risuonarono e cercarono ancora papà; non trovai la chiave per aprire e poi udii il fragore di una bomba a mano esplosa nell’atrio della cantina. Intravidi papà e mio cognato salire su un camuioncino ed andare via…Dopo una ventina di minuti, avvertii alcuni colpi d’arma da fuoco. Pensavamo tutti che papà e Salvatore fossero riusciti a fuggire. Melis non doveva essere arrestato; spontaneamente seguì lo suocero, per generosità…Mi recai poi all’obitorio di Medicina Legale per riconoscere i corpi; con me c’era il prof. Valletta; esaminai bene i cadaveri e non avevano subito torture, non vi erano segni di violenza…solo un colpo al cuore…non erano stati condotti in via Asti”.

Sergio Favretto, Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza, Seb27, 2017

Sergio Favretto – Fonte: la Repubblica Torino
[Alcune pubblicazioni di Sergio Favretto: Con la Resistenza. Intelligence e missioni alleate sulla costa ligure, Seb27, Torino, 2019; Fenoglio verso il 25 aprile, Falsopiano (2015); La Resistenza nel Valenzano. L’eccidio della Banda Lenti, Comune di Valenza (2014); Casale Partigiana, Libertas Club (1977)]