L’identità interna di una banda partigiana è un fattore aggregante

La riorganizzazione delle brigate Garibaldi nelle Langhe sembra avere uno sviluppo più regolare rispetto a quella degli autonomi. A partire dal maggio, la I^ divisione Garibaldi “Piemonte”, che opera inizialmente nella parte occidentale della provincia di Cuneo, dispone la costituzione di due brigate nella zona delle Langhe: la 16ª e la 48ª. La storia di queste due brigate è in parte diversa. Infatti, mentre la 16ª fa parte della 4ª brigata <248 già a partire dall’autunno del ’43 come distaccamento, la 48ª è il risultato di un’azione di arruolamento compiuta dai comandi garibaldini nell’area tra Cuneo e Alba, dove operano numerosi gruppi di partigiani non ancora inquadrati. <249
Molto probabilmente è questa la zona in cui viene inviato “Zucca” con l’intento di prendere contatti con i gruppi operativi e di inquadrarli nella formazione comunista del cuneese occidentale. <250
A quell’iniziale progetto di espansione delle bande si collega la decisione di “Barbato” di inviare nelle Langhe Giovanni Latilla “Nanni”. Giunto in aprile nella zona di Monforte, “Nanni”, partigiano di provata esperienza, agli ordini di “Barbato” [Pompeo Colajanni] a Barge e prima ancora nell’esercito, avvia la costituzione di due brigate.
Grazie a comunisti della zona, come Ernesto Portonero “Retto” e Sabino Grassi, a cui si uniscono Celestino Ombra “Tino” <251 e un ex ufficiale effettivo degli alpini Marco Fiorina “Kin”, <252 “Nanni” riesce a creare una solida organizzazione già a fine maggio.
Agli elementi presenti in zona si aggiungono poi membri del PCI regionale: Luigi Capriolo “Pietro Sulis” <253 e Ettore Vercellone “Prut”. <254
La scelta del PCI di inviare nelle Langhe personale politico di alto profilo e di collaudata esperienza, già a partire dalla primavera, ci informa dell’importanza che quest’area riveste all’interno della guerra di liberazione e in quel processo di politicizzazione delle bande che avrà conseguenze nella successiva storia delle relazioni interpartigiane; ma ci permette anche di valutare il metodo organizzativo delle bande di ispirazione comunista, la cui struttura di partito – come ha notato Santo Peli – «permette […] di ovviare a situazioni di particolare debolezza spostando militanti di provata esperienza laddove la situazione lo richiede, riprendendo una antica formula organizzativa del movimento operaio, con la quale le camere del lavoro caratterizzate da vita asfittica venivano vivificate dall’invio di organizzatori che si erano già fatti le ossa e avevano dato buona prova di sé in altre situazioni». <255
Inizialmente i garibaldini occupano un territorio più esteso di quello di “Mauri” e degli autonomi, hanno più uomini e sono più organizzati. Inoltre la loro influenza si estende anche sui gruppi che operano nelle aree limitrofe a quelle della 16ª e della 48ª. Nella zona di Canelli, infatti, i comandi garibaldini avviano contatti con il gruppo di “Primo” Rocca, che nel corso della primavera entrerà a far parte della I divisione Garibaldi, costituendo la 78ª brigata. Nella valle del Belbo invece, il comando della 16ª stabilisce un rapporto di collaborazione con il gruppo di Piero Balbo, che però non entrerà mai formalmente nelle Garibaldi. Nella seconda metà di maggio, in seguito alla promozione
dei distaccamenti in val Varaita e in val Maira e a quelli nelle Langhe in brigate, si costituisce la I divisione Garibaldi “Piemonte”, strutturata su tre brigate: la “vecchia” 4ª brigata “Cuneo” e la 15ª brigata “Saluzzo”, nel cuneese occidentale, e la 16ª brigata “Generale Perotti” nelle Langhe. Il comando di divisione è composto da “Barbato”, Gustavo Comollo “Pietro”, Enrico Berardinone “Francesco” e Giovanni Guaita “Mirko”.
La riorganizzazione di “Mauri” nelle Langhe è invece più lenta. Nel mese di maggio, come abbiamo visto, il maggiore ha a disposizione solo 150 uomini; inoltre, la sua organizzazione comprende sia le Langhe settentrionali, Albese e Braidese, sia le vallate alpine. Per circa tre mesi, da aprile a giugno, “Mauri” provvede a organizzare il proprio territorio e i distaccamenti secondo il modello a cui aveva pensato subito dopo l’esperienza della val Casotto . È proprio in questo periodo che si stabiliscono i primi contatti con le brigate Garibaldi langarole.
Sebbene la questione dei rapporti tra garibaldini e autonomi nelle Langhe verrà trattata approfonditamente nel terzo capitolo di questo studio, è bene comunque fare subito una breve puntualizzazione rispetto alla natura di questi rapporti, per meglio comprendere la politica di espansione partigiana condotta da entrambe le formazioni.
Dobbiamo partire in primo luogo dalla circostanza che ha condotto autonomi e garibaldini (e successivamente i GL) ad agire nella stessa area operativa. Entrambi i gruppi che conducono la guerra partigiana nelle Langhe hanno origine nel cuneese occidentale, dove a partire dall’autunno ’43 operano in totale autonomia con gruppi politicamente e militarmente simili e nell’assenza o quasi di contatti con altre formazioni. Nelle valli alpine ad esempio, “Mauri” si era confrontato solo con gruppi di ex militari con i quali era riuscito a creare un’intesa dal punto di vista militare e, se vogliamo, politico, mentre nelle Langhe il maggiore si trova di fronte a gruppi radicalmente diversi, con un’idea di guerra partigiana per certi versi opposta alla sua. I gruppi originari di autonomi e garibaldini condividono però uno stesso progetto: l’espansione del movimento in un’area più idonea alla guerriglia contro i tedeschi. L’area che entrambi individuano sono le Langhe. Qui, autonomi e garibaldini reclutano uomini, occupano paesi e colline e conducono una guerra contro i nazifascisti, partendo però da presupposti politici inconciliabili. Infatti, mentre da una parte gli autonomi vedono nella guerra partigiana un mero strumento militare per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, che investe unicamente il campo bellico, dall’altra, per i gruppi politici quella stessa guerra partigiana deve avere una valenza politica; la Resistenza deve essere un movimento di popolo e per il popolo. Il coinvolgimento stesso dei civili nella gestione delle zone libere e successivamente nelle operazioni di sabotaggio, di piccola guerriglia e di “intelligence”, che non è visto di buon occhio dai partiti moderati del CLN e dai gruppi militari, è invece sostenuto e promosso dai gruppi politici.
248 Il comando della 4ª brigata diventerà poi sede del comando della I divisione Garibaldi “Piemonte” 249 La 48ª opererà nelle zone della pianura albese, «tra Novello, Monforte, Barolo, Roddino, Serralunga, Roddi, Verduno», D. Masera, Langa partigiana, cit., p. 50
250 Si veda a pagina 17
251 Originario di Asti, membro del PCI, organizzatore degli scioperi del marzo alla Way-Assauto, in seguito ai quali viene arrestato. Liberato dal carcere dai partigiani, giunge nelle Langhe verso il 26/27 marzo, in D. Carminati Marengo, Il movimento di resistenza nelle Langhe, cit., p. 74. Nella stessa occasione viene liberato anche Angelo Prete, “Devic”, futuro comandante della 16ª brigata, in I. Nicoletto, Anni della mia vita 1909-1945, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 1981, p. 374. Nel marzo del ’44 si stabilisce nella zona di Barolo, inviato dal comando della 1° divisione garibaldina, Ettore Vercellone “Prut”, operaio torinese promotore degli scioperi del 10 marzo, in D. Carminati
Marengo, Il movimento, cit., p. 73. Sull’invio di Latilla nelle Langhe nell’aprile ’44 si veda M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 82
252 Comandante della 48ª brigata Garibaldi “Dante Di Nanni” dall’agosto 1944
253 Antifascista torinese, arrestato e condannato due volte nel corso del ventennio fascista, Capriolo entra nel CLNRP subito dopo l’8 settembre. Riottenuta la libertà dopo essere stato arrestato e torturato dalla Gestapo di Torino, entra nei garibaldini della val di Lanzo per poi essere trasferito dal PCI presso i gruppi costituitisi nelle Langhe. Morirà impiccato dai tedeschi il 3 agosto 1944, in M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 91
254 Ivi, cit., p. 91
255 S. Peli, “Vecchie bande e nuovo esercito: i contrasti tra partigiani” in «Protagonisti», n. 58, 1995, p.
21. Pratica che verrà adottata anche con l’invio di Italo Nicoletto “Andreis” in qualità di ispettore garibaldino.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

Il destino non è stato generoso con Enrico Martini, morto in un incidente aereo il 19 settembre 1976 nei cieli della città turca di Antalya. Sono in pochi a ricordare il suo fondamentale contributo alla guerra di Liberazione, eppure è stato uno dei più importanti capi partigiani, di sicuro il personaggio che la battaglia contro il nazifascismo l’ha fatta con capacità organizzative e militari.
Le sue formazioni autonome, le divisioni alpine, avevano combattuto in un territorio vasto, che includeva cuneese, Langhe e Monferrato, raggiungendo i 5.000 componenti. Il suo carisma aveva attirato tanti giovani, perlopiù militari sopravvissuti allo sfacelo della IV armata e gente nascosta in montagna per evitare l’arruolamento nella Repubblica sociale italiana. Il suo nome di battaglia, “Mauri”, gli era rimasto cucito addosso, tanto da aggiungerlo formalmente come secondo cognome a Resistenza finita.
La scheda biografica dell’Anpi nella sua sinteticità, disegna un quadro completo del militare e dell’uomo, che aveva messo al servizio dell’Italia e della sua terra (era nato a Mondovì in provincia di Cuneo), le conoscenze apprese in Accademia militare a Modena e nelle guerre in Africa. Non aveva mai rinnegato, neanche a guerra finita, il giuramento fatto come militare del regio esercito e la fedeltà alla monarchia, che gli provocheranno l’ostilità di altre formazioni partigiane e l’ingratitudine a guerra terminata.
D’altro canto, anche lo scrittore Beppe Fenoglio, che militava nelle sue formazioni, aveva votato per la monarchia.
Fenoglio l’aveva reso immortale, dedicandogli il personaggio di Lampus nel Il partigiano Johnny, quello “che si rivolgeva col lei al minore dei suoi ragazzini portaordini”.
i volevano bene: Mauri nel suo libro di memorie, Partigiani penne nere, scriverà “che s’arrabbia se gli parlo male delle Langhe e della Val Belbo e non si accorge che lo faccio di proposito per vederlo accendersi e reagire come se avessi offeso la sua ragazza”.
Una terra che amavano entrambi, follemente. Alla liberazione di Alba, la città di nascita dello scrittore, avevano dedicato un capitolo importante del loro impegno partigiano, ripresa in tante opere di Fenoglio e in particolare nei racconti de I ventitré giorni della città di Alba.
La sua nomina nel comando provinciale, che doveva avviare l’opera di ricostruzione, non verrà ratificata dal Comitato di liberazione nazionale di Cuneo, un atto ostile e arbitrario in considerazione del riconosciuto ruolo nella Resistenza.
Infatti il generale Trabucchi, d’intesa con il comando Alleato, gli aveva offerto la possibilità di scelta tra Cuneo e Alessandria: aveva scelto Cuneo per “ragioni sentimentali”, utilizzando le sue parole. L’esclusione era causata, secondo la sua analisi, dalla lotta per il potere e dal decadimento della dialettica democratica all’indomani della Liberazione.
Godeva di grande considerazione anche tra gli Alleati: aveva avuto rapporti prioritari con gli inglesi del maggiore Neville Lawrence Temple Darewski, conosciuto come “maggiore Temple”, che darà il suo nome anche alla missione di appoggio alla Resistenza, la quale assicurerà a Mauri lanci di armi e viveri. Alle onorificenze nazionali, inoltre, aggiungerà l’americana Bronze star medal e la Croce d’oro al merito conferita dalla Polonia. Due anni prima della scomparsa sarà accusato di aver aderito al tentato “golpe bianco” di Edgardo Sogno, uscendone senza macchia […]
Silvio Masullo, “Così presero Mauri”, il Lampus del Partigiano Johnny, Patria Indipendente, 22 marzo 2021

Non è semplice poter trarre conclusioni su un argomento complesso e pieno di contraddizioni come quello della Resistenza, sulla cui definizione gli storici ancora oggi si interrogano in maniera insistente. <890
A questa difficoltà di natura storiografica, si aggiunge quella relativa al territorio specifico di nostro interesse, le Langhe.
Nel nostro studio abbiamo considerato uomini e organismi, le loro azioni e le loro relazioni, non disdegnando di interrogarci anche sugli aspetti più controversi. Nelle loro intricate vicende abbiamo anche cercato di sciogliere alcuni dei nodi più problematici che caratterizzano la vicenda resistenziale nelle Langhe. Ne è emerso un quadro, speriamo non confuso, certamente complesso, che ci ha permesso comunque di giungere a dei risultati.
Anzitutto, si è rivelato fondamentale, ai fini di questa breve ricerca, studiare primariamente le bande partigiane, coglierne i caratteri salienti e assumerne talvolta il punto di vista; ciò non solo per comprenderne i rapporti ma anche il loro modo di agire.
Le caratteristiche assunte dalle singole bande derivano principalmente, anche se non in modo esclusivo, dalla personalità del proprio comandante. Inoltre, essendo organismi «dinamici», esse assumono attitudini e peculiarità derivate dal contesto politico generale e da quello ambientale. La banda di “Primo” Rocca ad esempio, è in un primo periodo un prodotto personale del proprio comandante, ma gli eventi successivi, in modo determinante l’inquadramento nelle brigate Garibaldi e l’arrivo in ispezione di “Andreis”, muteranno la fisionomia del gruppo; ancora, il trasferimento delle bande maurine nelle Langhe, e il loro successivo radicamento in un nuovo territorio, contribuiranno a rendere quelle più indipendenti dal comando e ad assumere una configurazione tattica diversa rispetto a quella adottata nelle valli del cuneese. <891
In questo contesto, sorprende il mantenimento dell’identità di gruppo anche a seguito di continui e a volte repentini cambiamenti. Non possiamo non notare infatti come nelle bande del primo periodo si mantenga vivo e costante un certo senso di appartenenza, cui a volte si richiamano i comandanti per riportare all’ordine, per invogliare alla lotta o per sottolineare un valore aggiunto di cui sentono di essere portatori. <892
La presenza di un’identità di banda si percepisce attraverso una profonda immersione nel loro microcosmo, adottandone cioè «il punto di vista» sulla guerra, sulla politica del domani e sugli altri partigiani. Il senso di appartenenza viene infatti costruito a partire da una precisa demarcazione tra un noi e un loro, che non nasce come la premessa di un conflitto tra le diverse formazioni partigiane, ma che è finalizzata, forse inconsapevolmente, alla coesione interna: fondamentale nelle forme di guerra irregolare dove, in mancanza di uno stato che si faccia o che sia considerato garante di una legalità pubblica condivisa, diventa fondamentale la creazione di un’etica promossa dai gruppi
combattenti. Questa viene “formalizzata” nel corso della primavera, quando le bande vivono una forte crescita e un rapido mutamento interno, con la formulazione di regolamenti e l’esecuzione di provvedimenti disciplinari finalizzati a forgiare un nuovo ideale di combattente ma anche di uomo. Queste pratiche risultano efficaci in particolare tra coloro che hanno condiviso l’esperienza invernale e superato momenti critici e decisivi come, per il caso degli autonomi, la grande battaglia di val Casotto del marzo ’44. I miti che si costruiscono intorno ai fatti di guerra e ai propri morti servono a edificare quel senso di coesione interna che è anche presupposto per il rispetto di regole e l’adozione di comportamenti. <893
La costruzione di un preciso carattere della banda permette anche di operare, quando ciò si rende necessario, una discriminazione interna: chi non condivide la morale del gruppo o la infrange viene allontanato, soprattutto nei momenti più critici per le bande, quando queste devono contare solo su elementi sicuri e affidabili.
L’identità interna è un fattore aggregante che ci consente, inoltre, di comprendere il suo effetto opposto, quello disgregante. Le bande che si costituiscono nel primo autunno sono dotate di una forte identità, e malvolentieri vedono qualsiasi tentativo di «inquadramento» o «cambiamento» della propria organizzazione, preferendo invece mantenere la propria autonomia, a tutela della propria identità.
[…] Il raggiungimento di queste prime conclusioni sono state possibili anche grazie a un metodo di lettura che, come abbiamo spiegato nell’Introduzione, è stato condotto su tre livelli. Esso ci ha permesso di cogliere anche quei dati secondari che informano, se correttamente inseriti nel loro contesto, sul posizionamento politico e sull’universo culturale di chi scrive. Non solo. Anche una lettura più approfondita delle, apparentemente piatte e sterili di spunti, relazioni «dei fatti d’arme» ci ha consentito di fare alcune considerazioni sugli aspetti militari della guerra partigiana. Oltre a cogliere l’eterogeneità dei comportamenti bellici e una loro difficile periodizzazione sulla base
delle varie fasi della guerra regolare, ci siamo accorti che «guerriglia partigiana», per nulla univoco, è in realtà un concetto polisemantico. Esso infatti è strettamente legato alla singola formazione che lo codifica e lo esercita. L’ideale di una guerra di guerriglia che muova principalmente dal «popolo», dalle «masse», seppur non resa effettiva, era presente nei programmi delle principali formazioni «politiche». La forte attenzione dei gruppi garibaldini langaroli nei confronti delle popolazioni civili, al di là del semplice supporto, era orientata a una partecipazione attiva di queste nella Resistenza, <894 aspetto che invece non emerge nella produzione documentaria e nella conduzione della guerriglia delle formazioni maurine, <895 le quali invece appaiono più propense a un reclutamento tra ex effettivi dell’esercito e tra le nuove leve. <896
Accertata la presenza di una conflittualità, essenzialmente politica, tra le diverse formazioni presenti nelle Langhe, cerchiamo ora di individuare le sue premesse e le sue principali tipologie.
Partendo da queste ultime, possiamo iniziare col dire che anziché di conflitto bisognerebbe parlare di confronto, e questo non perché vogliamo con un eufemismo attenuare un concetto troppo crudo, ma perché «confronto» restituisce in modo più calzante il contesto dei rapporti tra partigiani nelle Langhe. Se consideriamo infatti l’anno che separa il primo aprile da quello della Liberazione, sono sì presenti fatti di sangue – quelli che si concentrano nella settimana finale di agosto e delle cui particolarità abbiamo ampiamente discusso – ma si tratta di episodi che restituiscono un contesto piuttosto che marcare una tendenza. Il contesto dei rapporti nelle Langhe si caratterizza invece per una forte competizione, che raramente eccede nell’aperta conflittualità. La competizione si manifesta in determinati momenti e su particolari questioni. Tra i primi, consideriamo particolarmente efficace nell’influenzare scelte dei comandi e dei singoli la prospettiva di un’imminente liberazione della penisola anche nel nord Italia. Abbiamo visto alcuni episodi che confermavano quest’ipotesi all’interno del mondo partigiano; i comandi stessi ritenevano l’eventualità di una rapida conclusione della guerra come altamente probabile e predisponevano le proprie unità a tal fine. <897
Questa convinzione, che fece maturare aspettative positive tra i partigiani e che si alimentava di ogni piccolo segnale che conducesse in tal senso, una volta contraddetta dagli eventi e dalle parole di Alexander, ebbe effetti deleteri sulle formazioni; le quali, considerandosi ormai a un passo dalla liberazione, la videro sfumare a data da destinarsi. Nel frattempo però, rimanevano gli uomini reclutati, i territori occupati e la prospettiva di dover superare un altro inverno. Il proseguimento della guerra nel nord Italia «impone – è vero – una drastica riduzione all’ordine dei ranghi del partigianato e determina la contemporanea presenza di formazioni armate di tutta la gamma dei colori politici, con le conseguenti tensioni nei rapporti tra loro […] e con gli Alleati», <898 ma nel caso specifico del basso Piemonte, che dal suo punto di vista riteneva più probabile una liberazione da ovest verso la fine dell’estate, è la convinzione di trovarsi alla vigilia della fine a mettere in moto quei processi che aggravano il clima dei rapporti tra formazioni.
Tra le questioni che maggiormente acuiscono il contrasto invece vi è la contesa territoriale. Essa ci sembra il principale fattore di confronto tra le bande partigiane in virtù di due aspetti. In primo luogo, la contesa dei territori riguarda tutti gli ordini di unità partigiane, dai più bassi, le bande, ai più alti, i comandi di zona; inoltre, si dispiega nel tempo, dal primo autunno alla primavera del ’45. Questi due aspetti ci fanno riflettere sul valore che le unità partigiane attribuiscono all’affermazione della propria autorità su un determinato territorio. Lontano da ogni implicazione di carattere politico – come invece avverrà dopo -, la conquista di una porzione di territorio diventa un fattore vitale per la banda, è ciò che ne garantisce la sopravvivenza e successivamente lo sviluppo. La contesa territoriale quindi, almeno nella sua fase iniziale, è da considerare come un atteggiamento prepolitico, determinato dall’esigenza di creare un presidio stabile e sicuro anziché da progetti di espansione.
Le altre tipologie di confronto che abbiamo individuato sono da considerarsi come effetto della mancata risoluzione della contesa territoriale. Le questioni che sorgono intorno al reclutamento di uomini, alle requisizioni e finanche alla proprietà del materiale aviolanciato vengono a determinarsi perché, come spesso capita, tra due bande non si è stabilito alcun accordo sulle aree di influenza oppure perché i comandi superiori hanno tracciato superficialmente i confini tra due comandi di zona o, come avviene tra Liguria e Piemonte, tra due regioni. La mancata precisazione dei confini rende quindi instabile e a volte incoerente con le disposizioni locali la complessa suddivisione amministrativa partigiana, a cui si aggiungono gli sconvolgimenti nella struttura organizzativa del movimento che la guerra e i rastrellamenti nemici impongono. La confusione che si genera intorno alla demarcazione territoriale è uno dei fattori determinanti nella generazione di controversie interpartigiane. Al di là del caso particolare del “Biondino”, in cui agiscono diversi moventi, è un dato di fatto che la problematica relativa alla determinazione dei confini e delle aree di influenza, con tutte le conseguenze che porta (contesa nei reclutamenti, nelle requisizioni, nei lanci), sia la molla scatenante che conduce all’esplicitazione delle reciproche antipatie (questo sì, è un eufemismo) e alla manifestazione di prove di forze da parte delle diverse formazioni.
A non rendere certo più comprensibile il quadro dei confini è l’intervento degli organi centrali i quali, non avendo una visione precisa delle forze presenti sul territorio, operano suddivisioni «astratte» del territorio o poco definite, contribuendo quindi a generare motivi di contrasto.
Abbiamo quindi individuato un casus contentionis, la contesa del territorio, ma non la reale ragione che spinge alla competizione i due maggiori gruppi delle Langhe: autonomi di “Mauri” e garibaldini di Latilla. Lontani dal ritenere che si tratti di un’unica determinazione, siamo invece convinti che a creare la competizione sia l’effetto di una serie di fattori, che concorrono ad acutizzare il dissidio tra le formazioni. Le differenze «culturali» giocano una loro parte, e il carattere dei comandanti non è secondario; inoltre, il diverso atteggiamento nei confronti della guerra partigiana produce disaccordi nella linea strategica da seguire nella lotta contro il nemico; e in ultimo, la scelta di
alleanze tra formazioni tese ad escludere l’altro gruppo conducono a uno stallo nella ricerca di eventuali compromessi per la costituzione di un comando unico per la zona.
Rispetto poi a quest’ultima situazione di stallo, essa è da ricondurre al particolare contesto langarolo che prende forma a partire dalla primavera del ’44. Diversamente che da altri teatri della guerra partigiana, nelle Langhe si verifica una situazione di sostanziale equilibrio tra le componenti del movimento di liberazione, la cui origine è da ricercarsi nel contemporaneo sviluppo dei principali gruppi più volte citati.
Questo particolare contesto non ha permesso, da una parte, la monopolizzazione della zona delle Langhe da parte di uno solo dei gruppi presenti, dall’altra, proprio la mancanza di una formazione indiscutibilmente più forte e numerosa rispetto alle altre ha costretto alla ricerca di accordi su base paritaria che purtroppo non hanno avuto efficacia. A complicare il quadro, il fatto che i due gruppi avessero caratteristiche politiche e culturali opposte, che, complici anche alcuni equivoci o episodi controversi, hanno creato le premesse per una generale e reciproca diffidenza.
Nell’area delle Langhe quindi, più che di oscillazione tra «unità e conflitto», si deve parlare di stabilizzazione intorno a un rapporto di reciproca diffidenza. Anche per questo, l’unione, fragile, che pur si realizza in qualche modo, è unione formale, fusione a freddo, in quanto non permette una effettiva compenetrazione delle opposte ma non inconciliabili istanze politiche. La mancata realizzazione di un comando unico conferma questo dato, mentre le azioni su Alba, quella del 10 ottobre ’44 e quella del 15 aprile ’45, condotte su iniziativa di “Mauri” ne sono la prova fattuale.
In conclusione, riteniamo che il risultato principale di questo studio sia stata la conferma delle nostre ipotesi iniziali, cioè l’importanza rivestita dalle relazioni. Lo è stato perché, proprio per questa specifica area, il confronto tra soggetti di diverso orientamento politico rappresenta l’aspetto cardine per comprendere le vicende del movimento partigiano langarolo. Un confronto che si è reso necessario di fronte all’equilibrio delle forze in campo, dove sia autonomi che garibaldini, come più tardi i GL, detengono all’incirca gli stessi numeri e la stessa influenza sul territorio. Un confronto, ancora, che ha determinato a volte conflitti e non ha permesso nella forma una effettiva unità. Ma per quanto questi dati abbiano inciso negativamente sull’intera vicenda resistenziale, non riescono a coprire e a far dimenticare l’immenso sforzo diplomatico e la costante azione politica operata dai rispettivi comandi, sia a livello centrale che, cosa ancor più importante, a livello periferico, per stabilire accordi e ricondurre alla pacificazione e all’unità della lotta contro il nemico comune.
890 S. Peli, “Alcune idee sullo stato degli studi sulla Resistenza in Italia” e la risposta di M. E. Tonizzi, “Sul contributo di Santo Peli. Commenti critici e altre considerazioni”, in «Italia contemporanea», n. 255, giugno 2009
891 Anche per i GL, e prima ancora per i garibaldini, le Langhe «restano comunque uno dei territori più propizi alla guerriglia», G. De Luna et alii (a cura di), Le formazioni GL, cit., doc. 104 “Relazione del commissario politico del Comando piemontese delle formazioni Giustizia e Libertà”, [Giorgio Agosti], 31.12.44, p. 268
892 Si veda, nella parte relativa alle culture di brigate, le parole di “Mauri” e quelle del comando della VI divisione Garibaldi rispettivamente sui «morti della val Casotto» e sul «buon Garibaldino».
893 Per quanto riguarda i gruppi garibaldini della VI divisione abbiamo visto come, al posto delle battaglie, il legame tra uomini si forgi sul “culto” dei propri caduti, di cui si sottolineano l’eroicità e il coraggio, ma soprattutto trovi fondamento nella condivisione di un ideale di guerra partigiana in cui poter dimostrare la propria affidabilità nei confronti di coloro che nutrono dubbi sulle formazioni di ispirazione comunista, e pertanto conquistare la piena legittimità che sentono essere loro sottratta.
894 Inoltre nei garibaldini e nei GL, per quanto riguarda l’assegnazione dei comandi delle brigate, non vi è una discriminante sulla base della posizione militare conseguita prima della guerra, anche se – bisogna notare – le Garibaldi, a partire dal periodo estivo, riterranno opportuno riconsiderare l’organizzazione dei quadri di comando: «uno sforzo particolare […] perché ufficiali onesti e patrioti collaborino con noi. Ad essi devono essere aperti i nostri ranghi […]», Comunicazione del CBG a tutte le formazioni, s.d., in AISRP, B 28 fasc. i
895 Gli appellativi che a volte posponiamo alla parola «formazione» sono da intendere nel senso di una specificazione caratteriale e regionale degli inquadramenti del CLN, convinti che formazioni garibaldine e autonome abbiano assunto caratteristiche diverse a seconda dell’area di operazione. Una precisazione doverosa per non indurre il lettore in fraintendimenti e per introdurre all’ultima parte delle nostre conclusioni.
896 A proposito della maggiore propensione di “Mauri” all’arruolamento di ex militari è interessante considerare due episodi, che si collocano a qualche mese di distanza. Verso la metà di maggio del ’44, il capitano Della Rocca, per conto di “Mauri”, invitava il maggiore Marco Fiorina “Kin”, futuro comandante della 48ª brigata Garibaldi, a passare con gli autonomi, M. Giovana, Guerriglia, p. 56, nota 12. In un documento garibaldino dell’ottobre ’44 si racconta di un episodio simile, con l’aggiunta però di un significativo particolare: «Mauri e [i] suoi hanno parlato con ufficiali nostri che già erano effettivi nell’esercito italiano, dicendo che se volevano continuare la carriera avrebbero dovuto andare con loro [corsivo di chi scrive]. I nostri hanno risposto bene», “Cari Compagni”, “Andreis” alla Delegazione per il Piemonte delle Brigate Garibaldi, 9.10.44, in AISRP, C 14 b
897 Si veda, tra le prime comunicazioni inviate in relazione a questa prospettiva, la circolare del 12.6.44 emessa dal PCI che diffondeva l’idea di una prossima ritirata tedesca e preparava all’insurrezione generale, in G. Nisticò (a cura di), Le Brigate Garibaldi, vol. II, cit., pp. 38-42
898 M. E. Tonizzi, “Sul contributo di Santo Peli. Commenti critici e altre considerazioni”, cit., p. 259
Giampaolo De Luca, Op. cit.